logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

I provvedimenti dell’Italia contro le ONG sono sbagliati

Giulia Laganà, EuObserver - 7 luglio 2017

14 luglio 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

La settimana scorsa mentre operatori sanitari, volontari e ufficiali di polizia nei porti del sud Italia cercavano di identificare, assistere e mandare 10.000 nuovi migranti appena arrivati verso le strutture di accoglienza, il governo italiano minacciava di togliere alle ONG il permesso di soccorrere le navi per far sbarcare i migranti nei suoi porti.

La UE e gli stati membri sanno molto bene che la capacità dell’Italia di accogliere chi tenta di attraversare il mare dalla Libia sta raggiungendo il limite, ma hanno fatto davvero molto poco a parte promettere ulteriori fondi e promuovere la proposta italiana di redigere un codice di condotta per le ONG.

Alcuni governi, incluso quello tedesco e quello belga, hanno ammesso pubblicamente che non accoglieranno nessun migrante, mentre l’Austria ha minacciato di mandare l’esercito a chiudere il confine con l’Italia.

Il governo italiano ha ragione ad affermare che altri stati europei non forniscono un aiuto significativo nell’accoglienza di alcune delle persone che arrivano, e che attualmente sta gestendo da solo il più importante flusso migratorio irregolare in Europa.

Ad ogni modo, l’Italia ha deciso di rispondere a un problema reale con la soluzione sbagliata.

Il codice di condotta stabilisce una serie di obblighi per i gruppi di salvataggio, tra cui la possibilità di avere sempre polizia giudiziaria a bordo, una chiara infrazione del principio di neutralità sostenuto dalle ONG umanitarie, e il divieto di entrare in acque territoriali libiche e di non ostacolare le operazioni di salvataggio della guardia costiera libica.

Le ONG che non aderiscono rischiano di non poter accedere ai porti italiani.

Le ONG temono che il codice di condotta sia un tentativo di assicurare che la cessazione delle loro operazioni o di limitarne la capacità di testimoniare e documentare gli abusi perpetrati dalla guardia costiera libica, attrezzata ed equipaggiata dall’UE.

Nel corso delle ultime settimane, incidenti del genere includono ufficiali libici che vengono filmati mentre sparano alle navi dei migranti.

Il codice è stato criticato anche dall’ONU in quanto inutile, dal momento in cui esistono già il diritto marittimo internazionale e specifiche linee guida, così come l’Organizzazione marittima internazionale e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

A un recente evento tenuto a Bruxelles, Vincent Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR del Mediterraneo centrale, ha affermato che “il codice dovrebbe essere applicato da tutti gli attori, non solo dalle ONG, comprese le navi mercantili che spengono i transponder [sistemi di identificazione radar] per evitare che venga loro chiesto di effettuare operazioni di salvataggio, e le navi NATO che sistematicamente ignorano le richieste di soccorso.

La guardia costiera italiana ha privatamente dato voce alla paura, nel caso in cui le ONG cessassero le operazioni, di non riuscire a salvare le migliaia di persone che rischiano la loro vita ogni giorno per raggiungere l’Italia, e che il numero delle vittime salirebbe enormemente, su una strada già mortale.

Se le autorità italiane tentano di implementare il codice di condotta, migranti e rifugiati in condizioni disperate, che hanno subito abusi e violenze in Libia e rischiato la vita nel Mediterraneo, sarebbero costretti a trascorrere ulteriori giorni in mare mentre gli stati bisticciano sul porto in cui dovrebbero essere portati, cosa che accadeva spesso nei primi anni del 2000.

E se uno qualsiasi degli altri paesi europei permettesse a qualche migrante di sbarcare, evento improbabile, sarebbe decisamente molto più lontano dalle acque al largo della costa libica rispetto all’Italia.

La decisione potrebbe anche violare una legge internazionale secondo la quale, le persone salvate vanno portate nel primo “porto sicuro”, non solo da un punto di vista logistico, ma anche in cui i loro diritti non vengano violati.

Attualmente queste disposizioni vietano alle navi di arrivare nel Mediterraneo centrale, dove tutte le operazioni di salvataggio sono coordinate dalla guardia costiera italiana, a partire dal recupero dei migranti non solo dalla Libia, ma anche dall’Egitto, dalla Tunisia e da altri paesi non europei.

Il resto dell’UE dovrebbe mobilitarsi per aiutare l’Italia a ospitare migranti e richiedenti asilo, ma la volontà è davvero poca.

La decisione del 2015 dell’UE di ridistribuire 160.000 richiedenti asilo arrivati in Grecia e in Italia si è dimostrata difficile da attuare, con meno di 7.300 persone trasferite dall’Italia, su un obiettivo totale di 35.000, con alcuni paesi dell’Europa orientale che si rifiutavano di accogliere migranti.

Le coalizioni opposte di stati membri significano che la discussione sulla riforma europea disfunzionale del sistema di asilo è in una situazione di stallo, e non ci sono accordi per un giusto equilibrio tra ciò che l’UE chiama “responsabilità” (valutare le richieste di asilo nel primo paese europeo in cui i migranti arrivano) e “solidarietà” (ridistribuire i richiedenti asilo).

I responsabili politici a Bruxelles si lamentano del fatto che uomini, donne e bambini che arrivano in Italia non sono “veri” rifugiati, ma migranti economici, nonostante il fatto che il 43% di questi abbia garantita protezione per asilo provvisorio per motivi umanitari.

Spostare la responsabilità sulle ONG per superare l’impasse politica a livello europeo non è la soluzione, così come non è la soluzione la linea di condotta su cui accordano gli stati europei: sforzi esterni per contenere i flussi migratori verso l’Europa, come in Libia, in Niger, o ancora di più, il regime in Sudan.

I sostenitori della cosiddetta “esternalizzazione” della migrazione e delle politiche di asilo europee verso paesi non europei si dimenticano della questione dei diritti umani, che riguarda l’orribile trattamento dei migranti in Libia o la perdita di vite umane nel deserto nigeriano, mentre i trafficanti ricorrono a strade alternative per evitare di essere scoperti.

Quello che cercano, comunque, sono rattoppi veloci che riducano gli arrivi di migranti in Europa. Dato che questi sforzi finora non hanno pagato, sostengono, fermare i salvataggi da parte delle ONG scoraggerebbe i migranti dal cercare di attraversare il Mediterraneo, un’idea basata sulla supposizione non comprovata che le ONG, come l’operazione della marina italiana Mare Nostrum nel 2014, siano un “fattore di attrazione”.

Quante centinaia di persone dovranno ancora morire, com’è successo dopo che Mare Nostrum ha cessato le operazioni, per dimostrare che stanno sbagliando?


Giulia Lagana è analista senior migrazione e asilo in UE presso l’Open Society European Policy Institute.