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Spagna - La Corte di Strasburgo stabilisce che i “respingimenti a caldo” del Governo sono illegali

Gabriela Sánchez, Desalambre (El Diario) - 3 ottobre 2017

4 ottobre 2017

- Link all’articolo originale (ESP)

- La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sancisce che le espulsioni immediate messe in atto a Melilla violano la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
- Nello specifico, violano gli articoli che vietano i rimpatri collettivi e obbligano a garantire il diritto ad un effettivo ricorso alle persone respinte.
- La Corte condanna la Spagna per il “respingimento a caldo” dei due ricorrenti, ai quali deve corrispondere 5.000 euro ciascuno a titolo di risarcimento.

- Il comunicato stampa della Corte (ENG)
- Il testo integrale della sentenza (FRA)

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ritiene che i c.d. “respingimenti a caldo”, sostenuti e realizzati dal Governo a Ceuta e Melilla, sono illegali. La Corte ha stabilito che l’espulsione immediata di due cittadini di origine sub-sahariana verso il Marocco ha violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vieta i rimpatri collettivi ed obbliga a garantire il diritto ad un effettivo ricorso alle persone respinte.

N.D. e N.T., rispettivamente di Mali e Costa d’Avorio, si sono rivolti alla CEDU per denunciare il “respingimento a caldo” del quale furono oggetto il 13 agosto 2014. Con il sostegno degli avvocati Gonzalo Boye (Spagna) e Carsten Gericke (Germania), che collaborano con lo European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), hanno spiegato alla Corte che quel giorno si recarono alla valla di Melilla dal Marocco con l’intenzione di raggiungere la Spagna. Riuscirono a superare parte del reticolato di frontiera e resistettero per ore in cima alla valla più vicina alla città autonoma, in territorio spagnolo.

Dopo ore sulla sommità, i due cittadini sub-sahariani finirono per scendere dalla valla tramite una scala, fornita loro dalla Guardia Civil. Una volta sotto, secondo quanto si riscontra nella decisione del giudice di Strasburgo, gli agenti spagnoli li consegnarono alle forze marocchine. Nessuno chiese loro il proprio nome. Non furono identificati né venne garantita loro la disponibilità di un avvocato o di un interprete, come invece stabiliscono diversi accordi internazionali dei quali la Spagna è parte, come la Convenzione di Ginevra, e come stabiliva la Ley de Extranjería (legge-quadro che regola lo status degli stranieri nel Paese, n.d.t.) vigente in quel momento, riformata nei mesi successivi nel tentativo di salvaguardare queste pratiche.

“La Corte ha osservato che i ricorrenti sono stati espulsi e consegnati al Marocco contro la propria volontà, e che le misure furono adottate in assenza di qualsiasi intervento amministrativo o legale previo”, ha concluso la Corte.

Secondo la sentenza, “esiste un nesso chiaro tra l’espulsione collettiva e il fatto che sia stato loro impedito l’accesso ad un ricorso che, invece, avrebbe consentito loro di presentare la denuncia ad un’autorità competente ed ottenere una minuziosa valutazione delle loro istanze prima del respingimento”.

Un migrante scende dal lato spagnolo della frontiera prima di essere espulso in Marocco.

La Spagna deve corrispondere 5.000 euro a ciascuna vittima

Pertanto, l’operato delle forze di sicurezza dello Stato ha violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che salvaguarda il diritto ad un ricorso effettivo e vieta le espulsioni collettive. Per questa ragione, la Corte di Strasburgo condanna la Spagna a corrispondere a ciascuna delle persone ricorrenti 5.000 euro di risarcimento.

La Corte ha dichiarato che i ricorrenti “non ebbero l’opportunità di chiarire il proprio stato per ricevere assistenza di avvocati, interpreti o personale medico”. Successivamente, aggiunge, furono trasferiti al commissariato di polizia di Nador, e più tardi a Fez, ad oltre 300 km da Melilla, in compagnia di circa 75/80 migranti che avevano provato ad entrare a Melilla in quella stessa giornata.

Alla fine, i ricorrenti riuscirono ad accedere al territorio spagnolo attraverso Melilla l’anno seguente, e fu allora che decisero di denunciare il loro caso. Successivamente, N.D. venne rimpatriata in Mali il 31 marzo 2015. D’altro canto, spiega la Corte, aveva un ordine di espulsione datato 7 novembre 2014, e “la sua situazione attuale è sconosciuta”.

Il Governo ha regolamentato questa pratica nel 2015

I respingimenti immediati descritti dalla Corte di Strasburgo nella sua sentenza sono quelle stesse pratiche che il Governo, nella sua legislazione, ha cercato di regolamentare attraverso la fattispecie del rechazo en frontera (letteralmente “rifiuto alla frontiera”, n.d.t.), inserita in una disposizione della Ley de Seguridad Ciudadana (la "Legge di Sicurezza Cittadina", n.d.t.) che ha finito per segnare una riforma della stessa Ley de Extranjería [1].

Malgrado i moniti di organismi come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), del Consiglio d’Europa e di numerose ONG circa l’illiceità intrinseca ai “respingimenti a caldo, l’Esecutivo ha insistito nel regolamentarli nella sua legislazione mettendoli in pratica, in maniera sistematica, ad ogni salto della valla di Ceuta e Melilla.

Dietro pressioni, l’Esecutivo incluse nella disposizione della Ley de Seguridad Ciudadana che nell’esecuzione del “rechazo en frontera” si sarebbe dovuta osservare la normativa internazionale vigente in materia di diritti umani. Tuttavia, nella pratica si sono effettuati respingimenti immediati senza assistenza legale e secondo modalità sommarie, cosa che, come ha concluso la CEDU, viola la legislazione europea.