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“Siamo davvero noi il problema?” chiedono i gruppi di sostegno che salvano i migranti

Fanny Carrier, Digital Journal - 5 luglio 2017

4 agosto 2017

Link all’articolo originale (ENG)

Le organizzazioni private che soccorrono i migranti dalla Libia hanno rigettato l’idea di creare un “codice di condotta” da seguire, affermando che i ministri europei che affrontano la crisi stanno reagendo nel modo sbagliato.

Domenica scorsa Italia, Francia e Germania hanno partecipato ad una “cena di lavoro” per preparare il terreno a un piano di sei punti volto ad affrontare il più grande fenomeno migratorio dalla Seconda Guerra Mondiale, che giovedì dovrà essere sottoposto ai ministri dell’interno europei nel corso di un meeting a Talinn.

In cima alla lista, il codice per regolare le operazioni in mare al largo della Libia, dove la guardia costiera italiana, le forze europee di pattugliamento dei confini e le organizzazioni non governative (ONG) salvano i migranti che tentano la rischiosa traversata.

Quasi una dozzina di navi di sostegno privato controlla le coste della Libia dal 2015.
Secondo la guardia costiera italiana, nel 2016 hanno effettuato il 26 per cento dei salvataggi, e quest’anno hanno raggiunto il 35 per cento.

Per questo, sono state accusate di fare da calamita, perché operanti troppo vicino alla costa libica.

Per tutta risposta, le organizzazioni interessate affermano che se non attuassero le operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) metterebbero in pericolo le vite di molti, poiché i trafficanti abbandonerebbro i migranti in mare in imbarcazioni sempre meno idonee a navigare, con poco carburante e poca acqua.

L’ONG maltese MOAS ha dichiarato martedì ad AFP di essere “molto perplessa” riguardo la proposta di un codice di comportamento, dal momento che tutti i salvataggi nel Mediterraneo sono automaticamente coordinati dal un centro di comando a Roma (Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo).

- “Il codice esiste già” –

Anche Ruben Neugebauer, il portavoce dell’ONG Sea-Watch, è perplesso: “C’è già un codice di condotta in atto – si chiama diritto internazionale del mare”.

SOS Mediterranée, che ha di recente ricevuto un premio UNESCO per la pace per il suo impegno nel salvare vite umane, ha detto di essere “sorpresa dal fatto che la prima risposta dai leader europei a una crisi umanitaria di tali dimensioni sia un codice di condotta per le ONG.”

A maggio 2017, il comandante della Guardia Costiera italiana, Vincenzo Melone, ha appoggiato i gruppi di soccorso marittimo nel corso di un’audizione a Roma con la commissione parlamentare di inchiesta sui migranti che indaga sulle possibili connessioni tra le ONG e i trafficanti di uomini libici.

“Stiamo affrontando una tragedia di incredibili dimensioni… (ma) la soluzione non è nel mare,” ha affermato. Dal 2014 la guardia costiera ha coordinato il salvataggio di più di 590.000 migranti, mentre più di 14.000 sono morti o probabilmente annegati.

La guardia costiera tiene dei meeting a Roma con le ONG per favorire il coordinamento, il prossimo è previsto per il 13 luglio.

Non esiste anarchia tra le organizzazioni di soccorso, l’anarchia è in Libia, un Paese privo di strutture statali degne di questo nome, dove sta proliferando il traffico di esseri umani su larga scala,” ha affermato la vice presidente di SOS Mediterranée, Sophie Beau.

- “Abbiamo bisogno di più navi” –

“È l’UE ad aver bisogno di un codice di condotta”, ha sostenuto su twitter Oscar Camps, direttore della spagnola Proactiva Open Arms.

Ha sottolineato la campagna in corso contro le ONG, che svia l’attenzione dalla crisi che ha colpito la Libia o dai reali motivi dietro al movimento migratorio di massa, persone in fuga dalla guerra o dalla fame, gettando fango sui soccorritori.

“Siete un fattore di attrazione, siete in combutta con i trafficanti, siete finanziati dalle mafie, siete i taxi del mare, chiuderemo i porti’,” ha detto citando le critiche.

“Siamo davvero noi il problema?” ha chiesto.

I media italiani hanno sostenuto che il codice di condotta proibirebbe alle ONG di navigare vicino alle acque libiche o di comunicare con i trafficanti, compreso l’utilizzo di qualsiasi tipo di segnale luminoso che potrebbe attirarli.

Le ONG hanno risposto che la regolamentazione per smettere di navigare vicino alla Libia sarebbe difficile da applicare in acque internazionali, e ha sottolineato l’importanza di utilizzare i segnali luminosi per cercare uomini, donne e bambini che rischiano di annegare al buio.

Il codice potrebbe anche includere l’obbligo di avere un ufficiale di polizia a bordo delle navi di sostegno. Le ONG hanno risposto che questo andrebbe contro i loro principi umanitari.

“Ma se la polizia vuole venire con le proprie navi è la benvenuta. Abbiamo bisogno di più navi per salvare vite umane”, ha detto.