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L’Hotel City Plaza di Atene: autogestione e solidarietà alla base di un sistema alternativo di accoglienza

di Giovanni D’Ambrosio*, volontario del City PLaza

19 agosto 2017

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Atene - L’hotel City Plaza non è un hotel, anche se alcuni lo definiscono il migliore hotel d’Europa.
É un edificio anonimo e moderno, poco diverso da quelli che si trovano nel resto del centro di Atene.

A prima vista può sembrare un albergo come molti altri, e non poche volte è capitato che qualche ignaro turista entrasse per chiedere una stanza rimanendo piuttosto perplesso e sconcertato di fronte alla risposta che gli veniva data.

Entrando dalla porta principale si accede alla reception, fulcro logistico della vita quotidiana del City Plaza. Oltrepassandola ci si dirige verso gli spazi comuni, cuore della vita sociale di questa eccentrica comunità che mi preparo a presentare.
Questi spazi sono fondamentalmente due e sono posti l’uno di fronte all’altro.

Girando a sinistra si entra nel bar, immerso in una nuvola perenne di fumo; a destra invece si apre l’ampia sala da pranzo cosparsa di grandi tavoli rotondi e innumerevoli sedie. Accanto alla sala da pranzo, appeso su una porta un cartello colorato rivela la presenza di un “Kid’s Corner”, dalla cui parte opposta si sentono risuonare grida, risate e pianti dei bambini impegnati a giocare in quello spazio dedicato solo a loro. Salendo le scale e muovendosi verso i piani superiori si trovano invece le stanze private dei residenti del City Plaza.

I corridoi, in cui è facile sentire profumi e musiche di paesi lontani, si susseguono fino al settimo piano, dove, superando l’ultima rampa di scale oltre i piani abitati, si accede ad una grande terrazza. Facendo attenzione si possono notare i segni dell’antico uso a cui era stato destinato: un bancone, un listino dei prezzi (cari) rivelano la presenza di un bar. Data l’altezza modesta delle case di Atene lo sguardo può abbracciare l’intera città. Il Partenone svetta incastonato sull’Acropoli, poco lontano emerge dalla città la collina di Licavetto con la sua chiesa ortodossa costruita sulla cima, e, nei giorni più nitidi, allargando la vista verso l’orizzonte, si può vedere il mare e il porto del Pireo con il suo via vai di navi merci e traghetti.

Da più di un anno a questa parte però, questa terrazza con vista sull’Acropoli non ospita più turisti accaldati in cerca di distrazioni. Oggi questo è il tetto del Refugee accommodation and solidarity space City Plaza, un’occupazione abitativa autorganizzata che da casa a circa quattrocento migranti provenienti dai paesi di mezzo mondo.

Non che prima di turisti ce ne fossero mai stati molti in realtà. L’edificio, abbandonato dalla crisi del 2008 in seguito alla decisione della proprietaria (una delle persone più ricche della Grecia) di non pagare più lo stipendio ai lavoratori dell’hotel e di dichiararne il fallimento, prende nuovamente vita il 22 aprile 2016.

Il Network for the political and social rights, composto da vari gruppi politici ateniesi, tra cui O.N.R.A., Anasynthesi e A.R.A.N., da vari anni impegnati nella difesa dei diritti dei migranti; dopo lunghi mesi di preparativi e assemblee decide di occupare questo hotel decadente e abbandonato regalandogli un nuovo e decisamente più significativo ruolo. L’obiettivo è chiaro. Non è sufficiente rispondere all’emergenza umanitaria che ha coinvolto la Grecia con l’arrivo massiccio di profughi siriani dalla Turchia andando a tappare i buchi del sistema di accoglienza governativo. I mesi di discussioni precedenti all’azione hanno elaborato un nuovo ed originale modello di accoglienza totalmente gestito “dal basso”, un modello che punta a sostituire il sistema di mero assistenzialismo paternalistico proprio di certe ONG con qualcosa che invece si ispiri ad un principio di solidarietà, paritario ed orizzontale, promuovendo un’alternativa più che valida rispetto all’ottica emergenzialista fatta propria dal governo greco che si concretizza nella ghettizzazione dei rifugiati e dei cosiddetti migranti economici lontano dalle città, nella realtà dei campi profughi.

La volontà di agire di fronte alle centinaia di persone, anche intere famiglie, costrette a vivere nelle strade di Atene, si unisce così alla lotta attiva contro le politiche europee e governative di accoglienza, le deportazioni, la frammentazione delle famiglie, il trattato con la Turchia, la chiusura delle frontiere, la trasformazione della Grecia in una grande prigione a cielo aperto per migliaia di persone.

Descrivere il City Plaza Hotel non è semplice. È un organismo complesso e cangiante. Un esperimento ambizioso di coabitazione e di autogestione. Basta salire e scendere le scale dei vari piani, sedersi nella sala da pranzo durante l’ora dei pasti o andare a bersi un caffè nel bar per notare che un intero mondo in miniatura si muove e si sviluppa all’interno di questo edificio. Di questa complicata comunità fanno parte circa 400-450 persone, di cui più di 150 bambini, provenienti da una decina di paesi.

Dalla nascita del progetto i flussi migratori sono cambiati. Se all’inizio vi erano principalmente siriani e afghani, ora, che la rotta attraverso la Turchia per la Grecia è sempre più gettonata grazie ad un fiorente traffico di esseri umani, si contano persone e famiglie dal Marocco, Tunisia, Uganda, Etiopia, Eritrea, Somalia, Palestina, Libano, Iraq, Iran, Pakistan, Turchia e, ovviamente Siria e Afghanistan.

Ma queste non sono neanche le uniche nazionalità che si aggirano per il City Plaza. Dall’Europa all’America, dall’Asia all’Africa un movimento di attivisti, volontari o viaggiatori casualmente capitati in questa situazione e decisi a dare una mano rendono possibile la costruzione e il proseguimento di questo progetto. Così la comunità si arricchisce continuamente di facce, storie ed esperienze nuove che permettono ogni giorno, poco a poco, l’abbattimento di pregiudizi e la costruzione non solo di fantasiosi quanto effimeri ponti tra culture, ma di vere e proprie amicizie. La divisione tra rifugiati e non, tra europei e non, viene sostituita dalle relazioni reali tra persone magari diverse, magari simili.

Giorno dopo giorno la concretezza di questi legami logora la convinzione negli stereotipi indotti dalle rispettive società di provenienza. Tra partite a pallone e giornate passate in spiaggia o al parco con le famiglie; tra feste improvvisate per celebrare, con uno strano miscuglio di gioia e tristezza, la partenza di qualcuno e serate passate a bersi un bicchiere al solito bar di Exarchia, si costruisce senza quasi rendersene conto una comunità davvero originale ed esemplare.

Il numero di rifugiati presenti all’interno del centro non è casuale. La struttura, un hotel abbandonato, permette di offrire ad ogni famiglia una stanza e quindi un certo grado di privacy e di tranquillità. La volontà è infatti di non riproporre il sovraffollamento o le condizioni di vita disastrose e vergognose dei campi profughi offerte dal governo greco o dalle ONG incaricate di gestirli, ma di offrire uno spazio accogliente, rilassato, sicuro, dove poter condurre una vita dignitosa in un periodo critico della propria vita. Questo tipo di accoglienza alternativo si fonda su un sistema di gestione collettiva delle decisioni interne e sull’idea del lavoro condiviso.

Diverse assemblee politiche e pratiche scandiscono la vita del City Plaza. Una volta a settimana il Solidarity Meeting si riunisce per gestire e risolvere i lavori o i problemi che possono emergere nel quotidiano. Gruppi meno numerosi si riuniscono in seguito per organizzare le donazioni, la cucina, le pulizie, le lezioni di lingua per bambini e adulti, le attività per i ragazzi o lo spazio dedicato alle donne. La cucina, le pulizie e tutti gli altri lavori ordinari sono divisi in turni che coinvolgono sia i volontari che i rifugiati. I lavori da fare sono molti, per questo i muri del bar sono affollati da numerosi cartelli e avvisi su cui sono scritti i turni in cui sono divise le varie attività o i lavori ordinari o straordinari che bisogna svolgere quotidianamente e su cui bisogna segnare il proprio nome.

Due magazzini, anch’essi gestiti in maniera collettiva, si occupano di distribuire rispettivamente i beni di prima necessità (carta igienica, sapone, pannolini, detersivo ecc.) e i vestiti che arrivano grazie alle donazioni. All’interno è attiva anche un’infermeria operativa con l’aiuto di medici ed infermieri volontari che riesce a far fronte ad incidenti o imprevisti che possono capitare. Al settimo piano, sempre grazie al lavoro dei volontari, è attiva tutti i giorni una scuola di inglese per adulti e per ragazzi, con vari orari a seconda del livello di conoscenza della lingua. Da gennaio esiste anche uno spazio dedicato e gestito interamente dalle donne. Lo spazio è pensato come luogo di incontro e socialità tra donne, utile anche per rilassarsi e allontanarsi un po’ dai figli che, per decisione unanime, al di sopra dei tre anni non sono ammessi all’interno della stanza invogliando così i mariti a prendersene cura.

Il sistema governativo di accoglienza, sovvenzionato e fortemente voluto dall’Unione Europea, è al collasso. I campi, sorvolando sulla totale mancanza di sicurezza interna e sulle condizioni di vita in cui sono costrette a vivere migliaia di persone, sono pieni. Chi riesce a entrare all’interno del sistema, ottenendo un posto in un campo o in un programma abitativo dell’UNCHR e accedendo così alla piccola somma di denaro che ogni mese viene versata su una speciale carta che viene loro donata, è da considerarsi ormai un privilegiato.

Negli hot-spots sulle isole, vere e proprie carceri, la situazione è talmente disastrosa che periodicamente arrivano notizie di rivolte, scioperi della fame, e anche casi di suicidio. Il programma di ricollocamento, presentato come la soluzione europea alla crisi umanitaria che la Grecia sta vivendo, non ha raggiunto neanche la metà dei numeri che aveva promesso. E comunque vi possono accedere solo siriani e iracheni. Addirittura la riunificazione familiare viene ostacolata. Sono magari cinque, dieci o venti i passaporti rilasciati ogni mese, senza i quali non è possibile lasciare legalmente il paese per ricongiungersi con i propri cari.

All’interno di questo caos altri migranti continuano ad arrivare e Atene si riempie di persone che dormono per strada. Al City Plaza, ogni giorno, arrivano minimo tre richieste per ottenere una stanza. La maggior parte di queste richieste arriva da famiglie che sono state rifiutate dai campi e non hanno nessun posto dove andare. Basta scorrere la lunga lista d’attesa, in cui vengono segnate tutte le informazioni necessarie per valutare il grado d’urgenza della situazione di chi ha bisogno di una stanza, per notare che praticamente tutte le caselle della sezione “stato attuale di residenza” sono riempite con la scritta street, strada. Decine di fogli così. Appena si libera una stanza si riunisce un’assemblea ristretta che decide, in base all’emergenza delle situazioni personali delle persone che hanno fatto richiesta, a quali uomini, donne, famiglie dare una stanza e a chi no.

Purtroppo il City Plaza, proprio a causa del modello di accoglienza che propone e del suo carattere libero e militante in difesa dei diritti dei migranti, subisce costanti attacchi politici e mediatici.

La proprietaria dell’edificio, dopo averlo lasciato in stato di completo abbandono per anni, ha iniziato una battaglia legale contro gli occupanti finita, un paio di mesi fa, con un’ingiunzione di sgombero che potrebbe portare la maggior parte dei 400 residenti della struttura, non registrati nel sistema dei campi ormai vicino al collasso, a vivere semplicemente per strada come altre centinaia, forse migliaia, di persone arrivate negli ultimi mesi ad Atene. I media vicini al governo proseguono dal giorno della sua apertura una campagna diffamatoria, pubblicando falsità di ogni genere: le condizioni igieniche ritenute “inaccettabili” in cui affermano versi l’edificio, la presenza di criminalità organizzata infiltrata e di trafficanti o addirittura affermando che i rifugiati per poter alloggiare nel City Plaza devono pagare una certa somma di denaro ogni giorno.

Il City Plaza è uno spazio aperto, e basta visitarlo per vedere che ciò che succede al suo interno è esattamente il contrario di quello che viene diffuso dai media governativi. Il pericolo di uno sgombero rimane comunque una presenza costante nella vita di questa comunità come di quella delle altre occupazioni abitative per rifugiati sorte qua e là nel centro di Atene. Nella città sono circa 3000 i rifugiati che vivono all’interno dei Refugee squats accommodations, un movimento nato dall’incontro tra attivisti e migranti che ha prodotto esperimenti di autogestione e di accoglienza alternativa estremamente originali.

Il City Plaza si sviluppa proprio da questo incontro. Tale progetto di autogestione, volto da un lato a costruire, giorno per giorno, una comunità solidale e dall’altro a proporre un modello di accoglienza alternativo e orizzontale sopravvive solo grazie alle donazioni e al sostegno e alla solidarietà di cui il City Plaza gode in Grecia e all’estero. Per contribuire attivamente alla costruzione e al mantenimento di questo spazio di pace e libertà si può partecipare alle varie campagne di raccolta fondi senza le quali tutto ciò non sarebbe possibile.
Fai una donazione:
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* Giovanni D’Ambrosio, è un volontario del City Plaza.
Studente di Antropologia delle migrazioni al primo anno della magistrale all’Università di Torino. Vive da 10 mesi ad Atene.
A Torino collabora con alcune associazioni che si occupano di migrazioni.

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