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Rosarno. La salute è un diritto fondamentale

Il report del monitoraggio sanitario di questa estate

7 settembre 2017

Il report di Chiara ed Elisa, studentessa di Scienze Infermieristiche e dottoressa, che assieme al Collettivo Mamadou hanno portato avanti un presidio sanitario estivo all’Interno del ghetto di San Ferdinando, Rosarno.

Di fronte a noi c’è un ragazzo di 25 anni, indossa una maglietta dell’Inter un po’ sgualcita, viene dal Senegal, è in Italia da 3 anni. “Continuo a vomitare” ci dice in francese. È l’acqua a farlo vomitare. Acqua giallastra che esce da una fontana accanto alla fabbrica abbandonata in cui vivono a decine, su materassi ammassati in stanzoni che odorano di sudore e immondizia.
Devi smetterla di bere quell’acqua”.
Non ho soldi per l’acqua in bottiglia”.
Il nostro intervento, come personale sanitario, si ferma lì, non esistono Linee Guida della Società Italiana Gastroenterologia che ti indichino come si cura la miseria.

La gran parte degli uomini del ghetto sono giovani, il loro organismo è ancora forte delle risorse necessarie a reggere agli insulti che arrivano dall’esterno, ma tanti già si stanno ammalando.
I tendini delle spalle sono infiammati e logorati dal lavoro nei campi e quasi scoppiamo a ridere all’idea di proporre provvedimenti terapeutici mentre visitiamo un bracciante, all’interno di una baracca di cartone. Anche solo proporre un periodo di riposo risulterebbe assurdo: i pochi che a luglio - in bassa stagione - riescono ad accaparrarsi qualche ora di lavoro, se la tengono ben stretta. Figuriamoci una qualsiasi terapia ospedaliera.

A tutti controlliamo la pressione arteriosa. Malgrado la giovane età molti presentano valori pericolosamente alti. Gli statunitensi lo sanno da decenni: l’ipertensione tende a essere più comune e più grave nei soggetti di etnia nera.
"La dieta è importante, diminuisca il sale, eviti i formaggi, i cibi pronti", discorsi che qualsiasi operatore sanitario ha ripetuto e sentito ripetere centinaia di volte. Quello che non sappiamo, però, è come si impone a un paziente una dieta a base di frutta e verdura fresche se nel posto in cui vive non c’è acqua corrente né elettricità, se gli manca un frigo e la cucina è sostituita da un angolino della sua baracca in cui stipa le scatolette di latta comprate al supermercato.

Dunque perché vogliamo parlare di sanità in un contesto come questo?
La situazione sanitaria è in diretta relazione con il contesto sociale, economico e politico in cui queste persone si ritrovano. Politiche di emarginazione, sfruttamento, razzismo e criminalità organizzata sono le responsabili dirette della condizione disumana che coinvolge i braccianti della Piana, costretti ad auto organizzarsi in micro-società escluse dalla vita cittadina e quasi fuori dal tempo e dallo spazio, come se si trovassero in quel posto solo per lavorare, o meglio, per essere sfruttati, sotto l’occhio dell’amministrazione locale, che guarda, ignora ed asseconda lo stato delle cose. Lo dimostra anche la costruzione di una nuova tendopoli adiacente a quella attualmente costruita dai braccianti: questa nuova struttura resta confinata in una situazione di emergenzialità che la Calabria conosce da decenni.

Vogliamo parlare di sanità perché si tratta di un diritto umano, inviolabile e innegabile ad alcun essere umano. Per i braccianti della Piana di Gioia Tauro questo diritto non esiste, assistenza e servizi che dovrebbero essere garantiti divengono inaccessibili.

La conseguenza è il diffondersi di condizioni patologiche che potrebbero essere facilmente eliminate agendo sulle cause primarie: igiene, acqua potabile, accessibilità alle cure, disponibilità di corrente e spazi adatti alla vita.
I disturbi che maggiormente abbiamo registrato sono di fatto disturbi gastro-intestinali, dolori muscolari ed articolari, difficoltà respiratorie, eruzioni cutanee di tipo allergico ed irritativo e problemi dentali. Infezioni come la scabbia e la tubercolosi, che non sono state contratte nei paesi di origine ma nel ghetto, dove si propagano grazie a condizioni igienico sanitarie scarse e sovraffollamento.
La mancanza delle più basilari condizioni igieniche, la scarsità di servizi e disponibilità economica e di relazioni sociale costringono i braccianti a mangiare cibi mal conservati, bere acqua inquinata e vivere in baracche fatte di cartone, plastica e rifiuti. Possiamo sì agire sui sintomi e cercare di guarire uno, due, dieci pazienti, ma una volta tornati alla vita di sempre il problema si ripresenterà presto, creando un circolo vizioso estenuante.

Il nostro intervento di fatto ha avuto lo scopo non solo di offrire assistenza sanitaria di base, ma anche e soprattutto la denuncia dello stato attuale di cose, un’azione e visione a lungo termine, che vada oltre la pura assistenza ed una presenza fisica effimera, ma creando intrecci e relazioni anche con i braccianti stessi, sostenendoli nell’essere soggetti attivi nel cambiamento del loro stato, a Rosarno come nelle altre realtà di sfruttamento, emarginazione e discriminazione.