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Ceuta. Due porteadoras perdono la vita nell’ennesima “valanga umana”

Da inizio anno sono 4 le vittime accertate alla frontiera commerciale dell’enclave spagnola

29 agosto 2017

Il passo de El Tarajal, a Ceuta, torna a tingersi di sangue. Ieri mattina, infatti, al valico commerciale tra l’enclave spagnola ed il Marocco ha avuto luogo l’ennesima tragedia annunciata.
Touria Baqali e Karima Rmili, rispettivamente 34 e 43 anni, questi i nomi delle due donne porteadoras che ieri, alle prime luci dell’alba, hanno perso la vita a seguito di una delle tante avalanchas (“valanghe umane”) che, ormai da troppo tempo, si susseguono incessanti alla frontiera tra i due territori.

Originarie di due piccoli villaggi dell’entroterra marocchino (Kenitra e Chaouen), entrambe vivevano stabilmente a Fnideq (Castillejos in spagnolo), città marocchina prossima al confine con Ceuta, dalla quale tutti i giorni, alle prime luci dell’alba, partivano alla volta dell’enclave spagnola per accaparrarsi qualche carico di mercanzia da rivendere ai piazzisti del regno alawita. Decine di chilometri, attese estenuanti protratte per ore ed ore, il volto segnato ma fiero, imperturbabile anche dinanzi ai tanti insulti e alle frequenti violenze subite da parte degli agenti di stanza alla frontiera. Tutto per poche decine di euro al giorno, e tutto sperando di non cadere nel bel mezzo della calca e finire letteralmente pestate dalla marea umana delle proprie compagne.

Scene del genere non sono un evento sporadico al Tarajal, tutt’altro. Sono la “normalità” delle cose. Sono un qualcosa che sai per certo potrà accadere, in qualsiasi momento di ogni santo giorno. Una porteadora tutto questo lo sa bene, è la gravosa consapevolezza insita nel suo lavoro quotidiano. È il carico di angoscia che tutti i giorni, uno dopo l’altro, si trascina dentro assieme al carico di merci che porta sulle spalle. Come se il macigno materiale non bastasse.

Ieri mattina al Tarajal si è avuto subito il sentore che fosse successo qualcosa di grave. Non “la solita ressa”, non “il solito caos”. Le prime porteadoras che, fortunatamente indenni, sono riuscite a passare dal lato spagnolo del passo commerciale, hanno subito sparso la voce di un serio incidente, un incidente che a sentir loro doveva certamente aver provocato diversi feriti, se non addirittura qualche morto.

Per l’intera mattinata le autorità spagnole non hanno rilasciato dichiarazioni in merito.

Le prime conferme sull’accaduto sono arrivate da fonti dell’associazione ONDH Maroc (Observatorio del Norte de Derechos Humanos), una ONG molto attiva tra le enclave di Ceuta e Melilla e il primo entroterra marocchino. Queste hanno confermato che, a seguito della calca registratasi al Tarajal alle prime luci dell’alba, diverse donne porteadoras risultavano ferite, alcune in condizioni ritenute gravi. Touria e Karima sarebbero state subito trasportate all’Ospedale della vicina città marocchina di Fnideq, dove poco dopo sarebbero morte a causa dei gravi traumi riportati nell’incidente. I corpi delle due donne sarebbero quindi stati trasferiti all’Ospedale Generale di Tetouan, mentre in un secondo momento l’autorità giudiziaria ne avrebbe disposto il trasferimento a Tangeri, ove nei prossimi giorni avranno luogo le autopsie. Altre quattro donne porteadoras sarebbero tuttora ricoverate a Fnideq a causa dei seri traumi riportati nella calca.

L’ennesima tragedia annunciata

Il “nuovo” passo del Tarajal, battezzato col nome “Tarajal II”, è stato inaugurato il 27 febbraio di quest’anno in seguito ad un ampliamento del vecchio valico commerciale, ritenuto ormai obsoleto e perciò troppo insicuro per reggere l’andirivieni delle migliaia di persone che quotidianamente animano l’economia frontaliera. La nuova infrastruttura è stata ideata in modo da tenere separati gli accessi per pedoni e veicoli, dividendo ulteriormente l’accesso pedonale in file per uomini e file per donne. Una modifica effettuata, a detta delle autorità, al fine di rendere più fluido - o apparentemente (solo) meno inumano - il transito delle porteadoras, nell’ottica per la quale riservare loro delle corsie ad hoc, in modo da abbassare i tempi dell’estenuante attesa dalle consuete 8-10 ore ad “appena” 4 o 5, potesse bastare.

Viceversa, l’apparente tentativo di porre finalmente un ordine al caos si è rivelato un completo buco nell’acqua. Le “valanghe umane” hanno continuato ad avere luogo, e allo stesso modo si sono perpetuate la confusione nelle modalità del transito e l’arbitrarietà degli agenti di stanza al Tarajal. Non pare azzardato affermare che le condizioni del porteo, da allora, sembrano essere addirittura peggiorate.

Dalla sua inaugurazione, il Tarajal II è rimasto aperto una sola settimana, per essere chiuso dalle autorità marocchine subito dopo. Il 14 marzo c’è stata una nuova apertura, e per tutti i giorni seguenti si sono verificati incidenti più o meno seri.

Nella sola mattinata del 23 marzo al passo del Tarajal si è registrata un’affluenza di circa 5.000 porteadoras. Suad el Jatabi, una giovane donna di 22 anni, era tra loro. Era una di loro. Nell’istante in cui la situazione si è fatta drammaticamente concitata, Suad è rimasta schiacciata dalla parte marocchina del valico commerciale, calpestata da decine e decine di persone. Suad quel giorno è riuscita a tornare a casa sulle proprie gambe, nonostante i traumi pesantissimi riportati nell’incidente. Tre giorni dopo è stata trasportata all’ospedale di Fnideq e da lì, per l’estrema gravità delle sue condizioni, all’ospedale di Tetouan, dove sarebbe morta di lì a poco. Neanche un mese dopo, il 25 aprile, un’altra donna porteadora è morta al passo del Tarajal. Il suo nome non è mai stato reso noto. Di lei si è saputo solo che aveva 54 anni e ha lasciato 6 figli.

In seguito a quest’ultimo episodio il Tarajal rimase chiuso per circa una settimana. Alla sua riapertura la quotidianità del porteo ha continuato a scorrere come sempre, tra calche più o meno soffocanti e giorni di relativa distensione. Non appena si avvertiva il sentore di una situazione di maggiore pericolo, non appena si aveva la percezione che gli eventi potessero precipitare, le autorità procedevano automaticamente a nuove chiusure. Come è accaduto nella prima metà di giugno quando, alla riapertura del valico dopo una settimana di sospensione del transito, le autorità marocchine furono repentinamente costrette a disporne una nuova chiusura: in quell’occasione, in una sola mattinata si erano accalcate nei pressi del Tarajal circa 20.000 persone, tutte con la sola speranza di entrare a Ceuta e rifornirsi di merci dopo giorni di inattività.

È in questa precaria situazione di costante bilanciamento tra tensione e distensione che si è arrivati fino a ieri.

L’unica alterazione di questo equilibrio si è registrata proprio nei primi giorni di questo mese. Lo scorso 7 agosto 187 migranti sono riusciti ad entrare nell’enclave di Ceuta non come al solito, scavalcando le barriere metalliche che per chilometri cingono il perimetro della città ma, molto più semplicemente, camminando sulle proprie gambe attraverso le cancellate del valico commerciale del Tarajal. Una modalità talmente sorprendente e inattesa, per le autorità spagnole, che hanno reagito disponendo unilateralmente l’ennesima chiusura del passo di frontiera. Si è trattato in assoluto della prima chiusura motivata da ragioni che nulla hanno a che vedere con la “sicurezza” delle porteadoras: in questo caso bisognava “predisporre nuove misure di vigilanza e contenimento” di quell’”enorme” pressione migratoria che dai monti vicini all’enclave sembrava stesse per assediare, da un momento all’altro, le “indifese” frontiere ispano-europee. Per molti giorni circa 300 porteadoras sono rimaste letteralmente “accampate” nei pressi del valico, giorno e notte, nella spiaggia adiacente o nei pochi posti ombrati al di sotto delle mura che la delimitano, nella sola speranza che il Tarajal potesse improvvisamente riaprire per consentire loro di portare a casa quei pochi euro che, per moltissime, costituiscono l’unica entrata del nucleo familiare.

Il Tarajal ha riaperto i propri cancelli giusto ieri mattina. Neanche il tempo necessario ad accorgersene e già si contano nuove vittime. Ancora due vittime. Il bilancio, dall’inizio di questo 2017, è (finora) di 4 donne morte. A queste vanno aggiunte Zhora e Bushra, entrambe porteadoras, entrambe morte nel 2009 nelle medesime stesse circostanze raccontate sopra.

Tutte morte a causa delle condizioni estremamente disumane nelle quali queste donne sono tuttora costrette a svolgere il proprio lavoro. Come se 8 anni fossero passati invano.

Nel tentativo di riaccendere i riflettori su queste questioni e portarle al centro del dibattito pubblico, lo scorso novembre l’APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía) ha lanciato la campagna “Porteadoras: La Injusticia a la Espalda”, diffondendo contestualmente un lungo e dettagliato rapporto (“Rispetto e dignità per le donne marocchine che trasportano merci alla frontiera tra il Marocco e Ceuta”, disponibile in italiano) nel quale spiega e denuncia le circostanze “assolutamente degradanti” del commercio atipico attraverso la frontiera di Ceuta, proponendo in calce allo stesso una serie di misure atte a migliorare la situazione.

A seguito delle due morti registrate nella scorsa primavera la stessa APDHA ha formalmente richiesto al Parlamento spagnolo l’insediamento di una commissione d’inchiesta che accertasse le responsabilità dell’accaduto. Inutile dire che tale richiesta è rimasta inevasa.

Tuttavia, dopo lunghi e costanti contatti tra la stessa organizzazione e alcuni gruppi parlamentari (Unidos Podemos - En Comú Podem - En Marea) si è giunti, il 28 giugno scorso, all’approvazione di una mozione che propone una serie di misure operative, fiscali ed occupazionali immediatamente attuabili e finalizzate proprio a correggere le storture del commercio atipico alle frontiere di Ceuta e Melilla, per ristabilire così, una volta per tutte, la tutela dei diritti umani delle porteadoras. Se tale mozione riuscirà a tramutarsi in un’effettiva proposta di legge si avrà modo di vederlo nei mesi a venire. È comunque indubbio che, anche alla luce di quanto accaduto ieri, il Governo di Madrid sia tenuto ad assumere una posizione definitiva in relazione all’intera questione, mettendo finalmente un punto ad anni di inerzia e rimpallo di responsabilità.

Proprio ieri gli eurodeputati spagnoli Albiol, Urbán e Marcellesi (rispettivamente di Izquierda Unida, Podemos e Equo) hanno incalzato la Commissione Europea a rispondere in merito alla precaria condizione delle donne alla frontiera con il Marocco. Gli stessi deputati diverse settimane fa avevano inoltrato una richiesta formale all’Esecutivo comunitario nella quale chiedevano che fosse calendarizzata una discussione parlamentare sulla “situazione di sfruttamento estremamente pericolosa e insostenibile alle frontiere esterne della UE”, questione certo più generale che però, tra i vari punti previsti, includeva anche il tema del commercio atipico nelle enclave spagnole. Anche qui, appare superfluo sottolineare come tale richiesta non abbia mai ricevuto risposta da parte delle istituzioni comunitarie.

Per i fatti di ieri le autorità marocchine hanno disposto l’apertura di un’indagine che determini le circostanze e le responsabilità che hanno portato alla morte di Touria e Karima. Dal canto loro, le autorità spagnole sembrano non essersi accorte di nulla.
Il passo de El Tarajal chiuderà i propri cancelli, per un’ennesima volta, nella giornata di domani, per riaprirsi al flusso incessante del commercio transfrontaliero il prossimo 18 settembre.

Chissà che non sia questa la volta buona in cui si deciderà finalmente di mettere un punto a tutto ciò. La sensazione rimane quella per cui alla fine sarà più facile continuare col giochino tensione-distensione, in fondo è pur sempre di “donne-mulo” che si parla (nomignolo col quale vengono definite in gergo le porteadoras), e si sa, per quanto forti siano, i muli da soli non hanno forza a sufficienza per spezzare una corda tanto spessa.