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Ecco perché i bengalesi si imbarcano per l’Italia

Diego Cupolo, Irin News - 1 giugno 2017

3 luglio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Il numero di abitanti del Bangladesh che arrivano in Italia via mare passando per la Libia è aumentato drasticamente l’ultimo anno. Diego Cupolo di IRIN News ha raccontato cosa si nasconde dietro questo fenomeno.

Catania - A ovest della stazione degli autobus di Catania, a un angolo di strada in mezzo a campi abbandonati, c’è Naheen che vende rotoli di stoffa. Poco lontano, suo fratello pulisce i parabrezza delle auto per pochi spiccioli.

Naheen si prende una pausa, mostra il palmo della mano segnato da una lunga cicatrice, ricordo dalla Libia lasciatogli da un rapinatore armato di coltello, poco più di una settimana fa.

Il 24enne bengalese ha pagato 1.000 euro per un posticino su una barca in legno, ma ha dovuto sostenere anche altre spese. Prima di partire, i trafficanti hanno spogliato lui e i suoi 300 compagni di sventura di tutto quello che avevano di valore.

Insieme a me c’erano molti somali e altri africani” ricorda. “Era molto pericoloso. Non so nuotare, ma sono partito perché non potevo rimanere in Libia”.

Naheen ha lavorato come infermiere in un ospedale di Tripoli per tre anni. Come la maggior parte dei 200mila lavoratori bengalesi in Libia, aveva ottenuto il lavoro grazie a un ufficio di collocamento del suo paese. L’ufficio si è occupato di fornirgli i documenti e di organizzare il viaggio per 3000 euro. L’impiego oltremare di lavoratori bengalesi è diventato sinonimo di sfruttamento e stipendi miseri, ma le terribili condizioni di lavoro e la crescente tensione in Libia si sono dimostrati dei pesi troppo difficili da sopportare per Naheen.

A Catania, Naheen lavora per strada con suo fratello, arrivato sette mesi prima. I due rappresentano l’ultima tendenza dei flussi migratori verso l’Europa: un notevole aumento del numero di bengalesi provenienti dalla Libia.

Fuga dalla Libia o Sogno Europeo?

Secondo il Ministero dell’Interno, dall’inizio dell’anno al 22 maggio sono arrivati in Italia 5.650 bengalesi, che costituiscono l’11% dei migranti senza documenti.

L’anno scorso, all’incirca nello stesso periodo, solo 10 bengalesi sono giunti in Italia via mare; invece, alla fine del 2016, il numero è salito a 7.578, secondo quanto dichiarato da Ahmad Al Rousan, responsabile dell’analisi dei flussi migratori per conto di Medici Senza Frontiere (MSF) Italia.

Secondo Al Rousan e altri esperti dell’IRIN, i nuovi arrivati dal Bangladesh si possono suddividere in due grandi gruppi: il primo comprende quelli che, come Naheen, dopo aver lavorato in Libia per diversi anni, hanno iniziato ad abbandonare il paese in seguito al drastico calo delle condizioni di sicurezza.

Gli esperti ritengono che al momento dello scoppio della guerra civile che rovescerà il governo di Muammar Gheddafi (nel 2011), erano presenti in Libia fra i 50.000 e gli 80.000 lavoratori bengalesi; solo pochi di loro sono stati in grado di lasciare il paese nel periodo immediatamente successivo.

Il secondo gruppo, in forte espansione, è composto da bengalesi che giungono a Tripoli attraverso Istanbul o Dubai con il chiaro scopo di raggiungere l’Europa.

Al Rousan sostiene che le agenzie del Bangladesh chiedono ai migranti somme fra i 7.000 e i 10.000 dollari con la promessa di agevolare le pratiche per il viaggio verso l’Europa, somme che poi tengono per loro. Mentre non esistono voli commerciali diretti dal Bangladesh alla Libia, i voli senza scalo da Istanbul a Tripoli partono da 200 euro. Da Dubai, il prezzo sale a circa 500 euro.

Una volta arrivati in Libia, i migranti devono ancora pagare ai trafficanti la pericolosa tratta attraverso il Mediterraneo, durante la quale hanno perso la vita 1.569 persone solo quest’anno.

Prigionieri in viaggio

Mehedi, un adolescente arrivato in Sicilia pochi mesi fa, ha volato da Dhaka a Tripoli passando per Istanbul grazie a un permesso di lavoro falso rilasciato da un’agenzia bengalese.

Una volta arrivato in Libia, ha trovato ad aspettarlo un intermediario, che dall’aeroporto l’ha accompagnato in un luogo sicuro. Da lì Mehedi ha chiamato i suoi genitori, i quali, avendo avuto conferma del suo arrivo, hanno pagato all’agenzia 6000 euro. Ma poco dopo, è stato prelevato dalla polizia di Tripoli e arrestato per sei mesi. Quando gli chiedo delle condizioni di detenzione, si limita ad aggrottare la fronte.

Numerose organizzazioni, fra cui MSF, hanno divulgato le condizioni disumane e gli abusi a cui sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione libici.

Alla fine, Mehedi è stato rilasciato e la sua famiglia gli ha inviato più di 800 euro perché pagasse a un trafficante la traversata in barca verso l’Italia. È stato soccorso in mare e trasferito in Sicilia, per poi essere mandato nel centro di accoglienza in cui ha presentato domanda di asilo.

Le domande vengono esaminate caso per caso, il che può richiedere anni a causa del volume di richieste con cui l’Italia si deve confrontare. I migranti che nel frattempo cercano di imparare la lingua e di integrarsi all’interno dell’economia locale hanno più probabilità di vedere la loro domanda approvata.

Per ora Mehedi soggiorna in un centro per minori non accompagnati vicino alla stazione degli autobus di Catania. Divide la sua stanza con altri cinque bengalesi. Come molti dei suoi compagni a Catania, passa il tempo a cercare un lavoro o a lavare parabrezza, guadagnando fra i 5 e i 15 euro al giorno.

Questo è l’unico lavoro che riusciamo a trovare. Meglio di niente” dice Jahid, 19 anni, scuotendo il tergi vetro. Anche Jahid è atterrato a Tripoli passando da Istanbul per 7000 euro: è arrivato in Sicilia quattro mesi fa.

Figura : Un migrante bengalese vende selfie-sticks nel centro di Roma, dove la polizia cerca di impedire agli ambulanti di lavorare nei maggiori punti di interesse turistico (Diego Cupolo/IRIN)

False promesse a Dhaka

Il Bangladesh è da decenni un paese di forte emigrazione, a causa della debole economia locale e dell’alto tasso di disoccupazione; gli emigrati si stanziano principalmente negli stati del Golfo, come la Malesia e Singapore. Secondo fonti dell’ONU, nel 2015 7,2 dei 165 milioni di abitanti del Bangladesh vivevano all’estero. I lavoratori emigrati giocano un ruolo importante nella politica economica del Bangladesh: nell’arco del solo 2016, le loro rimesse hanno superato i 15 miliardi di dollari.

I bengalesi lavorano all’estero dagli anni ‘70” ci spiega Benjamin Etzold, ricercatore al Bonn International Center for Conversion e esperto dei flussi migratori dal Bangladesh.
È una cosa normale e le famiglie in Bangladesh dipendono dalle rimesse […] Se un giovane desidera una moglie e tirare su una famiglia […] è praticamente scontato che, a un certo punto, vada a lavorare e a guadagnare in un paese straniero per poterselo permettere.”

L’agenzia di Stato BMET (Bureau of Manpower, Employment and Training) autorizza e controlla le agenzie di collocamento chef anno da intermediario fra i futuri impiegati e i datori di lavoro oltremare. Queste agenzie sono state accusate, in passato, di richiedere compensi esorbitanti e di utilizzare strategie spesso lesive dei diritti dei lavoratori, al limite dello sfruttamento.

Mohammad Azharul Huq, segretario del Ministero per il Welfare degli Espatriati e dei Lavoratori d’Oltremare, sede del BMET, racconta all’IRIN che il governo ha preso numerose misure volte a prevenire l’emigrazione illegale verso la Libia.
In questo momento, il governo non sta mandando nessuno in Libia. Coloro che intraprendono il viaggio, lo fanno contro la legge,” sostiene. “Gli uffici giudiziari sono al lavoro per porre un freno al traffico di esseri umani. Il nostro ministero sta facendo opera di sensibilizzazione riguardo ai pericoli legati all’intraprendere un viaggio verso la Libia clandestinamente.”

Ciononostante, alcuni migranti rientrati da poco a Dhaka hanno riferito all’IRIN che le agenzie stanno fornendo informazioni false ai clienti riguardo la situazione in Libia e la facilità con cui si raggiungerebbero le coste italiane.

Molti non sanno cosa sta succedendo il Libia e si fidano delle agenzie,” dice Arpon Mahmud, appena tornato a casa dopo aver lavorato nove anni in Libia. Aggiunge che spesso le agenzie evitano di far passare le persone da grandi aeroporti forniti di ottimi sistemi di sicurezza. “Qualche volta l’itinerario parte dall’aeroporto bengalese di Chittagong, passando per l’India, Dubai e la Turchia, per poi terminare in Libia.”

La chiusura delle rotte legali

Un altro fattore scatenante l’improvvisa apparizione di bengalesi sulle barche della speranza verso l’Italia potrebbe essere la chiusura di un importante tragitto legale. Stando ai dati rilasciati dal BMET, nel 2007 11.000 lavoratori a contratto bengalesi sono arrivati in Italia attraverso rotte legali e fino al 2013 gli arrivi si sono attestati sullo stesso numero. Ma, in seguito a una svolta della politica migratoria italiana, nel 2014 vi è stato un notevole calo degli arrivi tramite vie legali (nel 2016 sono stati solo tre).

Il portavoce dell’UNHCR e consulente della Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo Federico Fossi, sostiene che nel corso degli ultimi anni, l’Italia ha cercato di limitare i flussi migratori riducendo il numero dei permessi rilasciati ai cittadini di vari stati esteri.

Il Bangladesh non fa più parte di quegli stati per i quali è previsto un numero prestabilito di permessi,” scrive in una mail all’IRIN.
Etzold propone un altro fattore di attrazione: la stabile e crescente comunità bengalese in Italia.

La migrazione è basata sulle reti [migratorie],” dice. “Probabilmente ci sono italiani di origine bengalese che forniscono assistenza durante il viaggio.”

L’espansione della comunità bengalese in Italia ha avuto inizio con l’approvazione della Legge Martelli nel 1990, la quale favoriva il percorso verso l’ottenimento della cittadinanza per gli irregolari. Circa 100.000 cittadini bengalesi vivono in Italia e sia a Catania che a Roma si trovano innumerevoli negozi e attività commerciali gestiti da bengalesi. Fra il 2000 e il 2010, le rimesse provenienti dall’Italia hanno raggiunto il miliardo di dollari, secondo la Banca Centrale del Bangladesh.

Anche se l’Inghilterra ospita ancora una comunità di bengalesi maggiore di quella italiana, Etzold sostiene che oggi molti migranti potrebbero giungere in Italia perché il paese offre loro “la possibilità di farcela.”

Sta diventando sempre più difficile ottenere l’asilo in Germania,” dice. “È quasi impossibile entrare in Inghilterra… Quindi dove altro dovremmo andare?

“Un altro posto in cui lavorare”

In piedi in mezzo alla perenne folla di turisti di fronte al Colosseo, Khan, un bengalese di 44 anni, osserva gli scooter della polizia nell’atto di scacciare dalla piazza gli ambulanti suoi connazionali. Anche Khan è stato un venditore ambulante 18 anni fa, ma dopo essere passato da un lavoro all’altro, oggi possiede un negozio di alimentari.

Secondo lui quelli che vendono acqua ghiacciata e selfie-sticks nei punti di maggior interesse turistico della città guadagnano fra i 20 e i 40 euro al giorno. Può non sembrare un granché, ma, dato che molti migranti vivono in 10 (o più) in un appartamento, riescono ancora a inviare soldi alle proprie famiglie rimaste in patria.

Durante l’intervista, un poliziotto si avvicina a Khan e gli chiede cosa stia facendo.
Niente, sto qua,” risponde Khan, prima che gli vengano chiesti i documenti.
Una volta accertata l’identità dell’uomo, il poliziotto invita Khan ad allontanarsi dalla zona. Mentre ci spostiamo, Khan spiega che è stato un lavoratore straniero da quando è diventato adulto fino a oggi: ha lavorato a Dubai, in Qatar e in Russia prima di arrivare in Italia.

Al limitare della piazza del Colosseo, Khan supera un paio di poliziotti che hanno fermato un giovane bengalese con una busta piena di bottigliette d’acqua in mano. Il ragazzo sostiene che le bottiglie sono tutte sue, allora i poliziotti lo invitano a berle tutte immediatamente. Lui apre una bottiglietta e inizia a bere, quando uno dei poliziotti gliela spinge in faccia facendogli andare l’acqua di traverso.
Khan distoglie lo sguardo senza dire una parola. Gli chiediamo cosa pensa della vita in Italia: ci risponde “È solo un altro posto in cui lavorare.”


I nomi dei migranti sono stati modificati per proteggere la loro identità. Le informazioni supplementari sono state fornite da Mushfique Wadud a Dhaka.