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Eterotopie a Lesvos

di Raffaello Rossini

3 ottobre 2017

Un’isola luogo di approdo ed incontro, ma anche di tremende ingiustizie dove arriva l’ombra del muro di Erdogan.

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Non sono mai stato a Lesvos.
Sono anni che corteggio la splendida isola dedicata all’amore saffico, ci giungo oggi al termine di un lunghissimo viaggio odisseo nel mare Egeo.
Sono qui principalmente per incontrare un ragazzo molto in gamba che lavora per una delle tante ONG dislocate sull’isola. Hiraklis, per metà islandese e per metà greco, da anni studia il fenomeno delle migrazioni in giro per l’Europa, fino al novembre 2015, quando in anticipo sui tempi decise di stanziarsi a Idomeni.

Vorrei intervistarlo per conoscere la sua esperienza sul confine greco - macedone, quando ancora la situazione contava demografie, istanze, paure e protagonisti diversi.
Il suo punto di vista andrà a impreziosire e completare le riprese di YOU, primo reportage/capitolo della saga Borders of Borders, un anno nella Grecia dei Siriani.

Dopo le riprese per "La Merce Siamo Noi", effettuate a cavallo del confine turco siriano a Novembre 2016, sono curioso di sapere se quel muro visto in costruzione aveva davvero interrotto la cascata di persone in fuga.
Perché chi riesce ad arrivare in Turchia dalla Siria, dall’Iraq o dall’Afghanistan molto probabilmente come prima cosa cercherà di approdare a Lesvos, in Grecia.

Come ha fatto un gruppo di ragazzi iracheni con i quali mi imbatto lungo il molo, intenti a pescare con lenze e pane raffermo.
Ibrahim, il più grande, parla anche un po’ di inglese.
Sono arrivati in Grecia due giorni prima del nostro incontro, su di un gommone.
Mi mostrano le immagini dai loro telefoni, dai quali si può osservare anche la loro vita in transito: le foto in famiglia a Al Hillah, nella Provincia di Babilonia in Iraq, le foto con gli amici seduti su di una panchina vicini a un centro commerciale a Samsun in Turchia, i selfie appena sbarcati a Mitilini in Grecia.

L’isola di Lesvos è pura eterotopia.
Ci sono gli abitanti di Lesvos, greci, ma molti di loro in casa spesso parlano albanese o più sommessamente turco.
Ci sono migranti provenienti da Est, dal Medio Oriente e dall’Asia.
Ci sono migranti provenienti da Sud, dall’Africa.
Ci sono migranti provenienti da Nord, da Bulgaria e Romania.
Ci sono operatori tedeschi, australiani, iraniani che lavorano per ONG di tutto il mondo.
Ci sono i turisti, neozelandesi o russi, a bordo di panfili immensi.
Ci sono militari della guardia costiera greca, italiana e inglese.
Ci sono greci figli di sudanesi ed egiziani, immigrati di seconda generazione, attratti dalla possibilità di lavorare come traduttori o mediatori culturali.
È luogo di transito, eppure tutti sono connessi a tutti.
Nei giorni che passiamo assieme mi accorgo che le persone che conosciamo rappresentano i punti di una rete in costruzione: il volontario, il barista, il fruttivendolo, il traduttore, il mediatore, l’avvocato, la farmacista, il poliziotto.
Tutti qui posseggono un tassello che unito agli altri tasselli disegna la mappa del tuo percorso.
Ibrahim è un ingegnere elettrico di Baghdad, ha costruito degli splendidi impianti elettrici in abitazioni irachene, fin quando ha potuto, poi la Turchia in aereo, e ora la Grecia in barca.


Ibrahim e i suoi amici adesso alloggiano a Moria, in una tenda fatiscente.
Moria dista una decina di chilometri da Mitilini, città e porto principale dell’isola, ed è quello che si chiama un registration and identification center (RIC), il primo luogo in cui andare per avviare il processo di asilo, il primo bivio di fronte al quale si trova chi riesce a sbarcare sulle coste dei confini dell’Impero.
Per di qua si va verso il continente, per di qua si viene deportati in Turchia.
Una deportazione accademicamente denominata “soft” per coloro che vengono da paesi considerati “sicuri”.
La capacità del campo è di 2.500 persone, ma i flussi delle ultime settimane (1.500 nei primi 15 giorni di settembre) hanno cambiato nuovamente gli equilibri.
Ora infatti le persone che vivono a Moria sono 4.300.
Gli uomini soli sono ammassati tutti insieme in tende enormi, il team di pulizia di 4/5 persone è insufficiente e, come se non bastasse, le famiglie che di solito venivano collocate nel campo di Kara Tepe (un altro campo situato a nord di Mitilene), a causa del sovraffollamento - la struttura riesce ad ospitare circa 770 famiglie - sono anch’esse ammassate in condizioni pessime.
La maggioranza sono siriani, poi iracheni, afghani, iracheni, iraniani ma ci sono anche algerini, marocchini, egiziani, pachistani e addirittura dominicani.
La condizione di sovraffollamento facilita le tensioni tra i vari gruppi di provenienza, e nei mesi scorsi ci sono state anche proteste molto dure per le condizioni di detenzione sistematica. [1]

Si perché l’hotspot è a tutti gli effetti un centro di detenzione dove vengono trattenuti i migranti irregolari dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra Unione europea e Turchia nel marzo del 2016. [2] Ha principalmente un ruolo di controllo, unito a pochi servizi principali, come appunto l’igiene e l’istruzione.
L’iter che terrebbe legati i richiedenti asilo a questo luogo dovrebbe durare dai tre ai sei mesi, ma non sono rari i casi di persone intrappolate da più di un anno e mezzo.
Ibrahim è ottimista, dice che al massimo in cinque o sei mesi sarà negli Stati Uniti d’America, dove suo fratello vive e lavora ormai da qualche anno.
Inshallah” dico, pensando ai vari ban di Trump, e all’energia grezza di quel ragazzo dalle spalle enormi.
Ha chiamato il fratello per presentarmelo, vive in Texas, ci siamo salutati con sorrisi e la promessa che un giorno ci saremo conosciuti di persona.

Hiraklis è tornato da poco dal villaggio dei nonni, carico di primizie, tra cui olio, verdure e acquavite.
Da dove siamo seduti riusciamo vedere la Turchia, al di là del mare.
Il muro costruito nel sud est ha provocato un iniziale abbassamento del flusso ma gli aumenti delle ultime settimane in Grecia lasciano presagire una situazione totalmente incerta e difficilmente pronosticabile. [3]
Secondo Hiraklis: “Non c’è modo di chiudere qualsiasi tipo di confine che si estende per centinaia di chilometri. È solo possibile rendere le traversate più pericolose. Il percorso del Mediterraneo orientale non è chiuso, le persone stanno ancora attraversando, molti rifugiati che vivono in Turchia sono rimasti delusi dalla politica delle frontiere chiuse operata dalla Comunità Europea e per ora non hanno motivo di attraversare. Tuttavia, questo può cambiare in qualsiasi momento. I 3-4 milioni di siriani che vivono in Turchia stanno lavorando in condizioni orribili e i loro diritti come rifugiati non sono riconosciuti dal governo turco. Invece dello status di rifugiato, la Turchia ha dato loro ciò che viene definito "protezione temporanea”, ma a causa del sovraffollamento di rifugiati le autorità hanno smesso di fornire anche questa. E in alcune città, tra cui Istanbul, cominciano a sorgere i primi scontri etnici tra Turchi e Siriani”.

Quando salgo sulla nave per Atene è sera, una cinquantina di migranti sono raggruppati dalla polizia in attesa di imbarcarsi.
Nelle montagne di bagagli si confondono i bambini, che giocano.
La domanda che mi pongo osservando le famiglie trovare posto sul ponte della nave: quando potranno dirsi conclusi i flussi provenienti dalla Turchia?
Forse per comprenderlo è necessario capire quando sono cominciati.
E dunque… quando si può dire che siano cominciati? Con la guerra in Siria? O con la guerra in Afghanistan? Dopo la seconda guerra mondiale? O forse dopo la prima? O prima della prima? Con le crociate? O con l’impero bizantino? Dario e Serse? Ittiti e Achei?
Dopo un po’ l’esercizio intellettuale diventa stucchevole, e mi chiedo come può una rete di congetture storiche e geopolitiche imbrigliare, catalogare e spiegare il movimento di un essere umano, o di una moltitudine di esseri umani.
Come è possibile distinguere nettamente il commercio con la barbarie? Lo scambio culturale dalla colonizzazione? Come si può essere sicuri di una linea disegnata nel mare che divide il qui dall’altrove?...
È come pensare che un muro possa fermare una carovana, come pensare che un muro possa difendere la Fortezza.


Mi lascio agli ultimi sfocati bagliori del molo. Sicuramente il multiculturalismo di Lesvos non può dirsi un modello, anche se a me piace vederne uno, anche se venato da contorni tragici. Ma nel pensare a questo non posso fare a meno di sovrapporre Lesvos allo spietato quanto fragile muro di Erdogan. Qui come a casa nostra siamo tutti ostaggi di una bufala ben congegnata.