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Nuit debout. Transiti, connessioni e contestazioni negli accampamenti urbani dei rifugiati a Parigi

di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova *

5 ottobre 2017

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Un articolo che documenta in chiave etnografica frammenti di vita quotidiana negli accampamenti urbani parigini durante il 2016/2017, provando a cartografare elementi di relazione, scambio e conflitto fra migranti in transito e altri attori rilevanti, istituzionali e non. L’accampamento informale diventa così un sito politico e simbolico attraverso cui attivare la protezione di politiche pubbliche tramite la messa in scena di uno scandalo umanitario. Al tempo stesso le istituzioni danno vita a dispositivi di gestione dei flussi e dello spazio urbano che uniscono accoglienza e repressione, compassione e controllo, inclusione ed esclusione.

Accamparsi nella metropoli

Quando a fine ottobre del 2016 l’insediamento spontaneo di rifugiati a Calais viene evacuato attraverso una grande operazione di logistica sicuritaria-umanitaria, oltre che mediatica, circa 1/3 degli accampati decide di non aderire alla proposta istituzionale di un inserimento provvisorio nei centri di accoglienza (Cao, Centre de Accueil et Orientation) disseminati su tutto il territorio francese. Questi soggetti, desiderosi di non vedere infranto il sogno britannico, da un lato vanno ad ingrossare la popolazione di una miriade di micro-accampamenti nel litorale nord francese, dall’altro rifluiscono su Parigi; in quel momento la capitale si rivela come una tappa e uno snodo fondamentale – in qualità di spazio cosmopolita attraversato e strutturato da dense reti transnazionali – sulla rotta che dai Balcani e dal Mediterraneo porta verso Nord.
Sciurba (2009) ha documentato un processo analogo successivo alla chiusura del centro della Croce Rossa di Sangatte nel 2002, quando una quota significativa di quella popolazione in viaggio viene rigettata indietro, andando ad occupare i parchi pubblici del X arrondissement parigino. In tale prospettiva il transito è scandito dai vincoli di un campo di forza, una specie di biliardo le cui sponde rigide consentono infinite carambole, tutto però dentro una stessa area di gioco: l’ipotesi dell’autonomia delle migrazioni (Mezzadra, Neilson 2013; De Genova, 2016) nel mettere in discussione ogni modello idraulico di spiegazione, legge i percorsi, e la geografia turbolenta che questi disegnano (Papastergiadis, 2000) come l’effetto combinato di confinamenti istituzionali e di sconfinamenti localizzati, di regimi di bordering e di tattiche di de-bordering. Uno degli effetti di tale gioco di campo è la produzione di rotte e di tappe, luoghi spazio-temporali di attesa e di ridefinizione dei gruppi di transito, delle opportunità e delle aspettative (Shapendonk, 2012).
Calais e gli altri micro-insediamenti del litorale Nord [1] costituiscono un terminal di fine corsa, da cui provare il salto verso la Gran Bretagna, mentre Parigi si configura come un retroposto infrastrutturale, una stazione cruciale in cui diversi flussi si mescolano e ricompongono, organizzando e immaginando i passi successivi del viaggio.
Il presente articolo intende documentare in chiave etnografica frammenti di vita quotidiana negli accampamenti urbani parigini, provando a cartografare elementi di relazione, scambio e conflitto fra migranti in transito e altri attori rilevanti, istituzionali e non. Il flusso di ritorno da Calais – una sorta di risacca umana – si inserisce in un contesto che già a partire dall’autunno del 2014 aveva visto proliferare, in scala minore e sempre in prossimità delle stazioni ferroviarie dei quartieri Nord, accampamenti e mobilitazioni solidali [2]
Tali accampamenti, come sottolineano i ricercatori di Babels (2016), si spiegano non solo per l’effetto di una crescita dei flussi lungo la rotta balcanica e mediterranea, ma anche per una cronica ed intenzionale inadeguatezza dei dispositivi rivolti all’accoglienza dei richiedenti asilo a livello locale. Solo nel novembre del 2016, pochi giorni dopo lo sgombero dell’insediamento di Calais, il comune di Parigi apre un centro umanitario di transito presso Porte de La Chapelle, con una capacità di 400 posti; a cui seguirà l’inaugurazione ad Ivry, nel gennaio 2017, di un centro rivolto alle donne con analoga capienza. Si tratta di una dotazione minimale e tardiva, per far fronte all’emergenza, che rivela il desiderio delle autorità nazionali e locali di contrastare ogni possibile effetto di attrazione sul territorio metropolitano.
Le nostre riflessioni si basano sulla frequentazione degli insediamenti di Stalingrad nel novembre 2016 e di Porte de la Chapelle nel maggio 2017. Come qualificare questi luoghi? Entrambi sono accampamenti informali e spontanei che coinvolgono migliaia di persone con un significativo turn-over.
Inoltre, e a differenza di Calais, abbiamo di fronte modi di abitare situati dentro i flussi quotidiani del vivere urbano, nello specifico in quartieri popolari su cui si è stratificata la storia coloniale e migratoria francese; tende, materassi e sacchi a pelo sono fianco a fianco con esercizi commerciali, percorsi pedonali e grandi arterie di comunicazione, stazioni, metro, giardini pubblici, scuole, sedi associative e agenzie di servizi sociali. Infine, questi spazi − pur portando dentro di sé i segni di una radicale esclusione e della vulnerabilità dei soggetti coinvolti − alimentano una dimensione di protezione collettiva, di produzione di immaginari e pratiche, in breve di soggettivazione.
Si produce così uno scarto interessante rispetto alla definizione di Agier e Lecadet (2014); si tratta di luoghi specchio di un’eccezione e di un’esclusione, ma non extraterritoriali, proprio perché non stanno fuori dal recinto della città ufficiale. Al contrario si producono e riproducono, pur essendo continuamente sgomberati, dentro i nodi sociali e comunicativi della metropoli. Non sono giungle, quarantene spaziali e temporali che, come nel caso dell’insediamento di Calais, vengono risignificate dai propri abitanti sino ad alludere alle movenze e ai riti del vivere urbano, ma concrezioni ricorrenti che si alimentano degli scambi sociali, simbolici, politici che la città mette a disposizione; sono meeting point, per riprendere il termine proposto da Mogiani (2017) per descrivere le fabbriche occupate a ridosso del porto di Patrasso, possibili laboratori di lotte, di connessioni e di immaginazioni, di scritture creative e rimescolamenti; tappe di una geografia turbolenta, capitali di un’Europa dell’esilio per seguendo la metafora suggestiva del collettivo Babels (2016).

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Nuit debout. Transiti, connessioni e contestazioni negli accampamenti urbani dei rifugiati a Parigi