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Il contrattacco della Iuventa e la prima crisi del piano Minniti. Ma la nave di Jugend Rettet rimane sottosequestro

23 settembre 2017

L’organizzazione Jugend Rettet, proprietaria della nave Iuventa, ha deciso di utilizzare la prima udienza sul dissequestro dell’imbarcazione per difendersi pubblicamente e ribaltare le accuse. Nel frattempo nel Mediterraneo il caos non si è mai fermato ed i cadaveri dei naufraghi non possono essere occultati.

Il 20 settembre si è tenuta a Trapani la prima udienza in cui i legali di Jugend Rettet hanno chiesto il dissequestro della nave. Nonostante l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sia tutt’ora contro ignoti ed il sequestro eseguito in via preventiva, il gruppo con base a Berlino ha deciso di recarsi a Trapani e indire una conferenza stampa per offrire la propria versione dei fatti e rendere chiaro che non solo non ha niente da nascondere, ma anche non ha intenzione di fare un passo indietro.

Illustrando la loro situazione legale, gli attivisti hanno risposto alle accuse cominciando dall’origine dell’indagine, che già di per sé evidenzia diverse contraddizioni.
Questa indagine è partita dopo le segnalazioni di due persone che operavano individualmente come personale di sicurezza sulla Vos Hestia di Save the Children, e che hanno riportato le loro accuse direttamente all’AISE, (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), il servizio segreto per l’estero della Repubblica Italiana”, hanno detto gli attivisti. Ma le stranezze non finiscono qui: “Gli informatori descrivono una situazione in cui due persone sarebbero tornate verso la Libia con una barca dopo che 140 persone erano state imbarcate sulla Iuventa dalla stessa. A proposito della descrizione dell’accusa, ci teniamo a evidenziare che le due testimonianze differiscono notevolmente. Mentre un testimone descrive due uomini allontanarsi con il gommone dal quale i migranti sono stati soccorsi, l’altro dichiara che le due persone fossero a bordo di una barca di 6-7 metri in legno. Non solo le differenze fra le due versioni pongono dubbi sulla veridicità delle stesse, ma ogni altra prova è assente. Non ci sono né foto né video della situazione descritta precedentemente”.
L’indagine, insomma, è stata aperta a seguito di una segnalazione di due contractors privati che fin dal primo momento hanno fornito testimonianze contrastanti fra loro. Inoltre il lavoro di inchiesta del giornalista Andrea Palladino per Famiglia Cristiana ha poi dimostrato dei legami tra l’IMI security service, di cui facevano parte i due testimoni, e Defend Europe, il gruppo della nave identitaria C-star. Non c’è da stupirsi che i PM abbiano poi deciso di mettere sotto sorveglianza i due testimoni, ma solleva non poche perplessità il fatto che abbiano comunque deciso di aprire un’indagine.

Gli altri due episodi usati contro l’organizzazione tedesca sono stati fortemente decontestualizzati, sia dall’accusa che dalla stampa”, hanno dichiarato gli attivisti. Entrambi sono avvenuti il 18 giugno 2017, e l’accusa che li accomuna consiste nel fatto che la Iuventa si sarebbe accordata con i trafficanti per trovarsi in un preciso punto in mezzo al mare.
Jugend Rettet ha spiegato quanto sia importante trovarsi in prossimità delle acque libiche, illustrando come loro hanno svolto operazioni di Ricerca e Soccorso preventive, poiché solo in questo modo era possibile evitare il maggior numero possibile di morti. Nel contempo hanno riferito che in quella giornata era stato ordinato loro dall’IMRCC italiano di recarsi in quella specifica posizione, smontando immediatamente l’ipotesi di un accordo con i trafficanti.

Nonostante questo l’organizzazione tedesca ha deciso di entrare nei particolari, presentando sia alla corte sia ai giornalisti una cronologia dettagliata degli eventi, dalle prime ore del giorno fino alla sera. Cercando di riassumere: nel primo episodio si contestava loro di aver portato delle barche di legno, tra cui una segnata “K K” con lo spray, verso le acque territoriali libiche per consegnarle ai trafficanti.
La ricostruzione dell’organizzazione, supportata da materiale fotografico e video, è molto diversa. In primo luogo, l’episodio si è svolto a circa 17 miglia nautiche dalle coste libiche: sarebbe stato quindi impossibile per il piccolo RHIB della Iuventa spostarle fino alle acque territoriali libiche. Inoltre, le barche sono state solamente allontanate poiché era in corso un trasbordo di migranti dalla Iuventa alla nave Vos Hestia di Save the Children. Per dimostrare il pressapochismo delle accuse è stata mostrata una foto del fascicolo accusatorio in cui i due RHIB della Vos Hestia venivano identificati erroneamente come RHIB della Iuventa. Ecco quindi che le barche sono state semplicemente allontanate dalla zona in quanto pericolose per il trasbordo, e abbandonate lì in quanto era già in corso un altro evento SAR.
Un dettaglio molto importante, omesso anche in questo caso dall’accusa, è questo: gli attivisti hanno sottolineato che pur non essendo obbligati dalle legge, dopo aver salvato i migranti hanno sempre distrutto le imbarcazioni in tulle le occasioni in cui è stato possibile. Ma questa operazione non era la priorità nel momento in cui l’urgenza era quella di soccorrere le imbarcazioni in difficoltà: come dimostra questo caso le barche di legno sono state lasciate alla deriva poiché un altro barcone in pericolo necessitava soccorso.
Nel mentre la Iuventa svolgeva questa delicata operazione, dei ‘pescatori’ di motori, forse dei trafficanti, avevano raccolto le barche lasciate alla deriva.

Nel secondo episodio vengono accusati di comunicare con i trafficanti e permettere loro di prelevare il motore di un’imbarcazione a operazioni concluse. Anche in questo caso, una raccolta di prove dettagliata smonta l’ipotesi dell’accusa: ai pescatori di motori è stato semplicemente comunicato di non intralciare le manovre di soccorso, e nonostante questo essi hanno tolto il motore dalla barca mentre ancora tutte le persone erano a bordo, mettendole in pericolo. “Noi, come tutte le altre ONG, non ci confrontiamo con questi soggetti potenzialmente pericolosi, essendo la nostra priorità assoluta la sicurezza del nostro equipaggio e delle persone in difficoltà. Se le loro attività interferiscono con le operazioni cerchiamo di comunicarglielo, per non mettere in pericolo né noi né le persone nell’imbarcazione da soccorrere” - hanno spiegato gli attivisti, sottolineando anche che “non c’è nessuna prova o foto che ci sia stato qualsiasi altro incontro a parte le versioni ben poco credibili dei testimoni, che hanno in precedenza già omesso informazioni cruciali e la visione d’insieme degli eventi narrati. Inoltre la descrizione della situazione nelle carte dell’accusa è, ancora una volta, notevolmente differente dalla realtà”.

Concludendo la propria difesa legale davanti ai giornalisti, gli attivisti hanno riassunto molto bene la loro posizione: “Per finire possiamo solamente dichiarare che le “prove” usate dagli inquirenti mancano di ogni tipo di sostanza. Per sostenere le accuse sono state usate dichiarazione false e contraddittorie fra loro. Sono assenti prove chiare e sono state omesse importanti informazioni sul contesto. Spesso le accuse si appoggiano su opinioni soggettive e personali piuttosto che su veri e propri fatti. Inoltre, le conclusioni tratte da queste osservazioni sono spesso contraddittorie o semplicemente sbagliate. Noi possiamo quindi solamente ripetere ciò che abbiamo già detto riguardo a queste false accuse: non abbiamo mai lavorato con dei trafficanti in nessun modo e condanniamo fortemente il loro business senza scrupoli che uccide, tortura e mette in pericolo tantissime vite con il solo scopo di ricavare denaro da queste sofferenze. Gli inquirenti non hanno nessuna prova a supporto delle loro accuse e hanno agito mancando di professionalità. Si può concludere che l’obiettivo del sequestro pubblico della nave e di queste accuse infondate contro di noi è la criminalizzazione di Jugend Rettet e delle altre ONG che si adoperano nella zona SAR del Mar Mediterraneo”.

Eppure, a conferma che verità e giustizia sono due strade parallele che in questo paese difficilmente si incrociano, la notizia di queste ultime ore è che la Corte del Riesame di Trapani ha rigettato la richiesta di dissequestro. Non si hanno ancora le motivazioni di questa scelta, ma va ricordato che per confermare il sequestro non è necessaria la dimostrazione di colpevolezza, ma bastano delle ipotesi generiche di reato. Dovremo attendere quali indizi siano stati considerati sufficienti dalla Corte nonostante la dettagliata ricostruzione di Jugend Rettet. E ovviamente si dovrà attendere il processo vero e proprio per valutare davvero il caso giudiziario e le accuse che rimangono contro ignoti.

Nel frattempo nel Mediterraneo

L’organizzazione Jugend Rettet ha concluso la sua conferenza stampa cercando di dare una visione d’insieme, in cui la loro ONG e la Iuventa giocano un ruolo relativamente piccolo in cambiamenti che si possono definire epocali. In particolare, proprio pochi giorni prima dell’udienza, migliaia di persone hanno lasciato le coste libiche.

Tra il 15 e il 17 di settembre, più di 1600 persone sono state soccorse sulla rotta del Mar Mediterraneo centrale. La Guardia Costiera italiana, le navi militari e quelle delle ONG hanno soccorso 15 diverse imbarcazioni. I passeggeri, stremati, sono stati portati in Italia. Fra loro anche 3 cadaveri. Circa altre 1000 persone sono state catturate in acque internazionali dalla Guardia Costiera libica e riportate nei centri di detenzione libici, violando palesemente le leggi internazionali in materia. È evidente che è necessario un programma di ricerca e soccorso organizzato dagli Stati europei”, hanno dichiarato gli attivisti.
Le persone che soccorriamo in mare stanno tutte scappando da qualcosa: violenza, oppressione o povertà. Per riuscire ad arrivare in Europa, molti di loro sono costretti a transitare in Libia, uno Stato devastato dalla guerra civile, con una burocrazia al collasso e dove i migranti sono sistematicamente esposti a violenze, torture, stupri e omicidi nei campi di detenzione, che il Ministero degli Esteri della Germania ha definito simili ai campi di concentramento nazisti. Queste condizioni inumane spingono le persone dentro imbarcazioni non adatte al mare aperto, lasciandole esposte ad un serio pericolo di morte. Nel frattempo, la Guardia Costiera Libica è incaricata di sorvegliare i confini in mare cercando di impedire ai migranti di arrivare in Europa. Pur essendo un insieme caotico di militari corrotti e di milizie che guadagnano da traffici criminali, la Guardia Costiera Libica è stata supportata finanziariamente e materialmente dall’UE sin dal 2016. Le loro procedure standard prevedono di intercettare i migranti a largo delle coste libiche e di riportarli con la forza negli stessi campi dai quali sono fuggiti rischiando la vita. Coloro che giungono nelle acque internazionali viaggiano in barche sovraffollate e non adatte al mare aperto, senza cibo o acqua potabile. Secondo Frontex queste piccole imbarcazioni sono automaticamente da considerare in pericolo; avvistarne una oppure essere a conoscenza della posizione di una di queste innesca immediatamente l’obbligo di soccorso. Senza soccorso queste persone non sopravviverebbero. L’UNHCR stima a più di 14.500 morti annegati dal 2014. Questi numeri tengono in considerazione solo i corpi di cui si hanno notizie certe. La rotta del Mediterraneo centrale è ad oggi la più mortale sulla faccia della Terra”.

E altre tremende notizie si susseguono anche in questi giorni. Il 19 settembre il giornalista Amedeo Ricucci scrive: “A Sabrata, in Libia, battaglia tra milizie con i migranti prigionieri sulla linea del fuoco. Si combatte tra chi vuole riaprire l’invio di gommoni verso l’Italia - per protesta contro l’invito del nostro governo al generale Haftar - e chi invece vuol tener fede al patto siglato con l’Italia (e benedetto, pare, da 5 milioni di dollari)”. Più di qualcuno ha inteso l’improvviso aumento delle partenze durante il weekend come un segnale inviato dalle milizie della Libia occidentale al Governo Italiano per la scelta di invitare Haftar a Roma il 26 settembre. Invito che viene direttamente dal ministro Minniti. Un ministro con poteri eccezionali, da ministro degli Esteri e premier, che pare stia gestendo personalmente le trattative con entrambe le fazioni libiche. E’ stato riferito da più fonti che sono i servizi segreti, di cui il Ministro è il capo, a intrattenere relazioni non solo con il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ma anche con le milizie della Tripolitania, tra le quali la celebre “Brigata 48”, di cui Al-Serraj sarebbe comandante solo di figura. Nancy Porsia, giornalista che per anni ha vissuto in Libia, dichiara in un’intervista ad Adif che il ruolo del governo italiano va ben oltre il semplice finanziamento di queste milizie in cambio del blocco dei migranti. La giornalista racconta di una vera e propria istituzionalizzazione delle milizie, che grazie ai suggerimenti italiani si stanno organizzando per far sì che non debbano più ricevere semplici bustarelle, ma veri e propri stipendi ufficiali. Senza per questo dover cambiare i propri traffici illeciti. Nancy Porsia dice chiaramente: “Si sta consegnando la Libia ad un manipolo di criminali mafiosi e si sta insegnando loro a comportarsi come “autorità”. Li si sta istituzionalizzando con una responsabilità politica e morale indefinibile”.

Nel frattempo giovedì 21 settembre un gommone con circa 130 persone si è ribaltato. Tramite i racconti dei pochi sopravvissuti si stimano circa 120 morti, segnalati vigliaccamente da alcune agenzie di stampa come “dispersi”. A rendere ancora più tragica questa vicenda ci sono le dichiarazioni dell’UNHCR in Libia, che su twitter sostiene che l’imbarcazione sia rimasta alla deriva almeno una settimana prima di rovesciarsi. E questo è solo uno dei naufragi di cui si ha notizia.
Bill, uno dei membri dell’equipaggio della Iuventa, raccontava bene la situazione prima che gran parte delle ONG si ritirassero. “Nonostante nella zona vi siano navi delle ONG, militari e della Guardia costiera con potenti radar e pattugliamenti aerei costanti, di tanto in tanto una nave viene ritrovata casualmente da un peschereccio o una nave mercantile. Quante sono davvero le barche naufragate nel Mediterraneo senza che nessuno nemmeno ne abbia registrato la presenza?”. Porsi questa domanda oggi, quando l’intera area SAR è controllata solamente dalla Guardia Costiera libica, ci lascia con una risposta ancora più tetra.

Che il piano dell’Europa, coordinato dall’Italia e in particolare dal Ministro Minniti, sia abbandonare le persone nei campi di detenzione e alla morte in mare è ormai chiaro. Ma oltre a domandarsi come sia possibile sabotare questa barbarie, è importante chiedersi se esso durerà.
La complessa e caotica situazione libica non consente a nessuno di fare previsioni accurate. Già lo scorso weekend abbiamo assistito ad un primo cedimento degli accordi con le milizie nella Tripolitania. Allo stesso modo è difficile immaginare che nei piani dell’Unione Europea la prospettiva sia di lasciare in eterno le acque internazionali fra Italia e Libia, che possiedono un valore geopolitico altissimo, alla Guardia Costiera libica. Le imprevedibili dinamiche politiche che sicuramente si verificheranno nel Mediterraneo saranno nuovamente, così come è accaduto più volte nella Storia, capaci di cambiare il futuro non solo dei Paesi che vi si affacciano direttamente, ma anche di parte dell’Africa e dell’Europa intera.