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Una questione di quattrini, più che di pelle

Se qualcosa contraddistingue il nuovo razzismo europeo, è che fa leva come mai prima sul timore di perdere denaro

6 giugno 2017

Luis Pancorbo, El Pais, 5 giugno 2017

- Link all’articolo originale

C’è un fantasma che di tanto in tanto riappare nella vecchia Europa.
Non è un fantasma felice come quelli a cui dava la caccia Bill Murray in una famosa pellicola né, tantomeno, si tratta di una rivisitazione dell’abbattuto e triste fantasma di Canterville, che per Oscar Wilde era alla ricerca di calore umano.
Il nuovo fantasma è il razzismo, che si cela dietro un telo rigonfio di ignoranza propria e odio verso l’altro. L’altro, per di più, è un elemento che va crescendo, un emigrante attratto dallo specchio della prosperità. Oppure un aspirante rifugiato, che cerca aiuto per non restare vittima di bombe, gas e repressioni di ogni tipo.
Il suo problema è quello di raggiungere troppo in ritardo un’Europa impaurita, neanche fossimo nell’anno 476, con i barbari sul punto di abbattersi su Roma.

Ad ogni modo sono già state innalzate le barriere marittime, terrestri e aeree, oltre alle nuove corazze della xenofobia.
I nemici sono i portatori di una pelle diversa, sia essa ideologica, religiosa, calcistica o alimentare. Sono gli altri, quelli che minacciano di toglierci tutto o quasi, almeno secondo gli ultras che si credono impoveriti, assieme ai giusti, quanto mai provvidenziali, tarati sulla falsariga del Fronte Nazionale di Marine Le Pen e degli altri partiti che ne inseguono la scia.

C’è chi chiama microrazzismi molte delle nuove manifestazioni di intolleranza e xenofobia che si aggirano per l’Europa. Questo termine è fuorviante se usato per arginare o respingere i migranti, supposti profittatori del denaro e della sicurezza nazionale.
Ciò che è indubbio è che si diffondono sempre di più i determinismi razziali, non solo quei pregiudizi razziali che qualche volta strappavano addirittura un sorriso, come quelli di chi sperava di osservare appendici caudali negli uomini primitivi. Per non parlare dei monogenisti recalcitranti, come il Conte di Buffon, che mai dubitarono del fatto che Adamo ed Eva fossero stati dei bianchi, “a immagine di Dio”.

Se ora l’Europa diventa nera è precisamente per l’odioso rifiorire dei razzisti e delle loro teorie. Come se non fosse successo nulla dal 1939, quando la crème della teologia cristiano-nazista si riunì nel castello di Wartburg. Lì bisognava trovare una soluzione alla questione del Cristo ebreo, e non se ne trovò una migliore se non quella di dichiararlo ariano.
Oggi il neonazismo cerca altre condotte e canali per l’oblio. I numeri tornano ad essere tediosi. Lo scorso anno cinquemila migranti hanno trovato rifugio e sicurezza nel Mediterraneo, che sia beninteso, nella sua parte più profonda, il regno delle alghe. Si trattava di gente che ambiva a vivere lontana dalla miseria e dalle mitraglie. Gente, in sostanza, desiderosa di sopravvivere, di ottenere una qualche dignità, proprio quello che l’Europa ha insegnato al mondo rimettendosi da un paio di guerre mondiali.

Quelli che arrivano da fuori finiranno per togliere a quelli di dentro pane e boccali, oltre ai servizi sociali. Questo pensano i neo-xenofobi, allevati da leader che hanno scovato nelle Bahamas un paradiso fiscale.

Eppure oggi la solidarietà va decrescendo in un’Europa che, al contrario, è satura di populismi, di un surplus di burocrazia e, probabilmente, di latte e burro. C’è nostalgia per quel tempo in cui molti europei erano capaci di provare compassione per l’altro, incluso quello che benevolmente si etichettava come extracomunitario.
Ora quelli che sopravvivono alle onde e alle barriere metalliche sono immediatamente avvertiti come dei rivali in quello che è il riparto di una torta troppo ridotta. Altro frutto di quanto accaduto nel 2008, che probabilmente non fu un crack né tantomeno una crisi, ma l’ascesa di un nuovo sistema economico opprimente. E una delle sue conseguenze è stata l’incremento della xenofobia, con il razzismo che ne è parte integrante.

Appare chiaro che, come ricordava l’antropologo Marvin Harris, c’è un razzismo folk, “un sistema popolare di pregiudizi e discriminazioni” che non è proprio delle epoche moderne o del capitalismo, ma affonda le sue radici in fatti etnografici che sono antichi tanto quanto l’uomo.
C’è stato, e c’è tuttora, un ricorso costante al determinismo razziale, che si basa più sulla condotta apparente di certe società che sulle poco dimostrabili tendenze e attitudini ereditarie. D’altro canto, la denigrazione dell’altro non ha a che vedere solo con parametri economici. Si è manifestata tra le tribù dell’Amazzonia, che si affibbiavano appellativi come ‘pidocchio’ o ‘scimmia’. All’altro si negava l’umanità, e pertanto lo si poteva eliminare (altre volte mangiare).

Ad oggi, se c’è qualcosa che caratterizza il nuovo razzismo occidentale, ed europeo in particolare, è che, a margine dei determinismi, esso fa leva come mai prima sul timore di perdere denaro, quel flusso che nell’immaginario delle nostre società si crede essere inesauribile, al pari della fonte dell’eterna giovinezza.
Da ciò ne discende che sono i quattrini, e non il colore della pelle, a mettere in moto la vecchia macchina del razzismo. Non è necessario adornarla di solenni simbolismi come quello dei nazisti, che pensavano che i tedeschi fossero l’opera maestra di Dio mentre tutti gli altri, ebrei, zingari, schiavi, neri…, fossero mere razze sub-umane.

A questo punto il colore delle gote non è fondamento di alcuna discussione.
Importano le falsità, le dicerie, le insinuazioni. Quelli che arrivano da fuori finiranno per toglierci il pane e i boccali, oltre ai servizi sociali. Questo pensano i neo-xenofobi, allevati dai già noti leader, puri patrioti, che nelle Bahamas hanno scovato, se non la fonte di Bimini, perlomeno un paradiso fiscale.

* Luis Pancorbo è un giornalista e antropologo