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Operatori, restiamo umani

Oppressione è il risultato di molte condizioni, non ultimo, quelle consapevoli

28 luglio 2017

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Se si classificassero le società secondo il modo in cui si sbarazzano non solo dei loro morti, ma anche dei vivi, si avrebbe una classificazione in società massacranti o società dell’omicidio rituale, società dell’esilio, società dell’indennizzo, società dell’internamento [1]".
Se si parlasse dell’Italia e dei suoi immigrati, ne avremmo una parte affogata nel Mediterraneo ed un’altra viva, salvata solo da navi apposite e solo in arrivo in alcuni porti; avremmo dei sopravvissuti curati da una società dove razzismo ed appendicite si scoprono la stessa malattia mortale; superstiti soccorsi in presidi umanitari continuamente sottoposti a sgombero d’ordine pubblico, accolti in “luoghi sicuri” contro cui piovono molotov ed ospiti di una accoglienza, a tratti, deumanizzante.

Gli altri, non si nascondono più “nel ventre delle navi e in fuga dalla luce del giorno, in agguato nel buio cercando di intrufolarsi nelle nostre case e cercare rifugio nelle nostre cantine o soffitte polverose [2]" ma nei Cie, negli Hotspot, nei Cara, nei Cas, nei campi (di concentramento, di internamento, di smistamento di flussi migratori), circuiti impermeabili, che in regime di biopotere permettono l’attivazione “della funzione omicida dello Stato”. Come tutti I dispositivi disciplinari, i centri di accoglienza sono estensione di un diritto d’asilo, formalmente convenzionato ma sostanzialmente parziale, debole, limitato e leggero, per cui il concetto di legalità può riferirsi al corretto lavaggio settimanale delle lenzuola mentre quello di illegalità al non apprezzare di buon gusto il cibo somministrato su cui associazioni e mafie capitalizzano, non apponendo firma alla distribuzione.

È un’accoglienza che ammonisce, sanziona, disciplina, dimette, predispone avvisi, notifica provvedimenti, avvia procedimenti, revoca, espelle, respinge, clinicizza il sociale, disintegra. Un’accoglienza che, in nome di valori educativi e in direzione della costruzione di una società più consapevole e comprensiva, produce conflitto, come se fosse una carneficina vitale, necessaria e costituente, attraverso rapporti coercitivi e punitivi che crea malati ed indecorosi, panico e sofferenza sociale, adatti alla propaganda sicurezza e al tranquillo razzismo.
Operatori, restiamo umani quando la validità delle buone pratiche, nelle nostre responsabilità, è riferita solo alle certificazioni presenze, alle consegne dei kit vari, alle schede telefoniche-pocket money, al servizio di lavanderia e di mensa, alla rinominazione dei file e della loro risoluzione in jpeg o pdf per inoltrare agli organi governamentali.

Restiamo umani di fronte ad un diritto d’asilo continuamente privatizzato e affidato a grandi istituzioni, a piccoli comuni e in ultimo, a singoli individui, uomini soli, “ufficiali pubblici”, i responsabili della stessa struttura di accoglienza e primi promotori del percorso di integrazione. In una struttura che scioglie ogni familiarità e che cancella dall’orizzonte qualsiasi relazione umana, per cui controllori da una parte e dall’altra controllati, rivoltoso è “l’uomo che dice no”, non “eminentemente governabile” o chi, per una firma in meno o per un oblio in più, si oppone o non si adegua al patto stabilito, prendere o lasciare. Restiamo umani in questa società massacrante perché “il fattore chiave per determinare la riuscita dell’integrazione di gruppi di immigrati non sta nella differenza di culture che intercorrono fra il paese di origine e quello di destinazione, bensì dalle politiche di accoglienza [3]”.

In queste strutture, prive degli strumenti necessari per incidere significativamente nella vita dei soggetti che intende tutelare, la decisione di una sola persona comporta la revoca dal circuito di accoglienza, la possibilità di una residenza, il rinnovo o il rilascio delle stesso permesso di soggiorno per I richiedenti asilo ed anche e non da ultimo, la definizione di legalità ed illegalità come risultato di un costrutto a-sociale. Allo stesso modo, seguendo una metodologica de-centralizzazione del potere, uno scoppio di risata può diventare una segnalazione di cattiva condotta e una crisi di nervi simboleggiare una soggettività aggressiva, da debellare, costi quel che costi, in nome della sicurezza e secondo gli ordini ricevuti, in assenza di una rete di psicologi, medici e assistenti sociali esterni alla struttura, di una valida etnopsichiatria e di percorsi terapeutici e curativi. Di fronte a situazioni emergenziali, “Il problema era: bisogna in ogni caso internare il soggetto; ma quale sarà l’internamento più sicuro: in prigione o all’ospedale? [4]”. Restiamo lontani da questi processi di criminalizzazione e stigmatizzazione, manifestazioni di un diritto d’asilo debole, dove la giustizia è distribuita in base ad una precisa scala di potere, che va dagli attori transnazionali sino agli attori subnazionali, possidenti di una eguale autonomia di decisione sulla vita e sulla morte di una umanità in fuga. Restiamo umani quando, nel nostro lavoro, è più importante comunicare la conformità del pane e non una somministrazione di un trattamento sanitario, quando si costruiscono discorsi riguardo alla legalità e la sanità mentale delle persone attraverso pratiche selettive, esclusive, internanti e poliziesche.

Restiamo umani di fronte ai tanti processi di demonizzazione implicita, secondo cui loro sono meno umani di noi, da controllare, restringere ed ammonire, rimproverare ed osservare, monitorare, senza avvicinarsi troppo, perché mai fidarsi. Estranei ai processi di infantilizzazione per cui, se finiscono le forchette, non necessariamente quegli uomini adulti si scontreranno o si adireranno, sfuggendo alle meccaniche scientifiche e ritornando ad essere uomini. Restiamo lontani dall’assistenzialismo violento, per cui sono vietati gli allontanamenti dai centri, pericolosi, mentre gli si richiede autonomia e responsabilità. Restiamo umani davanti all’imbarbarimento e allo snaturamento del nostro lavoro, che ci vuole in poliziesco in vista della co-gestione, in uno spazio condiviso, non gerarchico, senza confini, aperto, in cui la libertà sia distribuita in maniera equa e la solidarietà organizzata.

Non avalliamo la deumanizzazione sottile avanzata dal precariato sociale secondo cui gli immigrati sono I nostri nemici, gli invasori, eterogenei, esclusi dall’omogeneità e dalla sovranità nazionale e, oggi come ieri, strumento privilegiato per creare una differenza sostanziale tra cittadini ed outsider dissolvendo ogni ipotesi di integrazione civica che sola si struttura sulle singole esperienze migratorie. Rinunciamo, abitanti nella società dell’indennizzo, alle diffuse forme di integrazione indirette svolte da privati sociali o caporali che servono solo a perpetuare forme di isolamento e di ghettizzazione alle quali corrisponde un diritto sociale restrittivo, secondo gli approcci neo nazionali. Queste logiche discriminatorie cristallizzano le identità, le programmano, le meccanicizzano e, così, il migrante compie sempre gesti ripetitivi, abita sempre gli stessi non luoghi e crea sempre gli stessi problemi, non è né uomo né donna, ma è solo un immigrato, senza dimensioni e spessore individuale.

Coltiviamo, invece, l’impegno conoscitivo verso questi ragazzi, quelle donne e quei bambini, ibridi, nella cui esistenza è la “confutazione del carattere indispensabile della cultura per gli […] individui e soprattutto lo sciandolo ancora più grande […] qualcuno ha operato un assemblaggio di culture diverse, insomma un ibrido, un meticcio [5]”. Attraverso l’esperienza relazionale, la reciprocità, la simpatia, il linguaggio, la conoscenza, creiamo contesti utili per la ricerca collettiva delle soluzioni e per una responsabilità rigenerativa, evitando I monologhi, che instaurano la relazione oppressori-oppressi. Tentiamo di trasformare lo straniero in vicino di casa, gli sbarchi in approdi; il mestiere d’immigrato in un’autentica soggettività sociale, l’emergenza in elemento naturale del passaggio della vita sociale.

Restiamo umani nella società dell’omicidio rituale, del massacro, all’indennizzo e dell’internamento dove il fatto che esista una diversità umana – sia essa personale, organica o sociale – è passibile di criminalizzazione, come di criminalizzazione è passibile chi ancora conserva elementi dell’umano. Resistiamo umani nelle meccaniche della tanatopolitica, sterili all’integrazione, alla fiducia e alla sensibilizzazione ma gravide di forme di animalizzazione, biologizzazione e meccanizzazione. Umani, “di fronte a colui che, pur non potendo essere sacrificato, è lecito uccidere senza commettere omicidio [6]"perchè “farsi sostituire per un atto morale, vuol dire rinunciare ad un atto morale [7]”.