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non sono razzista, ma.

Gli operatori sociali e il fascismo che è in noi

27 settembre 2017

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Il compito più impegnativo dell’operatore sociale nel sistema di accoglienza italiano è contrastare l’avversario strategico, il nemico maggiore: il fascismo, non quello di Hitler o Mussolini, ma “quello che è in noi, che [...] possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane [...] e fa desiderare la cosa che ci domina e che ci sfrutta [1]. Condurre una vita ed un turno lavorativo contrari a tutte le forme di fascismo, è, ad oggi, la vera missione, di noi operatori del sociale.

Secondo le disposizioni della legge e le modalità di attuazione, invece, siamo come soldati predisposti su un campo di battaglia, divisa da haccp addosso, assunti per combattere una guerra senza confini ed impegnati in progetti di integrazione strutturati dalle più reazionarie ideologie d’ancien regime.

Gli immigrati li sorvegliamo h24 in dispositivi illiberali al pari di quelli da cui fuggono e li sottoponiamo ancora a durissime prove, in una circolarità di pratiche e discorsi che ancora mediano odio e razzismo. Sono ancora gli stranieri, gli extracomunitari, i clandestini, i legali o gli illegali; il diverso da cui ravvedersi e per cui ogni scelta gestionale sottende, semioticamente e pragmaticamente, una privatizzazione della giustizia, bilanciata per noi.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, la missione dell’operatore sociale è veicolare il senso dell’uomo moderno ai nuovi “barbari”, istruirli alla cultura occidentale, addottrinarli ad essa e in ultimo, farne rispettare le leggi, costi quel che costi.

Siamo due mondi, questo fatto che mangiano con le mani ancora non lo capisco, che nell’ospitalità e nel degrado, devono rimanere incomparabili. Lo scontro tra le culture è netto: l’occidentale è lineare, la loro è indecifrabile, la cultura ibrida, che solo riorganizza gli spazi sociali e rivitalizza nuove pratiche di cooperazione [2] la decifriamo attraverso il dosaggio dello zucchero perché loro non lo sanno gestire. Alla frutta, guarniti di retrogusti etnocentrici, essenzialisti e sciovinisti produciamo e riproduciamo ciò che Roland Barthes chiamava miti [3] o Pierre Bourdieu doxa [4] , ossia quei discorsi che tendono a naturalizzare sistemi di significato in realtà arbitrari, frutto della storia e dell’agire dell’uomo. Se un ospite vuole più panini da condividere con altri o è furbo o non ha appreso il regolamento; se ringrazia è tendenzioso e conosce bene il fatto suo; se domanda all’improvviso è invadente e se richiede libertà, rispetto dei suoi diritti di uomo, donna o bambino è davvero ingestibile e via alle ammonizioni sin quando gli organi competenti risponderanno.

Nel nostro sistema di valori, in cui la materia vince su tutto, non dobbiamo concedere troppo: noi operatori siamo bravi e meritevoli se e solo se somministriamo ad ognuno un solo panino; se sequestriamo il secondo panino; se ne comunichiamo la cattiva condotta o riusciamo a chiudere quattro armadietti con tre lucchetti. “Affrancatevi dalle vecchie categorie del negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna) che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà. Preferite ciò che è positivo e multiplo, la differenza all’uniforme, il flusso all’unità, i dispositivi mobili ai sistemi. Tenete presente che ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade”.

Di riflesso, le riunioni di una equipè predisposta all’accoglienza ad una vita fascista, si svolgono di anno in anno sulla creazione di un fronte comune, sulla linea unica da adottare, sulle possibilità di lievitazione del pane per renderlo più godibile evitando che gli ospiti continuino a dichiararsi uomini e non animali in grado di morderlo. Avendo poco tempo ancora, poco ci importa se qualcuno di loro mostra qualche merito o si distingue in ambito professionale, artistico o umano ma come politica propaganda ne sottolineiamo solo le informazioni sfavorevoli ed oscuriamo quelle desiderabili, come “folk devils [5]”.

Studiamo le strategie migliori al noi da difendere e ci assicuriamo che tutto fili liscio, facendo rispettare imprescindibilmente il lavaggio delle lenzuola settimanale, il divieto di condurre latte in camera perché una disinfestazione non si farà, l’obbligo di avere una coperta a testa, di dormire su una rete senza doghe e di non addurre ulteriori danni a già deterioratissimi impianti elettrici ed idraulici.

Come facciamo a sentire la libertà fuori se non la sentiamo all’interno della nostra casa. Non è un controsenso”? “Tale incontro genera infatti un’interruzione della normalità quotidiana, del senso comune, di ciò che viene dato per scontato circa la natura ed il significato della realtà che ci circonda. È come se lo straniero ponesse un enigma al gruppo che lo incontra [6].

Per la maggior parte della forza lavoro impiegata nel settore immigrazione, loro sono tutti uguali, immobili in un processo sempre in atto quale l’identità. Oltre che di documenti, mancano anche di dati esperienziali, di vissuti - erlebnis - rilevanti nelle politiche sociali ma senza i quali sono tutti sporchi, cattivi, poco collaborativi, passivi, testardi e bruti. “Che importa, in fondo, chi sono stati nella vita quegli uomini e quelle donne rimaste vittime? […] ci fanno pietà, certo; ma non ci interessa sapere perché si sono messi in viaggio [7]”.

Mentre fotocopiamo ed organizziamo documenti, nascondiamo le chiavi nei cassetti, vivisezioniamo le firme degli ospiti sul registro presenze, compiliamo moduli per la turnazione dell’unica lavatrice, puliamo i tavoli della mensa, smaltiamo i rifiuti anche dai piani, registriamo i beni di consumo al ricevimento, segnaliamo orari di uscita e di entrata degli ospiti, convochiamo per i colloqui, respingiamo ciò che Ernst Bloch chiamava “principio speranza [8]”, un mondo diverso, nominando un tempo di responsabilità comune, attivando e sincronizzando la natura sociale della diversità dei corpi, in uno spazio privilegiato di relazioni sostenute dal mutuo appoggio.

Mentre prepariamo i kit igiene, sistemiamo i beni extra al kit igiene, annotiamo i biglietti del trasporto pubblico elargiti, seguitiamo al lavaggio e al ritiro dei vestiti; monitoriamo le trenta stanze anche sotto i letti ed i materassi, ci assicuriamo che lo scarico del catering sia conforme così come la temperatura dei pasti dalla prima alla terza rilevazione, noi operatori non sappiamo niente di loro, lavorando sulla incompleta e/o totale mancanza di conoscenza, su cui si fondano affermazioni false e parziali, una relazione peculiare, senza riscatti ancora, senza comprensione di ciò che si muove nella vita dell’altro, nel suo mondo interiore di raziocini e desideri.

Quando non c’è modo, tempo e spazio per la comunione e la comprensione, lo scambio linguistico e culturale, la reciprocità e l’apertura alle alterità, per il dialogo, per la riflessione, quando non c’è interesse per le emozioni, attenzione per i traumi, valore per le fragilità, entusiasmo e meraviglia [9], l’attività lavorativa dell’operatore sociale assume la forma “delle nazioni di questo pianeta congenitamente idealiste - il loro linguaggio e le derivazioni del loro linguaggio presuppongono l’idealismo, [10]” allineati a direzioni politiche, economiche, militari, culturali, diplomatiche, religiose ed etniche più accessorie ad esigenze militari che a quel processo che trasforma un immigrato in cittadino [11]” o l’immigrazione da destino collettivo a progetto.
Se oggi un operatore “dovesse chiedere: dov’è il campo di battaglia?, la risposta sarebbe: ovunque" [12].