logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Perché i Migranti continuano a rischiare tutto sulla "Via della Morte"

Dionne Searcey e Jaime Yaya Barryjune, The New York Time - 22 giugno 2017

7 luglio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Tongo, Senegal - Amadou Anne, il figlio maggiore, è stato il primo ad andare via.
"Se c’è un modo per arrivarci, forse dovresti provare", gli aveva detto il padre.
Il viaggio richiedeva l’attraversamento di migliaia di chilometri attraverso il deserto sconfinato e il mare, per poi giungere in Europa. I mesi passarono senza nessuna notizia. Poi, la telefonata.

Degli amici in Francia avevano scoperto una lista di immigrati annegati. Il nome del signor Anne era fra questi.
"Stavo là così, e piangevo", ha detto la madre, Salmata Boullo Diallo, vicino alla sua casa in mezzo ad una vasta distesa di campi di arachidi in una parte remota del Senegal.

Le perdite della famiglia Anne non sono finite qui. Anche il fratello minore di Amadou, Gibbe, ha cercato di raggiungere l’Italia. Anche lui è morto in mare.

Due anni fa, quando sono salpati, hanno legato il loro destino a quello di tanti abitanti di questa regione, in cui i giovani spesso finisco per dividersi in tre categorie: quelli che ce l’hanno fatta in Europa, quelli che sono stati bloccati o deportati lungo la strada e quelli che sono morti nel tentativo.

"Se ce l’avessero fatta, le cose sarebbero veramente cambiate per noi", riferisce la Signora Diallo.

Lo stesso mare che ha inghiottito i fratelli Anne nel loro viaggio sul Mediterraneo ha già preso la vita di più di 2.100 migranti e rifugiati quest’anno. Il 95% di queste morti si è verificata sulla cosiddetta via centrale tra Libia e Italia, che l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione definisce “la rotta migratoria più pericolosa sulla faccia della Terra": un passaggio utilizzato principalmente dagli africani sub-sahariani.

Ancora oggi le persone continuano a provarci. Solo mercoledì, quasi 72.000 migranti sono arrivati sulle coste italiane: l’Organizzazione Migranti ha riscontrato un aumento del 28% rispetto all’anno scorso nello stesso periodo.

Il mare in tempesta è l’ultimo di una serie mortale di ostacoli che punteggiano il cammino verso l’Europa. Per i migranti come i fratelli Anne, il viaggio comincia stipati in un autobus che potrebbe imbattersi in strade dissestate e infestate da rapinatori. Se riescono a superare le giornate attraverso il deserto, i migranti giungono in Libia: là vengono spesso picchiati, detenuti per settimane dai trafficanti e ricattati per estorcergli altro denaro.

Alla fine del mese scorso, 44 ​​migranti, compresi bambini, sono morti nel Sahara dopo che il loro veicolo si è rotto: erano rimasti senza acqua. Più di recente, un battello che trasportava 130 persone è stato capovolto dopo che i trafficanti hanno rubato il motore. Solo quattro persone a bordo si sono salvate.

"I trafficanti di essere umani farebbero qualsiasi cosa per sfruttare profughi e migranti disperati", ha dichiarato Babar Baloch, portavoce dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. "Queste morti scioccanti fanno parte del quadro più grande dello sfruttamento di esseri umani".

Il flusso di migranti da queste regioni (dalla Nigeria, dalla Guinea, dal Gambia, dalla Costa d’Avorio e dal Mali) sta crescendo. Nel 2016, il numero di senegalesi che hanno intrapreso il viaggio è quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente.

Il Senegal è uno dei paesi più sviluppati dell’Africa occidentale. Nella capitale Dakar, sorgono alti edifici e ristoranti sul mare che propongono prodotti locali a prezzi pari a quelli di New York. Recenti scoperte nel settore degli idrocarburi (benzina e gas) offrono speranze di trasformazione dell’economia, attirando società internazionali come la “Total” per firmare concessioni estrattive.

Ancora quasi il 47% della popolazione senegalese vive in povertà, secondo la Banca Mondiale. Nelle zone rurali, quasi due terzi dei residenti sono considerati poveri.
La regione scarsamente popolata dei fratelli Anne è tra le più povere del Senegal. I funzionari locali dichiarano che, dal 2015, almeno 110 persone provenienti da qui sono morte lungo la rotta dei migranti. Questa zona ha perso 17 dei suoi uomini in un singolo episodio, un naufragio nell’aprile 2015 che ha ucciso più di 800 persone.

"Non abbiamo macchine per coltivare la terra, niente pioggia e ora nessun giovane", ha detto Alassane Diallo, sindaco del vicino villaggio di Koussan.

In questo paesaggio sabbioso e rovente, in cui prosperano grassi alberi di baobab, l’agricoltura è il principale mezzo di sostentamento. Che stile di vita seguono gli autoctoni è chiaramente desumibile dal piccolo complesso di case di fango composte di una sola stanza: un piccolo gregge di due o tre pecore, un pezzo di gommapiuma per ammorbidire un letto fatto di bastoni, alcuni capi di abbigliamento e infradito di plastica.

Ma diversi complessi ai margini delle strade sporche e sterrate sembrano imitare lo stile di vita europeo: case vere, anziché di fango, un’automobile parcheggiata all’esterno, un’antenna satellitare che sbuca da terra, un iPhone.
Tutto ciò arriva con le rimesse che i migranti che ce l’hanno fatta inviano dall’Europa. Sono eroi locali, invidiati da tutti.

Samba Issa Anne, a sinistra, prega insiema due vicini fuori dal complesso di capanne della famiglia Anne. (Credit Xaume Olleros for The New York Times)
"Un giovane senegalese è sempre sopraffatto dalla vergogna e senso di colpa quando vede la propria madre che cerca di far quadrare i conti, e non è in grado di sostenere e aiutare i genitori", ha dichiarato Ousmane Sene, direttore del Centro di Ricerca dell’Africa Occidentale a Dakar.

Alcuni genitori e coniugi spingono i loro figli a partire. La vita del villaggio è così isolata che spesso non sono consapevoli dei pericoli che corrono. L’aspettativa può essere così forte che alcuni uomini che falliscono preferiscono non tornare a casa. Per la vergogna, preferiscono che le loro famiglie li credano morti.

Moussa Kebbe, che vive nella zona, ha tentato di compiere l’impresa nel 2014. Ha venduto la sua casa per pagare il viaggio, 16 giorni nel deserto con così poca acqua da essere costretto a bere la propria urina. Quattro persone che si trovavano nel veicolo con lui sono morte di sete.

Una volta che Kebbe è arrivato in Libia, ha lavorato come muratore e ha pulito i bagni per cercare di guadagnare abbastanza soldi da pagarsi la barca verso l’Italia. I funzionari libici dell’immigrazione lo hanno recluso in prigione per tre mesi prima che fosse deportato.

Tornò a casa a mani vuote e anche peggio di prima. Il signor Kebbe spiegò a sua moglie cosa era successo. Lei pianse e gli chiese di provare di nuovo.

"È una missione suicida", ha dichiarato Ousmane Thiam; anche lui non è riuscito a raggiungere l’Europa.

Nel piccolo complesso della famiglia Anne, le capanne affiancate di Amadou e di suo fratello Gibbe sono ancora vuote; dentro, una bicicletta rotta poggia contro la parete di fango.

Nessuno aveva capito che il viaggio sarebbe stato così pericoloso, ha detto la madre degli uomini, la signora Diallo.

"Avevamo solo sentito storie di successo" ha continuato, scuotendo la testa.
Prima di partire, Amadou, 36 anni, aveva detto a suo fratello di aspettare. Ma Gibbe, 28 anni, che lavorava a Dakar come produttore di mattoni, pensava di poter guadagnare di più in Europa. Ansioso di seguire il fratello, si decise a partire da solo, prima di aver saputo del destino toccato ad Amadou.

"Non sapevamo dove fosse," disse la signora Diallo.

Il nome di Gibbe è apparso su una lista di migranti morti poche settimane dopo quello di suo fratello.

La famiglia Anne faceva affidamento sull’aiuto finanziario di altri figli. Uno di loro ha vissuto in Gabon, dove aveva trovato lavoro. Qualche settimana fa, è tornato al villaggio. Improvvisamente si è ammalato ed è morto, dicono per cause naturali.
La famiglia racconta che un altro figlio, Adama Anne, aveva intenzione di partire per l’Europa o per un altro posto più promettente.

Ma anche lui si era ammalato. Poche settimane fa, mentre il New York Times li stava intervistando nel villaggio, Adam ha iniziato a tossire violentemente. Suo padre ha provato ad aiutarlo a tornare nella sua capanna, ma l’uomo è crollato tra le sue braccia diventando freddo.

"Se n’è andato," ha urlato il padre. "Se n’è andato per sempre."
Adesso tocca ad Arouna Anne, l’ultimo maschio della famiglia, cercare una vita migliore per i suoi genitori e per i figli dei fratelli morti.
Ha solo 14 anni.

Arouna sapeva di non poter sostenere la sua famiglia vivendo nel loro piccolo villaggio. Così è partito per una città a poche ore a est.

È arrivato un mercoledì, giorno di mercato, portandosi dietro solo un cambio di vestiti e l’equivalente di 33 dollari. Quando è calata la sera, ha visto dei bambini che leggevano arabo fuori da una grande casa. Entrò e chiese aiuto all’insegnante.

Arouna ora vive lì con altri tre ragazzi, dorme su un materasso fatto di steli di riso.
Pensa spesso ai suoi fratelli: Amadou, quello serio, che cercava sempre di correggerlo, e Gibbe, il giocherellone, che faceva sempre scherzi.

Una volta, Arouna accompagnò Gibbe ai campi. Approfittando del fatto che Arouna era girato di spalle, Gibbe scomparve, nascondendosi dietro un albero. Iniziò a fare il verso del babbuino e diede un pugno ad Arouna, che terrorizzato scappò.
"Tutti hanno riso quando gli abbiamo raccontato che cosa era successo", ci ha raccontato Arouna, ridendo così forte da poter continuare a malapena a parlare.
Arouna non ha visto i suoi genitori per sei mesi. Gli manda un po’ di soldi di tanto in tanto. Ma non bastano.

"Adesso sono l’unico figlio rimasto", dice. "Devo aiutare la mia famiglia".

Arouna conosce bene i pericoli del viaggio verso l’Europa. Uno dei suoi amici ci ha provato non molto tempo fa: è morto in Libia.

Probabilmente, dice Arouna, andrà in Gabon o in Congo per lavorare nelle miniere.
"Non è rischioso come in Libia", ha detto.