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Il viaggio tra i confini di Isaiais, vittima di malaccoglienza

Rimpallato da uno Stato all’altro, la storia del migrante eritreo è una cartografia dei tanti fallimenti delle politiche europee

25 settembre 2017

E’ mezzogiorno, su una panchina grigia tra il giardinetto e la mensa per senza dimora siede Isaias con le sue poche cose: uno zainetto mezzo vuoto, un pacchetto di sigarette, un maglione.
Proviene dall’Eritrea. È arrivato in Italia a maggio di quest’anno: dalla Sicilia è stato trasferito in un centro di accoglienza nella provincia di Latina. Ci racconta che le cose, lì, sono iniziate male per lui: non gli viene data la tessera telefonica per chiamare la famiglia a casa e dire che ce l’ha fatta a superare il mare ed è ancora vivo. Anche il cibo si rivela un problema: viene portato al centro solamente una volta in settimana, il mercoledì, e deve durare per tutti i restanti giorni. Immaginiamo, speriamo, sia conservato in frigo. Il pocket money, almeno quello, non è un problema e viene erogato regolarmente.

Sai che come eritreo hai diritto alla relocation? Hai fatto richiesta?”, gli chiediamo. La risposta, come in molti casi quando parliamo con richiedenti asilo, è più un interrogativo che una certezza: “Non lo so, penso di sì. Nel centro di accoglienza mi hanno fatto alcune domande, il mio nome, da dove vengo, una piccola intervista. Agli operatori io ho chiesto di fare la relocation”. La procedura, però, non sembra essere iniziata. Infatti, nei circa 2 mesi di tempo in cui Isaias rimane nel centro non viene accompagnato in Questura per avviare le pratiche e rifare nuovamente le impronte digitali. Di fatto, non viene seguito per la pratica di ricollocamento, a cui vorrebbe accedere, e non riceve informazioni e risposte alle sue domande.

A causa della mancanza di informazione ufficiali, molti richiedenti protezione internazionale che potrebbero usufruire del programma di relocation non hanno accesso a questo strumento.
Il piano iniziale della Commissione Europea prevedeva il ricollocamento dall’Italia verso gli altri Stati membri di quasi 40.000 (!) persone. Passati 2 anni esatti, al 6 settembre 2017 i richiedenti protezione internazionale ricollocati sono 8473 [1]. Ciò è dovuto non solo per le resistenze dei paesi dell’est Europa, ma per un corale fallimento di questo progetto.

Isaias sente che sta perdendo tempo. Prende una decisione: a metà luglio abbandona la struttura nel tentativo di trovare miglior sorte per la sua vita. Si reca a Ventimiglia e come molte altre persone dorme sui sassi nel letto del fiume Roja. Per tre volte tenta di passare il confine: a piedi, sui sentieri di montagna, cammina ogni volta 18 ore prima di arrivare in Francia ed essere scovato dalle forze dell’ordine francesi. Passa per la Val Roja, dove gli attivisti francesi lo aiutano offrendo cibo e un posto letto. I giorni successivi, tuttavia, Isaias viene preso dalla polizia francese e riportato in Italia.

Dopo questo ultimo tentativo di raggiungere la Francia, decide di provare altre vie...

Opta per la Germania. In treno riesce a superare il confine, ma viene trovato dalle forze dell’ordine tedesche e fatto scendere. Dopo un breve interrogatorio in caserma, in cui gli viene chiesto da dove viene, in che modo è arrivato in Europa ed in Germania, e dopo che sono effettuati i rilevamenti fottodattiloscopici, viene consegnato alla gendarmeria austriaca.

Quest’ultima gli notifica il divieto di ingresso in territorio tedesco (Einreiseverbot) redatto dalla polizia germanica. Gli viene detto che il foglio ricevuto, l’Einreiseverbot, vale come un biglietto del treno: con quello può viaggiare sino al confine italiano.

Isaias viaggia. Viene fermato nuovamente dalla polizia austriaca poco prima del confine, a Gries am Brenner. Stessa trafila in caserma: denudato, perquisizione della persona e degli oggetti personali, tante domande. E multa di 200 euro, senza emissione della ricevuta, oltre alla confisca del telefono. E a lui è andata bene: “ad un ragazzo nigeriano che era in Gendarmeria con me hanno preso 800 euro”, ci racconta.

Isaias viene fatto uscire dalla Gendarmeria di Gries, che è esattamente a ridosso del confine con l’Italia, proprio dove c’è il parcheggio dell’Outlet Center, e gli viene indicato di attraversare a piedi la frontiera.

Oramai è sera, il ragazzo si avvia. Una camionetta dell’esercito italiano è posizionata proprio sul confine: lo ferma, controlla se ha con sé dei documenti, ma non avendo nulla – d’altra parte a Latina non aveva ancora ricevuto alcun documento ufficiale della sua posizione come richiedente asilo, tanto che non è nemmeno sicuro sia stata avviata la sua pratica – viene ritenuto un migrante irregolare e rimandato indietro verso l’Austria. Isaias cammina quelle poche decine di metri e si ritrova di nuovo in Austria. Chiede in Gendarmeria cosa deve fare, gli viene risposto di andare in Italia.

Isaias è in mezzo alla strada, bloccato e rimpallato tra due stati, sulla linea di un confine che non dovrebbe più esistere.

Ritorna dalla polizia austriaca e spiega che non lo lasciano entrare in Italia. Sono le 23.00 circa; gli rispondono di aspettare fuori dalla caserma. Per circa un’ora Isaias rimane fuori in attesa. A mezzanotte la polizia esce dalla Gendarmeria, lo carica su un pulmino e lo porta in stazione a Gries: l’ultimo treno per il Brennero è in partenza, lo fanno salire. In questo modo le forze dell’ordine austriache evitano di avviare la procedura per la riammissione informale e cercano di aggirare i controlli dei colleghi italiani. Isaias arriva in stazione al Brennero, dove sul binario tronco in questo caso non sono presenti le forze dell’ordine italiane che normalmente effettuano i controlli in entrata. Si mette a dormire da qualche parte in stazione, nel freddo delle notti a 1320 metri di quota; assieme a lui ci sono altri 10 migranti. Li vuole avvisare, forte della sua esperienza “non andate in Austria” “it is no good there”.
Alle 6.00 di mattina le forze dell’ordine italiane lo svegliano e gli dicono di andare verso Bolzano.

Isaias non demorde. Si reca fino a Como, ma vi rimane pochi giorni e non cerca di attraversare il confine. Poi va a Milano. Poi ritenta con il Brennero; questa volta arriva sino a Campo di Trens, due fermate prima del confine. Lì viene fatto scendere dalla Polfer e poi portato sino a Fortezza, dove passa la notte in stazione. Gli spiegano che l’Austria ha chiuso il confine, di non andare lì.
Isaias torna a Bolzano e si siede sulla panchina grigia vicino alla mensa per persone senza dimora.

Le sue ultime frasi sono la spiegazione in parole semplici di ciò che la politica non vuole ascoltare e finge di ignorare: “E’ colpa del centro di accoglienza. Se il centro è buono, ho tante chance di vita qui in Italia. Per questo ho fatto queste cose, ho fatto questi sbagli. Non ti ascoltano, nessuno ti ascolta, al centro di accoglienza, in Questura, nessuno. Ti danno tante informazioni, ma sbagliate, e non rispondono alle tue domande”.

E’ colpa del sistema di accoglienza in Italia, che non funziona e produce persone senza dimora al posto di nuovi cittadini. Un sistema di accoglienza non gestito nell’ottica dell’inclusione, ma solo come “luogo” di presenza temporanea e custodia, che crea, come conseguenza, anche la nascita di movimenti secondari delle persone, spinte alla mobilità nell’ottica della sopravvivenza, o dal desiderio di ricongiungersi con i propri affetti, oppure alla ricerca di un qualsiasi miglioramento delle proprie condizioni di vita.

E’ colpa dell’assenza di un sistema comune di asilo in Europa: quello attuale, così concepito non funziona perchè non prende in considerazione i progetti migratori dei soggetti direttamente interessati, che sono visti non come portatori di una cultura, di una identità, di una storia, ma come non-soggetti.

E’ colpa delle scelte politiche dell’UE e dei governi, che non comprendono come i desideri, le aspirazioni, i legami familiari, sociali, culturali dei migranti forzati, contribuiscono a guidare e tracciare le rotte migratorie, a discapito dei tentativi di incanalarle e regolarne la mobilità senza considerare questi fondamentali aspetti.

Isaias adesso, per essersi spostato temporaneamente in altri paesi europei, ha perso il diritto di accedere alla procedura di relocation. Deve rimanere in Italia.
Isaias adesso, per essersi allontanato dal centro di accoglienza, ha perso il diritto ad un posto nel sistema di accoglienza.

Isaias adesso è in strada.

E’ da poco arrivato in Italia, proviene da un paese per il quale riceverà con certezza la protezione internazionale, ma passerà la sua vita in strada. Se sul suo percorso non troverà un appiglio, un gesto solidale, un po’ di fortuna, se non perderà la sua determinazione, diventerà un problema per sé stesso, una persona senza dimora, e un problema per la collettività, che lo guarderà con disgusto e paura, e invocherà sgomberi, sicurezza, decoro.