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Sbarchi e accoglienza dei rifugiati: va riformato il Regolamento Dublino

29 giugno 2017

E’ necessaria l’adozione di un nuovo paradigma in base al quale la suddivisione dell’onere dell’accoglienza e della protezione dei richiedenti protezione non sia legata al mero fatto geografico dell’arrivo non evitabile dei rifugiati in un determinato Paese, bensì ad un principio di equa ripartizione tra gli Stati membri.

Il Governo italiano ha ottime ragioni per intervenire anche con durezza presso le istituzioni della UE chiedendo un immediato cambiamento nelle politiche europee basate sulla condivisione delle responsabilità e sulla suddivisione degli oneri dell’accoglienza dei rifugiati tra paesi di primo arrivo, come l’Italia e paesi europei senza confini esterni.

Appare, tuttavia, inaccettabile la confusione politica mediatica che attua una distorsione tra il luogo nel quale si attua il primo soccorso (nel caso dei salvataggi in mare è il luogo sicuro come definito dal diritto internazionale marittimo e in particolare della Convenzione SAR del 1979) e le successive responsabilità dell’accoglienza dei rifugiati una volta che i soccorsi si siano conclusi.

Nella situazione attuale, caratterizzata da un esodo umanitario di rilevanti dimensioni, non è possibile applicare quanto prevede Regolamento UE n. 604/2013 (detto Regolamento Dublino III) che attribuisce integralmente l’intera responsabilità dell’accoglienza e dell’esame delle domande di protezione internazionale allo Stato membro nel quale il richiedente ha fatto ingresso anche quando ciò avviene a seguito di soccorsi in mare.

Il Regolamento Dublino III è strumento giuridico da tutti giudicato totalmente inadeguato e rispetto al quale è in corso al Parlamento UE un processo di profonda revisione .

ASGI è intervenuta ripetutamente sulla riforma del Regolamento Dublino III proponendo una riforma legislativa che prevede l’adozione di un nuovo paradigma in base al quale la suddivisione dell’onere dell’accoglienza e della protezione dei richiedenti protezione non sia legata al mero fatto geografico dell’arrivo non evitabile dei rifugiati in un determinato Paese, bensì ad un principio di equa ripartizione tra gli Stati membri in conformità con l’art. 80 del TFUE”, ricorda Gianfranco Schiavone (ASGI).

In tale ottica gravissime ed irresponsabili appaiono le dichiarazioni del Governo italiano laddove afferma di volere conseguire il legittimo e prioritario obiettivo della riforma del Regolamento Dublino, negando ora l’accesso ai porti italiani alle navi delle organizzazioni umanitarie che concorrono, insieme alle operazioni della UE e a quelle dei singoli paesi alla rete dei soccorsi.

Attualmente l’apporto delle ONG in termini di vite salvate ai naufragi è di quasi il 50% dei salvataggi effettuati. Esse, nel condurre i migranti nel “luogo sicuro” (il porto italiano nel caso del Mediterraneo centrale), oltre che a rispettare elementari principi di umanità, non fanno altro che dare attuazione alla citata convenzione internazionale sul soccorso in mare.

Che altro dovrebbero fare infatti le organizzazioni umanitarie con a bordo i migranti salvati che nessuno vuole fare sbarcare? O forse il messaggio che si vuol far giungere loro in modo indiretto (giacché dirlo in modo diretto sarebbe eticamente ripugnante) è che debbono smettere di salvare vite umane?

Se il Governo italiano vuole veramente riformare il sistema europeo d’asilo in una direzione di un sistema più equo e razionale agisca con massima fermezza sull’agenda politica europea e cessi le dichiarazioni inaccettabili rilasciate nelle ultime ore” conclude Schiavone.

Intervista all’avv. Salvatore Fachile