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L’accoglienza dei migranti in Messico: il caso di Hermanos en el Camino

Tesi di laurea di Camilla Camilli, che ringraziamo

17 settembre 2017

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Università Ca’ Foscari
Venezia

Corso di Laurea magistrale in Antropologia culturale, etnologia, etnolinguistica
Tesi di Laurea

L’accoglienza dei migranti in Messico: il caso di Hermanos en el Camino

Relatore
Prof. Franca Tamisari

Laureando
Camilla Camilli

Anno Accademico
2016 / 2017

- Leggi la tesi

Photo credit: Ruben Figueroa

Introduzione

In questa tesi il mio oggetto di studio è il flusso di migranti che dal Centro America si dirige verso gli Stati Uniti e che attraversa il Messico. Il mio caso di studi è l’Albergue Hermanos en el Camino di Ixtepec (Oaxaca, Messico), un centro di accoglienza per migranti gestito da volontari e membri di organizzazioni religiose situato lungo la rotta migratoria.

Ho affrontato lo studio di questo fenomeno basandomi sulle opere di autori che hanno adottato differenti approcci: giuridico-amministrativo, politico, accademico, relativo alle associazioni umanitarie.

Questi sono stati poi integrati con quelli appartenenti ai volontari e ai migranti incontrati presso la struttura, nella quale ho svolto la ricerca sul campo dal 25 febbraio 2016 al 20 aprile 2016.

La maggior parte dei migranti proviene dal Guatemala, dall’Honduras e da El Salvador, paesi scossi dalla violenza e dalla crisi economica e sociale. Molti di loro appartengono alle classi più povere e mancano di un impiego lavorativo, o almeno di un salario che permetta loro di guadagnare abbastanza per mantenere la propria famiglia.

A questo si aggiunge il dilagare della violenza ad opera delle bande criminali centroamericane (maras) che hanno imposto un forte controllo sulle zone urbane minacciandone gli abitanti. Questi sono i motivi principali che li spingono a partire e ad intraprendere un lungo viaggio che li dovrebbe portare negli Stati Uniti.

Prima, però, devono attraversare il territorio messicano e lo fanno seguendo principalmente tre rotte. Queste ricalcano le rotte dei treni che per i migranti rappresentano un importante orientamento.

Dagli stati meridionali del Chiapas e di Tabasco partono due linee che si congiungono nella regione di Tierra Blanca (Veracruz), da lì i migranti hanno la possibilità di scegliere tre percorsi che li porteranno alla frontiera con gli Stati Uniti e che differiscono per lunghezza e pericolosità.

In passato utilizzavano La Bestia per muoversi, un treno merci considerato il mezzo più economico e veloce per raggiungere la frontiera settentrionale, ma anche il più pericoloso. L’applicazione del Plan Frontera Sur nel 2014, un piano di investimenti per le regioni meridionali, ha comportato una serie di cambiamenti nei flussi migratori.

La vita dei migranti prima della sua entrata in vigore si svolgeva con maggior velocità, sia lungo la rotta sia per quanto riguarda la loro presenza nelle strutture di accoglienza. Qui, infatti, rimanevano giusto il tempo per riposarsi, recuperare cibo e soldi per poi ripartire. Ora, con l’aumento dei controlli e il peggioramento delle condizioni di viaggio sulla Bestia, il loro cammino è rallentato e sono costretti ad attraversarlo soprattutto a piedi esponendosi al rischio di essere aggrediti dalle autorità corrotte, dalla criminalità organizzata e da altri delinquenti.

L’aumento della violenza ha spinto molti migranti a richiedere un permesso per regolarizzarsi. In tutto questo vengono supportati dai volontari degli albergues in grado di aiutarli. Questo comporta un prolungamento della loro permanenza in questi centri dovuta ai lunghi tempi della burocrazia messicana. Se prima si fermavano un paio di giorni, ora devono attendere almeno un paio di mesi prima di proseguire verso nord.

Un’altra conseguenza è stata l’aumento del numero di migranti in queste strutture, le quali arrivano a ospitare una media di centocinquanta migranti. Questo è il caso di Hermanos en el Camino, il quale, nel corso degli anni, ha visto modificare le proprie strutture interne, proprio a causa dell’elevato numero di migranti presenti al suo interno.

La prima legge interamente dedicata al tema della migrazione, la Ley de Migración, è stata emanata nel 2011 e permette ai migranti vittime di un delitto di ottenere un permesso temporaneo per ragioni umanitarie. A detta dei volontari che lavorano presso gli albergues, non sempre è garantita la sicurezza dei migranti dopo l’ottenimento del visto.

Con questo contributo ho voluto documentare un aspetto legato al fenomeno migratorio che investe il Messico, ovvero l’accoglienza dal punto di vista di un albergue, dei volontari che ci lavorano e dei migranti che lo attraversano.


Grazie alle interviste ai volontari e ai migranti incontrati presso Hermanos en el Camino ne ho compreso l’organizzazione interna e il funzionamento, quali attori entrano in gioco e il tipo di relazioni che si instaurano tra loro. Inoltre, attraverso le storie dei migranti ho potuto ricostruire una parte della rotta migratoria percorsa e quali sono stati i fatti accaduti lungo essa: l’utilizzo del treno La Bestia per spostarsi, i controlli dei funzionari della migrazione, le aggressioni e le estorsioni, i casi di sequestro, fino alle speranze racchiuse nei luoghi di destinazione. A questo si aggiungono le informazioni relative alle condizioni in cui si trovano alcune aree dei loro paesi d’origine e le motivazioni che li hanno spinti a lasciarli.

Grazie ai racconti sulla nascita dell’albergue ho capito la difficoltà che possono incontrare strutture simili a causa dell’ostilità presente nell’ambiente cittadino in cui sono inserite e il tipo di dinamiche che possono scaturire. Il mio lavoro vuole provare la quasi totale autonomia dallo stato di queste strutture, gli albergues, la reale figura del migrante, spesso distorta dai media mainstream, il ruolo fondamentale svolto dai volontari nell’assistenza ai migranti e nella sensibilizzazione circa questo tema. Infatti, molti di loro non si sono limitati all’esprimere solidarietà o a portare il loro supporto in questi luoghi, ma, come ha dimostrato padre Alejandro Solalinde, fondatore di Hermanos en el Camino, si sono esposti pubblicamente investigando e denunciando gli abusi di cui erano stati testimoni e andando incontro a minacce e attacchi personali.

Ciò che mi ha spinto a partire per svolgere una ricerca simile è stato il mio interesse piuttosto recente per il Messico, dopo un viaggio compiuto l’anno scorso, e la volontà di approfondire il tema dei migranti, che, invece, rappresentava per me un terreno in parte già conosciuto. Infatti, durante lo scorso anno ho avuto la possibilità di muovermi e conoscere ciò che succedeva lungo la rotta balcanica insieme ad altri attivisti dei movimenti sociali del Nord Est. Ho deciso, quindi, di cogliere l’occasione di dover redigere una tesi di laurea affrontando un tema che spero di poter continuare a studiare anche in futuro, mentre, allo stesso tempo, sentivo la necessità di vedere con i miei occhi ciò che succedeva in quelle zone di cui avevo solo letto.

Durante la mia ricerca ho potuto constatare come alcuni volontari avessero instaurato rapporti di amicizia con alcuni dei migranti che risiedevano nella struttura da più tempo, in attesa dei loro documenti. Inizialmente pensavo che i migranti rimanessero nell’albergue il tempo necessario per riposarsi e recuperare alcune cose utili per il viaggio e non circa due mesi come in alcuni casi. Questo ha permesso una più profonda conoscenza reciproca, tra volontari e migranti, i quali hanno continuato a rimanere in contatto dopo la partenza di qualcuno di loro. Molti però erano consapevoli che difficilmente si sarebbero rivisti a causa della distanza dei luoghi che i migranti volevano raggiungere rispetto a dove si trovavano i volontari.

Allo stesso tempo non ho quasi mai incontrato persone disperate per la loro condizione, nonostante si trovassero a migliaia di chilometri da casa, molto spesso sole, senza nulla di certo nel loro futuro. Invece di vittimismo e autocommiserazione mi hanno mostrato una gran voglia di lavorare e la capacità di sperare, nonostante tutto, convinti che il futuro avrebbe riservato loro una nuova casa e la famiglia nel luogo in cui stavano andando. Né gli adulti, né i bambini avevano perso il sorriso dopo che gli era stato tolto tutto.

Confine Messico-Guatemala (Immagine tratta da Google Maps).

Metodologia

Prima di recarmi a Ixtepec, nel novembre 2015 ho contattato, tramite e-mail, padre Alejandro Solalinde per esporgli la mia volontà di recarmi presso l’albergue da lui gestito per compiere la mia ricerca e per prendere parte alle attività di volontariato. La sua risposta è stata positiva e, successivamente, ho scritto all’e-mail indicata nel sito ufficiale per avere maggiori informazioni riguardo il mio soggiorno lì.

Dopo un breve scambio di informazioni preliminari con Dani, volontario spagnolo che si occupa di mantenere i rapporti con i volontari prima che questi si rechino a Ixtepec, ho compilato i moduli necessari previsti. Riguardo questi ne parlo più precisamente nel capitolo etnografico dedicato ai volontari.

Avendo già visitato il Messico e interagito con persone che si occupano di tematiche sociali, come ad esempio i diritti degli indigeni, degli studenti e della libertà di stampa, ero consapevole del clima ostile e a volte pericoloso che potevo incontrare una volta sul campo. Una volta lì ho adottato le misure di sicurezza necessarie, dichiarando all’ambasciata italiana la mia presenza a Ixtepec per motivi di ricerca, e ho evitato le situazioni che avrebbero potuto compromettere la mia sicurezza e quella dei miei interlocutori.

Durante la ricerca sul campo ho preso parte alle attività di accoglienza e assistenza ai migranti come volontaria. Questo mi ha permesso di partecipare alle riunioni e alle discussioni riguardanti l’organizzazione interna, di avere accesso a informazioni e luoghi riservati ai volontari, di osservare come avviene l’accoglienza e discutere con i migranti lì presenti. Il tempo che ho condiviso con coloro che svolgevano quel lavoro già da molti anni mi ha permesso di venire a conoscenza della condizione in cui si trovano le strutture di accoglienza in Messico, poco conosciuta a livello internazionale, come interviene lo stato messicano e i rischi che si incorrono nello svolgere la professione di difensori dei diritti umani.

Disponevo di un giorno libero alla settimana durante il quale potevo uscire dall’albergue. Negli altri giorni mi dedicavo all’apertura e alla gestione degli spazi, come la biblioteca o l’oficina, alla registrazione dei nuovi arrivati, alle pulizie generali o della verdura in cucina. Solitamente dedicavo tra le sei e sette ore al giorno al mio lavoro di volontaria. Se non c’era molto da fare passavo parte del mio tempo a conversare con i migranti o con gli altri volontari, cercando di raccogliere materiale utile per la mia ricerca. Chiedevo loro come erano arrivati fino a lì e se erano in attesa dei documenti del visto. Se la risposta era positiva, chiedevo perché avevano scelto di farlo e a quel punto mi raccontavano ciò che avevano subito nel viaggio.

Photo credit: Ruben Figueroa (Las Patronas)

Altre volte chiedevo loro dove volevano recarsi e in risposta mi confessavano le loro aspettative sulla nuova vita e il lavoro che avrebbero voluto trovare. In alcuni casi, soprattutto quando avevo a che fare con uomini o ragazzi, non è stato difficile farmi raccontare le esperienze vissute nel viaggio. Credo che molti migranti sentissero la necessità di parlare con qualcuno che fosse in grado di ascoltare le loro storie, di potersi sentire liberi di non essere giudicati. Questo mi è successo sia con i migranti con i quali avevo stretto un rapporto più profondo e passavo molto più tempo a conversare, sia con coloro giunti da poco e che non mi conoscevano. Più difficile, se non impossibile, è stato instaurare un dialogo con le donne migranti. Solo con due di loro sono riuscita ad interagire e a sapere di più sul loro viaggio e sul perché erano partire. Negli altri casi ci si limitava ai saluti o a qualche scambio di battute. Questa difficoltà è stata confermata anche da altre volontarie che hanno cercato di iniziare una conversazione con loro. La volontaria incaricata delle attività con le donne mi spiegò che erano molto chiuse e preferivano non parlare della loro vita né del loro viaggio.

Ho realizzato tre interviste semi strutturate con il registratore ai migranti con i quali avevo un maggior rapporto di fiducia, due a volontari e una ad una ragazza che stava svolgendo un lavoro giornalistico lungo la rotta. Tutte le interviste sono state svolte all’interno dell’albergue e hanno una durata compresa tra mezz’ora e un’ora e mezza. La più lunga che ho realizzato è stata quella con Alberto Donis, coordinatore dell’albergue, che mi ha raccontato la storia della struttura. Quando intervistavo i migranti chiedevo loro il permesso per registrare la conversazione e mi concentravo soprattutto sui motivi che li avevano spinti a partire, com’era stato il loro viaggio e qual era la loro destinazione lasciandoli liberi di spaziare tra i vari argomenti. Avevo in mente queste domande ma non per forza seguivo questo ordine. Lasciavo che fossero loro a raccontarsi e intervenivo nel caso avessi riscontrato un argomento che poteva essere utile alla mia ricerca.

In alcuni casi ho chiesto loro come trascorrevano le giornate all’interno dell’albergue e come si relazionavano con gli altri migranti. Ho realizzato questo tipo di interviste con quei migranti con i quali avevo creato un maggior rapporto di fiducia e confidenza e che non hanno dimostrato alcuni timore di fronte alla richiesta di utilizzare il registratore per le loro interviste. Inizialmente rispondevano in maniera piuttosto secca alle mie domande, senza aggiungere alcune informazioni. Poco dopo, però, si sentivano più a loro agio e le loro risposte risultano più lunghe e ricche di dettagli.

Tutte le interviste sono trascritte in appendice nella loro traduzione in italiano. Ho omesso i cognomi delle persone che ho intervistato per motivi di sicurezza.
Durante le interviste e le conversazioni avute con chi abitava presso l’albergue ho sempre dichiarato che mi trovano lì anche per motivi di studio e che stavo svolgendo una ricerca sul tema della migrazione nel contesto messicano. Ho limitato l’uso della macchina fotografica all’interno dell’albergue e nelle foto realizzate da me non sono quasi mai state ritratte delle persone. Ho scelto di agire così per non urtare la sensibilità dei presenti e per non rischiare di metterli in difficoltà.

L’ho fatto anche per motivi di sicurezza, sia nei confronti dei migranti, sia nei confronti degli altri volontari e miei. Infatti, come verrà spiegato all’interno di questa tesi, non sempre queste strutture sono esenti da infiltrati malintenzionati. Ogni giorno annotavo sul mio diario di campo le attività svolte, le conversazioni avute con migranti e volontari, le mie impressioni su quanto accadeva attorno a me.
Una volta ritornata in Italia mi sono dedicata alla sbobinatura delle interviste e alla loro traduzione dallo spagnolo. Ho riletto gli appunti presi nel mio diario di campo e organizzato la divisione del lavoro per la stesura della tesi. Ho integrato le nuove informazioni a mia disposizione con quelle raccolte prima della mia partenza per il Messico, utili per inquadrare il fenomeno e il contesto che stavo andando a studiare.


Nel mio periodo a Ixtepec ho sempre parlato in spagnolo. Non lo avevo mai studiato a scuola o all’università. Un paio di settimane prima di partire avevo studiato un libro di grammatica in modo da non arrivare completamente sprovveduta, almeno per quanto riguarda alcune espressioni base. L’immersione in un contesto in cui ascoltavo e leggevo solo in spagnolo mi ha aiutato tantissimo nel cominciare a parlarlo. All’inizio si trattava per lo più di sostenere conversazioni brevi e relative alla conoscenza reciproca, ma con il tempo sono riuscita ad andare sempre più a fondo nei dialoghi. E se all’inizio era molto stancante sostenere un giorno intero parlando una lingua differente dalla mia, successivamente tutto è stato molto più spontaneo e facile. Anche leggere dossier, libri e altro materiale in spagnolo mi ha aiutato molto nella memorizzazione delle parole e delle espressioni, oltre a vedere il modo in cui si scrivevano. Inoltre, sia tra i migranti sia tra i volontari ho sempre trovato persone gentili e disponibili a ripetermi le cose e a spiegarmi qualora non fossi stata in grado di capire.
Infine, dopo l’appendice, ho inserito un breve glossario delle parole usate in spagnolo che ricorrono in questa tesi e una lista delle abbreviazioni utilizzate.

Struttura del testo

Dedico il primo capitolo della tesi alla contestualizzazione del fenomeno migratorio che investe il Messico. Ho iniziato descrivendo i paesi del Centro America da cui provengono la maggior parte dei migranti (Guatemala, Honduras, El Salvador), come si è sviluppata la migrazione al loro interno a partire dagli anni Sessanta e la situazione attuale caratterizzata da una crisi economica e dal dilagare della violenza ad opera di alcune bande locali. Questa descrizione mi è utile per far comprendere il perché i migranti scelgono di partire. Vengono poi definite le tre rotte principali con cui attraversano il Messico, una delle quali passa per Ixtepec, che portano i migranti fino alla frontiera settentrionale. Vengono delineate le differenze tra il migrare prima e dopo l’applicazione del Plan Frontera Sur. Successivamente analizzo quali sono i pericoli lungo la rotta, sia che i migranti viaggino con il treno sia che decidano di spostarsi a piedi: furti, intimidazioni e aggressioni fisiche, sequestri. Infine, descrivo quali sono le mete principali scelte dai migranti. La maggior parte vuole raggiungere gli Stati Uniti, dove ha già dei famigliari o dove ha vissuto e lavorato in passato, mentre una minoranza decide di raggiungere il Canada oppure di fermarsi in Messico per cercare lavoro e magari proseguire in un secondo momento. Questo lo fanno soprattutto coloro che ricevono il permesso temporaneo. Nella seconda parte del capitolo analizzo le politiche migratorie messicane in maniera approfondita. Ne viene delineata una cronologia, nella quale sono inserite le principali normative applicate. Una parte è dedicata all’analisi della Ley de Migración del 2011, prima vera legge dedicata interamente al tema della migrazione. Verrà descritto anche il Plan Frontera Sur, un piano applicato nel 2014 dal governo di Peña Nieto che ha investito le regioni meridionali apportando modifiche ai flussi migratori.

Il secondo capitolo è dedicato alla rassegna della letteratura da me utilizzata per redigere la tesi e prende in considerazione i vari approcci degli autori da me inseriti nella bibliografia.

Nel terzo capitolo viene descritto il tipo di accoglienza che la società civile ha realizzato in risposta alla mancata assistenza da parte dello stato e agli abusi commessi da molti funzionari dell’INM e della polizia sui migranti in transito. Si tratta di una rete di associazioni e volontari molto articolati di cui gli albergues per migranti sono le strutture più in vista e, spesso, meglio organizzate. Viene qui delineata anche la figura del difensore dei diritti umani, dei pericoli che corre nel portare solidarietà ai migranti, degli strumenti di protezione di cui si è dotato in vista nell’incapacità dello stato di garantire alla sua sicurezza.

Nella seconda parte descrivo le linee essenziali dello sviluppo della città di Ixtepec descrivendone la crescita economica e il forte impatto che ha avuto l’immigrazione nel suo sviluppo. Successivamente espongo i fatti principali relativi alla storia di Hermanos en el Camino, attraverso una serie di eventi che ne hanno influenzato lo sviluppo e il modo in cui è cambiato il suo rapporto con la città di Ixtepec. Racconto cos’era prima che diventasse un albergue e l’immenso lavoro svolto da padre Alejandro Solalinde e dai suoi collaboratori, delle minacce e degli attacchi ricevuti e dei risultati ottenuti dalle loro fatiche e dai loro sacrifici. Mi sono basata soprattutto sui dati raccolti in un’intervista ad Alberto Donis (11 aprile 2016, Ixtepec), conosciuto da tutti come Beto e coordinatore dell’albergue dal 2012, integrandoli con informazioni ricavate dal sito internet ufficiale dell’albergue [1] e da alcuni articoli.

Nella prima parte del capitolo etnografico mi concentro sulla descrizione dei luoghi che costituiscono l’albergue definendone le funzioni e il modo in cui vengono vissuti dai volontari e dai migranti. In quello successivo, grazie alle testimonianze raccolte tra i migranti presenti a Hermanos en el Camino, racconto il perché sono scappati dalle loro case e cosa hanno subito lungo la rotta che li ha portati a Ixtepec. Nelle storie raccontatemi i migranti mi hanno parlato degli assalti subiti mentre attraversavano i paesi del Chiapas e dello Stato di Oaxaca e dei tentativi di scappare dai controlli della migrazione. Mi hanno poi rivelato dove volevano andare e cosa avrebbero voluto fare una volta raggiunta la loro destinazione. Sempre in questo capitolo viene descritta anche la vita dei migranti all’interno della struttura, i lavori svolti per guadagnarsi un po’ di soldi e di quelli realizzati per provvedere alla manutenzione e alla pulizia del luogo. Infine, l’ultimo capitolo etnografico, è dedicato ai vari volontari conosciuti in quei mesi, alle loro storie e alle diverse attività svolte da ognuno. Viene descritta l’organizzazione interna e le riunioni quotidiane e settimanali, utili per coordinare le varie attività e la vita dei volontari nell’albergue. Infine, tratto dei problemi di sicurezza che si possono riscontrare in una struttura simile con riferimento ad alcuni casi avvenuti durante la mia presenza a Ixtepec.