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L’urlo dal ghetto di Rosarno

Nel ghetto condizioni drammatiche. E si vocifera di un possibile sgombero

31 luglio 2017

Un report del Collettivo Mamadou di Bolzano che sta portando avanti, all’interno del ghetto di Rosarno, un corso di alfabetizzazione e un monitoraggio sanitario. Tra condizioni drammatiche e un possibile imminente sgombero.

Bisogna essere chiari, fin dall’inizio. La tendopoli di San Ferdinando, meglio conosciuta come ghetto di Rosarno, insieme alle altre difficili situazioni abitative, campi containers, fabbrica e casolari occupati, è un maledetto inferno conficcato nella Piana di Gioia Tauro.
Ci sopravvivono in tanti, troppi. Fino a qualche anno fa la tendopoli, durante il periodo estivo, si svuotava perché in molti si spostavano, in una vera e propria transumanza, verso la Basilicata e la Puglia per raccogliere pomodori e pomodorini; ma con gli anni il numero dei braccianti è drasticamente aumentato a fronte di una diminuzione delle raccolte agricole dovuta, in particolare, al taglio costante dei prezzi dei prodotti (su tutti arance e pomodorini) voluto dalla Grande Distribuzione ligia alle regole del capitalismo rampante dove il prodotto surclassa lavoratori e ambiente. La frutta e la verdura che quotidianamente comperiamo negli ipermercati e perfino in alcuni casi nelle bancarelle [1] nascondono storie di sfruttamento, violenza, disumanità e morte. Nascondono la storia di Rosarno.

Dentro quella maledetta tendopoli ci entriamo oramai da quasi due anni e ogni volta ci rendiamo conto che non c’è fine al peggio. Il caldo calabrese decide di picchiare duro proprio il giorno del nostro arrivo, 42 gradi, altissimo tasso di umidità, tutto intorno incendi che emanano l’odore di una terra stuprata, devastata dai rifiuti, aggredita da un mare che puzza di plastica e petrolio; dietro il ghetto, a due chilometri in linea d’aria, svettano le grandi gru del porto di Gioia Tauro, crocevia del mercato della droga e delle armi dell’intera Europa. Ovunque immondizia a cumuli che rilascia miasmi tremendi. Le latrine a cielo aperto fanno il resto.

Una buona metà del ghetto è andata a fuoco tre settimane fa e, al nostro arrivo, il paesaggio è contornato da moncherini carbonizzati di baracche; nell’altra metà brulica la vita, in particolare nelle penombre a riparo dal sole cocente. I bazar adesso sono rimasti pochi e la "piazza" d’incontro resta il piccolo market da "Baifal". Un litro d’acqua fredda 40 centesimi, un panino 2 euro. Appunto, l’acqua; non tutti hanno i soldi per comprare le bottiglie e si ritrovano costretti a bere da piccole fontane della zona industriale, è acqua inquinata da metalli pesanti.

Quando inizia il nostro monitoraggio sanitario spieghiamo a tutti i ragazzi che i loro problemi gastrointestinali sono legati all’acqua sporca; tutti però, inesorabilmente, ci rispondono che non hanno i soldi per comperare bottiglie d’acqua ogni giorno e la fontana permette, a quel punto, di non morire di sete.
Da "Baifal", sotto un tendone blu di plastica, tra la puzza di cipolla e fagioli, continuiamo anche il corso di alfabetizzazione, questa volta con l’aiuto di alcune ragazze provenienti da diverse parti della Calabria; saranno loro a portare avanti i corsi dopo la nostra partenza.

Il ghetto è, in questo momento, sotto sgombero. Dopo l’incendio è partita in maniera frenetica la costruzione di una nuova tendopoli, a qualche centinaio di metri dal ghetto, la cui gestione è stata affidata alla Protezione Civile, pare per 10 anni; l’ennesima incapacità istituzionale nel mettere in campo politiche abitative di integrazione a fronte di un’ulteriore ghettizzazione che prevede una tendopoli recintata, video sorvegliata e controllata da guardie. Cosa ancora più scandalosa, i braccianti dovranno attenersi a regole ferree di entrata e uscita, dopo le 20 chi è fuori resta fuori. Il tutto al modico costo di 460 mila euro l’anno, minimo. In Calabria "minimo" equivale spesso e volentieri al doppio o al triplo. Elargizione di denaro ad "amici" in una situazione che resterà drammatica e che sarà destinata a peggiorare nei prossimi mesi. Oltre alla nuova tendopoli, che potrà contenere al massimo 400 braccianti, è già stato allestito un capannone in disuso come dormitorio per circa 150 altri braccianti.

I punti interrogativi, a cui purtroppo non abbiamo ancora trovato delle risposte chiare, restano. In base a quale criterio saranno scelti i migranti che dovranno vivere all’interno della nuova tendopoli? Che fine faranno gli altri? Cosa succederà quando all’inizio della stagione agrumicola la zona industriale di San Ferdinando si ripopolerà di almeno 3000 altri braccianti?
Ed è proprio per dare risposta a questo che abbiamo deciso, come Collettivo, all’interno della campagna Overthefortress, di restare a Rosarno per monitorare quello che succederà nei prossimi giorni opponendo allo sgombero i nostri corpi e la nostra voce!