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Sfatando i miti sul perché i migranti attraversano il Mediterraneo

Vicki Squire, The Conversation - 30 Maggio 2017

14 giugno 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Mentre i migranti continuano a compiere la pericolosa attraversata del Mediterraneo e mentre le relazioni tra Unione Europea e Turchia si vedono di fronte a un imminente collasso, la paura che l’Europa venga “inondata” da rifugiati disperati e migranti in cerca di una vita migliore continua a crescere.

La convinzione centrale alla base di questa paura è quella secondo cui i grandi gruppi di popolazioni sfollate - dai siriani ai nigeriani, dagli afghani agli eritrei - scelgano l’Europa come “destinazione”. Tuttavia, le ricerche che i miei colleghi ed io abbiamo pubblicato in un nuovo rapporto indicano come questa convinzione sia un vero e proprio mito. Mentre alcuni migranti lasciano la propria patria per arrivare proprio in Europa, molti altri non fanno questa scelta.

Il Rapporto di cui sopra si basa su 257 interviste approfondite condotte fra il 2015 e il 2016 prima a Kos, a Malta ed in Sicilia e successivamente ad Atene, Berlino, Istanbul e Roma. Abbiamo anche creato una mappa interattiva basata su alcune di queste interviste.


Il mito della “destinazione Europa”

Molti degli intervistati non sapevano nulla dell’Unione Europea prima del loro arrivo. Lungi dal pianificare il proprio tragitto con l’Europa come destinazione, in un’intervista condotta in Sicilia, un migrante proveniente della Costa D’Avorio ha raccontato:

La mia idea non era di arrivare in Italia. Non conoscevo l’Italia se non per il calcio. Non avevo mai pensato di venire in Europa, perché qui non ho famiglia. La mia famiglia vive in Costa D’Avorio o nel Burkina Faso. Ma è stata proprio la mia famiglia a spingermi ad andare nel Mali. Lì c’era la guerra e quindi mi sono trasferito in Algeria, altrimenti sarei rimasto li. Non sono stato fortunato abbastanza da riuscire a restare in Algeria, altrimenti sarei rimasto. Non volevo andare in Libia, perché la situazione li è troppo folle da decidere di andarci. È stata davvero dura… stare in Libia… tutte queste vicende mi hanno spinto ad arrivare sin qui.

Simili condizioni di vita insostenibili sono state riportate da molti altri. A Roma abbiamo intervistato un rifugiato palestinese-siriano nato in Libia. Questo è quello che ci ha raccontato:

All’inizio non volevo venire in Europa, volevo andare in un altro paese arabo. Ho pensato che avrei potuto mettere su un’attività in Libia, ma ho poi realizzato che non c’era sicurezza all’interno paese, non posso essere libero lì. C’è una costante situazione di pericolo lì, per tutti. Ho scoperto una realtà differente da quello che avevo inizialmente immaginato in Libia. Trattano tutti come degli schiavi.

Questa testimonianza è in linea con alcuni recenti resoconti in cui si parla della vendita di esseri umani come schiavi o prostitute in Libia.
Anche quanti aspirino ad insediarsi e farsi una nuova vita in Turchia hanno testimoniato di aver affrontato alcune situazione problematiche lungo il tragitto e che queste li hanno portati a proseguire. Come dichiarato da un uomo afgano da noi intervistato ad Atene:

Non m’importava dei confini. Tutto ciò che volevo era salvarmi la pelle, seriamente. Ho pensato che avrei potuto trovare un luogo sicuro e un lavoro, questo è tutto. Forse in Turchia. La Turchia è un buon posto. Ma se scoprono che sei in Turchia illegalmente ti deportano, ti fanno tornare indietro a Kabul. Questa è la ragione per cui son venuto qui [in Europa].

I fattori alla base della fuga

Secondo quanto sopra, quindi, per molti la “destinazione Europa” non costituisce un fattore di attrazione nell’ambito del loro viaggio migratorio.
Se vogliamo capire perché le persone che fuggono decidono di rischiare la vita su imbarcazioni malsicure dirette verso l’Europa, occorre che si presti molta più attenzione a quali siano le ragioni per cui essi abbandonano la propria patria e a come offrire una protezione efficace a quanti siano spinti a intraprendere un viaggio così pericoloso.

Molte delle persone con le quali abbiamo parlato scappano da situazioni di guerra o di conflitto, dalla minaccia posta da gruppi terroristici o religiosi e da sette, o ancora da sequestri e rapimenti, torture e violenze. Altri fuggono dagli atti di persecuzione degli stessi governi o dall’essere da questi costretti al reclutamento obbligatorio.

Ancora, alcune persone scappano da questioni interne alle proprie famiglie, dall’esclusione sociale, da situazioni di discriminazione estrema e sfruttamento o ancora da povertà causata da disoccupazione o dalla perdita dei mezzi di sussistenza. Altri infine affrontano prospettive di limitata integrazione, accesso all’educazione o problemi linguistici. Una donna del Cameroon intervistata a Roma, nel più succinto dei modi, ci ha espresso il seguente pensiero:

È a causa dell’insicurezza nei nostri paesi che molti rifugiati si recano in Europa. È la situazione di totale insicurezza che ci spinge ad emigrare. … Io voglio solo vivere sentendomi sicura, io vivo nella paura.

La deterrenza non funziona

Al momento attuale i leader Europei si stanno concentrando su politiche di deterrenza che tentano di affrontare le cause alla base delle migrazioni. Per esempio, l’Unione Europea si è concentrata sul creare dei “Migration compact” con Etiopia, Libano, Giordania, Mali, Niger, Nigeria e il Senegal con l’intento di coordinare azioni di finanziamento per lo sviluppo in quei paesi ad azioni di assistenza mirate a prevenire le migrazioni verso l’Europa. Tuttavia questi provvedimenti sono destinati a fallire nella parte in cui essi si fondano su un programma inteso alla deterrenza delle migrazioni verso l’Europa. Questo è dovuto al fatto che spesso chi vuole migrare non è a conoscenza di queste politiche e, anche quando ne è al corrente, i motivi alla base della fuga sono spesso più pressanti della paura di ciò che potrebbe accadergli all’arrivo.

Nelle nostre interviste, abbiano incontrato persone arrivate in Europa senza comprendere ciò che sarebbe successo loro una volta arrivati e spesso persino contro la loro volontà. Come ci racconta una donna nigeriana intervistata in Sicilia, lei stessa è stata deportata a forza via mare dalla Libia contro la sua volontà, da una persona di cui si fidava e che considerava un amico e protettore. Era terrorizzata.

Le politiche europee attuali si fondano su ipotesi errate sull’emigrazione, che portano le stesse a risultare al meglio inefficaci e nel peggiore dei casi ad essere dannose per migranti e rifugiati. Il mito secondo cui i migranti scelgono l’Europa come destinazione di arrivo non è solo dannoso per le persone che emigrano, ma perpetua ansie infondate nelle comunità europee che li accolgono. Questo mito deve essere smentito e respinto così che il dibattito pubblico allargato sulla migrazione possa andare oltre le politica della paura.