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Patrasso, Grecia: la vita è altrove

Una porta socchiusa verso l’Italia dove è vietato documentare il reale

23 settembre 2017

Una testimonianza di Raffaello Rossini, regista del documentario "La merce siamo noi" sugli effetti prodotti dall’accordo tra Unione Europea e Turchia, prossimamente in uscita.

Patrasso 14 settembre. Sono al porto, mentre aspetto la nave diretta verso Ancona vengo attratto da voci concitate. Riconosco il greco e il farsi. Il greco urla, il farsi scappa. Affaccio lo sguardo attraverso la porta a doppi vetri, confine perentorio tra il qui e l’altrove, tra l’aria condizionata e le nuche arse al sole, tra l’agio e lo stento, tra passaporti dignitosi e passaporti inutili.
Un paio di poliziotti greci sono circondati da decine di ragazzi giovanissimi, per lo più afghani. Sembra una pantomima provata e riprovata, che segue un rito appreso durante gli anni, una coreografia di movimenti collaudati: quando il poliziotto alza un braccio imprecando, i ragazzi afghani scappano come mosche al vento. Dopo qualche istante di fuga si fermano, si voltano e osservano. Vestono un abbigliamento postmoderno, con bottiglie di plastica piene d’acqua attaccate al collo come scimitarre, ciabatte Fila sfondate dalle corse tra i sassi delle rotaie, zainetti semivuoti a tracolla, cappellini con la visiera marroni di terra, sono sporchi e sorridenti, vivono in una tragedia che li accompagna ogni istante dalla loro nascita, eppure sembrano essere padroni del momento presente. E su di loro il caldo pare non avere effetto. I poliziotti invece sputano sudore, urlano, insultano ma senza mai affondare veramente, gli occhiali da sole a specchio scivolano sul naso senza dare pace.

La situazione ricorda ciò che avveniva qualche anno fa, quando ancora il conflitto in Siria non era esploso, e non c’erano decine di campi sparsi sul territorio greco ad arginare il flusso. Quando imperversavano battaglie sanguinose in Afghanistan, quando cominciavamo a familiarizzare con termini quali mujahiddin, jihad, Allah Akbar e compagnia bella, quando cominciammo quella guerra infinita, che avrebbe dovuto eliminare il nemico e donare la pace agli uomini di buona volontà, ma che invece ha aperto una voragine di violenza che da allora sta inghiottendo tutto, compresi noi.

Accendo il telefono e comincio a riprendere la fuga degli afghani, oltre le recinzioni del porto, inseguiti da due poliziotti a piedi e da un altro paio accorsi con le motociclette. Attorno a me altre persone, turisti incuriositi… qualcuno ha il telefono in mano, per un selfie tra i migranti, novella attrazione turistica greca, insieme al Partenone e all’oracolo di Delfi. Nonostante ciò, vengo indicato e apostrofato da uno dei due agenti, che mi intima di fermarmi. Urla in greco, rispondo urlando in italiano, fingendo di non capire cosa dice. Gli mostro i documenti e il biglietto, ma non sembra interessato da quei pezzi di carta, intimandomi di stare fermo, con una telefonata contatta un agente che sa parlare inglese, e nel frattempo continua a insultarmi, pensando che non capisca ciò che dice, vorrei rispondergli, ma decido che forse per ora è meglio fingere di non capire.

I turisti attorno sono fuggiti, i ragazzi afghani sono incuriositi, al di là delle inferriate bianche. Quasi non ci credono che un viso pallido sia stato “arrestato” al posto loro, lì, di fronte ai loro occhi. Alcuni di loro gesticolano rivolgendosi verso di me, come a chiedere cosa stia succedendo. Me lo chiedo anche io, cosa sta esattamente succedendo. È illegale fare riprese all’interno di un porto, e questo lo so bene, servirebbe un permesso, eppure non ho mai visto un poliziotto cercare di arrestare un selfie-compulsivo che si immortala prima di salire in nave. Che differenza c’è tra me e loro? Quanto loro sono più turisti di me? Quanto io meno credibile rispetto a loro? Arriva un altro poliziotto, quello che sa l’inglese, e dunque in inglese comincia a gridarmi che sono nell’illegalità, che è vietato ciò che sto facendo e che ora li avrei dovuti seguire in commissariato e che molto probabilmente potevo scordarmi di prendere la nave. Con una semicitazione di Balotelli indico i turisti che nel frattempo si sono barricati dietro la porta a vetri a difesa dell’aria condizionata, della legalità e della pulizia: “Why only me?” “Why not?” è stata la risposta illuminante e disarmante allo stesso tempo del poliziotto. In quel momento ho riso, pensando a Bluto Blutarswky ed intuendo la possibilità di un gioco infinito:“So, why yes?”, “Why not?”, “Why yes?”… Sfortunatamente l’altro poliziotto, non sentendosi incluso nel gioco linguistico, comincia a urlare di nuovo in greco che sarei dovuto entrare in macchina, che era così, e che la dovevo piantare di fare domande. A quel punto, con un vero e proprio eccesso di drama ho alzato il passaporto al cielo, rivolgendomi al vento caldo, ai camionisti intorno, agli afghani asserragliati e a chiunque fosse presente, urlando in italiano, “Ho i documenti in regola, ho il biglietto per la nave e non ho ucciso nessuno, voi non avete alcun diritto di portarmi via”. Come risposta il poliziotto bilingue mi strappa il documento dalle mani e dice tu vieni con noi.

Appena entro in macchina entrambi cominciano a urlare in greco che mi sono messo in un brutto casino, che sarà difficile che oggi tornerò a casa, e che potevo scordarmi di salire sulla nave. Again.“Col cazzo” ho pensato.
Arriviamo in centrale, un piccolo ufficio all’interno del nuovo porto di Patrasso. Quando scendiamo i poliziotti fotocopiano il passaporto, sfogliandolo con attenzione a più riprese, tra di loro in greco commentano i visti turchi, quasi come se non ci fossi, convinti che non capisca quello che dicono. Lentamente comincio a capire quello che forse avevo già intuito: l’intimidazione.
Arriva il momento della perquisizione. Pretendono che apra qualunque scatola, astuccio, confezione presente nelle borse, millantando droga e coltelli, ma credo fondamentalmente che non abbiano una chiara idea di cosa stiano cercando, probabilmente qualsiasi cosa che dimostri che sono colluso con i rifugiati, uno che si impiccia degli affari degli altri, come se gli altri non fossimo noi. Tra i vari oggetti presi in esame ci sono alcuni sacchetti di spezie: origano, cumino, pepe, i poliziotti li afferrano, li osservano chiedendo:“Drug?”. Stavolta rido di gusto, i poliziotti si accorgono di aver fatto una figura da parroco, arrossiscono, ma riprendono vigore quando trovano un biglietto per Lesbos. È la pistola fumante, sei un amico dei migranti, un buonista… come si dirà zecca in greco?
L’attenzione si sposta sul mio lavoro: “Sono insegnante” rispondo con una mezza verità, confuso, cercando un nascondiglio nei significati delle parole, per avere qualche soluzione in più. Ma è evidente che non ci credono. Quando apriamo la borsa con l’attrezzatura video fotografica mi rendo conto del baratro che potenzialmente si stava aprendo di fronte a noi. E per noi non intendo me e i due (diventati quattro) poliziotti, ma per noi intendo chiunque, noi.
Perché mai avrei dovuto aver paura che dei poliziotti greci vedessero le riprese e le testimonianze raccolte durante i giorni passati a Lesbos? Perché dopo essermi ritrovato a mentire senza nessun reale motivo di fronte all’autorità (non che sia stata la prima volta certo) ora percepisco una sensazione non molto diversa da quella vissuta in Turchia in piena paranoia anti occidentale post golpe?
Perchè devo sottilmente sentirmi colpevole per quello che sto facendo? Cosa sta succedendo dentro e fuori di noi? Da quel momento l’attenzione è chirurgicamente concentrata su fogli, quaderni, biglietti, nel tentativo di ricostruire la mia vita, un po’ come fanno i leoni da tastiera che animano le discussioni sotto i deliri pubblici di personaggi come Salvini, che attraverso foto e post su Facebook decretano in un istante la tua appartenenza. Ecco, proprio loro. Ero di fronte a uno di loro, con la divisa, il petto pompato e un paio di occhiali da sole rubati a Chuck Norris. E noi per loro siamo più dannosi di negri ed islamici. Noi chi poi? Polarizzati da un dibattito politico ipocrita e fascista.

Perché stavi facendo delle riprese?”. Già, perché? Sono almeno due anni che me lo chiedo e ancora non sono riuscito a darmi una risposta, perché lo faccio? Lo faccio per me? Lo faccio per gli altri? Gli altri chi? Lo faccio perché così penso di cambiare le cose? Quali cose? E cambiarle in che modo? Lo faccio per potermene vantare con gli amici depressi al bar? Lo faccio perché sono un buonista pagato da Soros? Lo faccio perché ci guadagno? Ci guadagno cosa? “Perché non ho mai visto nulla del genere prima” rispondo mentendo, di nuovo. I poliziotti ridono… forse questa volta la figura del parroco l’ho fatta io. “… e a Lesbos? Non hai mai visto nulla del genere?” “A Lesbos ho visto migranti, ma non ho visto scene così… Ecco, qualunque sia il motivo per cui sto facendo quello che sto facendo, a voi sbirri non ve ne deve fregare proprio un.
The phone?” “Ah già, il “the phone”

Esisteva un video che riprendeva decine di ragazzi giovanissimi afghani arrampicati sulle inferriate bianche del porto di Patrasso, ora non esiste più, e a nulla sono valsi i tentativi di recupero successivi, è stato cancellato dopo i ripetuti inviti a farlo da parte della polizia del porto.

Vengo scortato in un altro luogo del porto, è venuto il momento degli accertamenti. Siamo vicino al percorso per l’imbarco, di fronte a me quello che credo sia un superiore, in borghese, senza divisa, mi guarda sornione, con quel fare paternalistico da sbirro buono. Ma appena gli vengono elencate le varie anomalie (visti turchi, macchina fotografica, video, biglietti per isole sospette…) si fa buio in volto, chiama un altro poliziotto seduto di fronte al computer e gli dice di controllare. Attorno a noi, oltre i vetri, è pieno di persone, c’è una scolaresca di adolescenti tedeschi, una famiglia di italiani, una bambina francese con due enormi occhi azzurri: osservano la scena, mi trovo in quella stanza dove di solito finiscono delle persone olivastre che tentano di entrare in nave con dei documenti falsi. Eppure non sono olivastro… sembro tedesco, italiano e francese. Sorrido alla platea, lancio un occhiolino alla bambina che imbarazzata si nasconde dietro al braccio della mamma, che mi guarda, senza capire. Il poliziotto con gli occhiali di Chuck Norris mi riprende, non c’è niente da ridere. “I’m a teacher” gli ricordo, che tradotto significa: “i’m a human”.

Avrei dovuto chiudere il mio profilo Facebook - penso, proprio come quando sono stato sul confine siriano, in Turchia, durante le riprese de La Merce Siamo Noi e di Across, per limitare lo spionaggio nei miei confronti su internet in caso di arresto. E l’ho pensato amaramente, la Grecia è come casa mia da dieci anni ormai, ho viaggiato, amato e vissuto in Grecia, è il paese dove sono cresciuto, dove sono stato accolto, al quale ho regalato immense energie e dove ho imparato le diversità, senza darla mai per scontata. E se avessero trovato in internet tutte le esperienze vissute a cavallo dei confini? Come le avrebbero valutate? Quali sarebbero state le conseguenze? Avrei dovuto spiegarmi? Avrei dovuto difendermi? Da quale crimine esattamente? La nave, la stanchezza e la voglia di tornare a casa diventano sensazioni lontane. Cerco di prepararmi, trovare un modo per spiegare come sia possibile che anche un (finto) insegnante possa essere interessato a documentare ciò che sta avvenendo in Europa, la patria dei diritti e delle libertà individuali.
Poi, senza preavviso, ecco il manifestarsi del miracolo, la comparsa di una luce in mezzo al disastro di incomunicabili paure e speranze, la prova che una rete invisibile e silenziosa esiste e mette in relazione persone mai incontrate prima e si contrappone a chi fa a gara a chi grida più forte. Non scriverò ciò che è successo, proprio perché se di resistenza si parla, deve rimanere invisibile e silente. Ma è successo.

Tra le mani ho di nuovo il passaporto e il biglietto di imbarco. Manca un quarto d’ora alla partenza. Finalmente vedo gli occhi chiari del poliziotto, ha tolto per qualche attimo gli occhiali di Chuck Norris, allungo la mano per stringere la sua, siamo in mezzo a un manipolo di turisti di tutti i colori, un gesto di rispetto, un simbolo per riconciliare due universi lontani, lui rifiuta e in greco mi dice “Ti tengo d’occhio”. E in greco gli rispondo “Anche io”.
Lo lascio letteralmente con gli occhiali in mano, vorrebbe dire qualcosa ma un gruppo di albanesi in coda per l’imbarco richiede ulteriori controlli. Corro trascinando 35 chili di bagaglio come se fosse aria, e non è la paura ciò che mi fa correre.
Non vedo l’ora di raccontare come il muro di Erdogan sia una grande bufala, sulla cui presunta utilità si stanno fondando numerose azioni politiche (come quella italiana in Libia), una bufala che ha come risultato quello di arricchire ancora di più chi lucra sul traffico di esseri umani. Una bufala che criminalizza chi non è convinto che sia la soluzione, che sia una ONG internazionale o un povero sfigato di Viggiù.
Una bufala che rafforza le idee di chiusura di chi ha paura e ci vorrebbe far ricadere in un medioevo (con tutto il rispetto per il medioevo) culturale, fatto di disprezzo verso le differenze, una bufala che rafforza gli ultimi vagiti di una società violenta e patriarcale destinata al tramonto. Non devono esserci contatti tra noi e loro, non dobbiamo preoccuparci di sapere, dobbiamo solo continuare a camminare lungo il percorso fatto di aria condizionata e selfie disegnato per i turisti, lasciando i sassi e la polvere agli altri.