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Trasformare la ferita in feritoia

di Daniele Colombi, operatore sociale

31 maggio 2017

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“Ogni uomo è un abisso, e dà le vertigini a guardarci dentro.” Georg Buchner

Come ogni professione di educazione, l’operatore dell’accoglienza fa della relazione con le persone il suo strumento di lavoro principale, con la conseguenza diretta di entrare a contatto con un caleidoscopio di emozioni mutevole e cangiante a ritmo spesso vorticoso.

Lo stato d’animo che il richiedente o beneficiario porterà al colloquio (o al semplice momento di incontro informale) andrà non a sommarsi ma a moltiplicarsi con la carica emotiva dell’operatore, con risultati talvolta funzionali e insperati, altre volte disfunzionali o addirittura distruttivi.

La tensione, intesa come lo stato derivante dall’applicazione di una o più forze di trazione, che può generarsi all’interno dell’operatore stesso è spesso dovuta alla “paura della manipolazione”: l’educatore si può trovare di fronte a persone che portano vissuti molto forti, che narrano storie di violenze e soprusi talmente importanti che chi le raccoglie non riesce davvero ad ascoltarle, come un riccio si rinchiude e assume la posizione di difesa.

Sicuramente è una reazione condivisa da tanti operatori, si ritrova nella psicologia classica il concetto di difesa al fine di autotutela e per non farsi “invadere” dal dolore altrui.

Mi piace pensare però che possiamo fare un passo in più, e per muoversi, generare pensiero, credo sia importante porsi una domanda riprendendo il concetto di Aldo Carotenuto: come posso trasformare una ferita in una feritoia?

In verità ognuno di noi porta con sé una ferita primordiale difficile da comunicarsi, ma che può tuttavia trasformarsi in feritoia, ossia può diventare la matrice del nostro relazionarci con il mondo. Trasformare la ferita in feritoia significa fare del proprio dolore e della propria mancanza la chiave d’accesso e di soluzione dei nostri dubbi. Una leggenda indiana racconta di un giovane pastorello costretto su una spina, eppure, proprio perché impossibilitato a dormire dal dolore, vedeva cose che agli altri sfuggivano. Similmente possiamo dire che la nostra ferita-feritoia è l’aculeo dell’interesse e della curiosità verso la vita.”

Ogni persona ha nella sua biografia dei momenti di difficoltà, di malessere, periodi in cui è stato male e gli si sono create delle ferite interiori. E’ proprio quando il dolore delle nostre ferite personali, che credevamo sopito, torna a bruciare forte, nitido, come la cicatrice di Harry Potter, a causa della risonanza emotiva provocata da un dettaglio nella storia che stiamo ascoltando, ecco, è proprio in quel momento che l’operatore ben supportato e ben formato può fare la differenza, può gestire la fatica e la paura trasformandole in speranza.

Ripetere talvolta è poco elegante ma, come insegnano i latini, aiuta: questa situazione può verificarsi solo in presenza di un operatore affiancato e con degli strumenti teorici e pratici solidi. Così come improvvisarsi cuochi può portare a delle ustioni, così manipolare emozioni, storie, vissuti di altre persone può diventare distruttivo per chi racconta e chi ascolta.

Quindi è importante ricordarsi che, come diceva Jung, ogni volta che un paziente bussa alla nostra porta ci consegna una briciola del proprio destino, e in quella briciola potremmo con sorpresa intravedere la geometria dell’universo, ma è anche vero che di fronte a un burrone tutti hanno paura, solo chi ha un paracadute può saltare.