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Sono venuto in Grecia per sfuggire all’incarcerazione in Iran, ma ora mi rendo conto che l’Europa è peggio

Arash Hampay, The Independent - 11 luglio 2017

4 agosto 2017

Link all’articolo originale (ENG)

In inverno, a Moria, la gente di notte moriva di freddo e di fame, gelando nelle tende sottili per mesi e mesi. Ho visto una madre e una figlia bruciare vive in un falò davanti ai miei occhi.

Sono abituato a veder calpestare i miei diritti umani. Sono stato torturato dalla polizia nelle prigioni, da Teheran a Istanbul. Ma il trattamento che qui ed ora ci riserva l’Unione Europa mi ha scioccato. Infatti, per via dello sciopero della fame, in Iran potevamo avere accesso alle cure mediche che invece ci sono state negate dalle autorità greche.

Come osano parlare la meravigliosa lingua dei diritti umani? Come osano parlare di umanità e di legge e di democrazia? Come osano condannare le violazioni dei diritti umani negli altri Paesi, quando loro stessi stanno violando i diritti umani?

La polizia paramilitare iraniana ha sparato e ucciso mio padre una ventina di anni fa, dopo che era stato licenziato perché manifestava per condizioni migliori. Non appena sono cresciuto abbastanza, ho cominciato a lavorare con la mia organizzazione per i diritti umani, l’Hamyaran-E-Mehrandish Association, per fornire medicine, abiti e cibo ai lavoratori bisognosi come mio padre.

Ma solo perché ho preso parte ad attività umanitarie e ho intervistato qualche iraniano bisognoso con la telecamera, il regime mi ha accusato di formare un gruppo politico illegale. Sono stato mandato in prigione con la vaga accusa di “insultare il Leader Supremo dell’Iran” e di “propaganda contro il regime dell’Iran”.

In prigione sono rimasto in isolamento per sei mesi e sono stato picchiato brutalmente, ho perso i denti e mi hanno rotto i tendini. Ho subito cinque simulazioni di esecuzioni e mio fratello è stato assassinato dal regime. Una volta rilasciato, sono stato picchiato in strada da poliziotti in borghese, che hanno confiscato e distrutto la fotocamera, che conteneva il lavoro di una vita. Quando mi hanno minacciato di ricevere una sentenza di quindici anni di prigione, sono stato costretto ad abbandonare la mia famiglia e la mia terra.

Io e mio fratello Amir veniamo dall’Iran, e i nostri compagni di sciopero della fame vengono dall’Iraq e dalla Siria, ma siamo tutti venuti in Europa per cercare protezione: alcuni scappavano dalle bombe e dai terroristi, altri dalla violenza omicida di governi totalitari. Ma le autorità greche ci trattano come criminali. Filo spinato e prigioni non sono la cosa giusta per i rifugiati.

Dal giorno in cui siamo scappati dall’inferno dei nostri Paesi e siamo diventati rifugiati in Europa, abbiamo sofferto le più dure torture psicologiche. Siamo stati umiliati e picchiati dalla polizia. Ci hanno negato il diritto al lavoro, e se lavoriamo veniamo sfruttati.

Siamo stati letteralmente spogliati della dignità di esseri umani. In inverno, a Moria, di notte la gente moriva di freddo e di fame, gelando nelle tende sottili per mesi e mesi. Ho visto una madre e una figlia bruciare davanti ai miei occhi in un falò. Le autorità hanno visto le nostre famiglie morire di fianco a noi e non hanno fatto niente, a parte cercare di rimpatriare illegalmente mio fratello.

Siamo fratelli, siamo arrivati lo stesso giorno e siamo entrambi attivisti politici. Abbiamo vissuto le stesse esperienze. Eppure la sua richiesta di asilo è stata rifiutata, mentre la mia è stata accettata. Le autorità hanno cercato di rimpatriarlo mentre stava facendo appello alla richiesta e, insieme agli avvocati e all’UNHCR, siamo riusciti a farlo scendere dalla nave all’ultimo momento.

Ma da quel giorno è rimasto due mesi in galera, anche se non aveva commesso alcun reato. Allora 14 giorni fa abbiamo cominciato lo sciopero della fame, per richiedere il rilascio di mio fratello e di molti altri rifugiati come lui.

Ogni giorno che passa le nostre condizioni peggiorano. Per mio fratello e per gli altri tre che fanno lo sciopero della fame in prigione a Moria la sofferenza è particolarmente accentuata.

Quando ho fatto lo sciopero della fame nella prigione di Evin in Iran, gli amici e la famiglia potevano portarci sale e acqua per non farci morire di fame. Questi principi di base sono negati a chi fa lo sciopero della fame nelle celle di Moria.

Non possono avere né sale né zucchero da mettere nell’acqua per prevenire il rapido deterioramento delle loro condizioni di salute. La polizia ha proibito ai visitatori di portare questi beni di base, e non sono ancora stati visitati da un medico.

Nella mia veglia solitaria in centro, sono stato abbastanza fortunato da ricevere visite della polizia: mi molestano di continuo e mi portano alla centrale, ci portano lontano dal centro e requisiscono i telefoni dei miei amici. Perfino il vice sindaco mi prende in giro, strappa le fotografie di mio fratello e dei miei amici e mi dice che non sono bene accetto e che dovrei andarmene.

Alla fine ho trovato una cosa in comune tra me e il sindaco, la polizia e la corte. Siamo tutti d’accordo che i rifugiati dovrebbero essere in grado di lasciare questo Paese.

La mia richiesta all’UE non è né estrema né illogica: che vengano rispettati tutti e 31 gli articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Rispettate le vostre promesse e le vostre leggi.