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Diritti e migranti invisibili nei valichi di frontiera

Il caso del porto di Ancona

5 ottobre 2017

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Il caloroso applauso riservato al Ministro dell’Interno Marco Minniti dalla platea xenofoba di Atreju, la manifestazione nazionale organizzata ogni anno da Fratelli d’Italia, la dice lunga sul gradimento a destra delle politiche dell’immigrazione promosse da The Lord of Spies, come è stato recentemente definito dal “New York Times” l’uomo forte del Viminale, incuranti non solo del diritto internazionale ma anche dei più banali diritti umani.

È però bene sapere che la spregiudicata linea repressiva anti-migranti di Minniti, volta a chiudere definitivamente e a ogni costo la rotta che collega la Libia all’Italia, non ha solo il volto rudemente mediatico dei disastrosi e disumani accordi con l’opaco presidente del consiglio presidenziale libico Al Serraj, o della squallida caccia alle streghe contro le Ong, favorita dall’inaccettabile codice di condotta volto a estrometterle dalle operazione di soccorso dei migranti in mare, o, ancora, della morale da “bar sport” che Minniti diffonde a ogni comparsata pubblica sui doveri dei migranti.

Certo, aver concesso la delega in bianco alla cosiddetta guardia costiera libica, praticamente milizie armate che non fanno altro che respingere indietro i barconi carichi di migranti, con modalità purtroppo facili da immaginare, per poi rinchiuderli nei lager locali, è e resterà a lungo una delle più vergognose e vigliacche nefandezze commesse da un governo italiano.

Ma la vera e propria rivoluzione che si sta consumando in questi mesi ha anche aspetti più subdoli e silenziosi che si riflettono drammaticamente nei territori. Non si tratta solo dell’ordinaria discriminazione che si consuma quasi quotidianamente, da nord a sud, nelle tristi e grigie stanze istituzionali, ma di una profonda revisione delle politiche d’accoglienza che passa legalmente anche attraverso la riduzione delle risorse destinate ai servizi fondamentali a garantire i diritti dei migranti.
Palese, per esempio, è il drastico taglio dei finanziamenti destinati alla gestione dei valichi di frontiera.

Siamo andati a verificare cosa accade in uno dei più importanti porti italiani, quello di Ancona, dove la gestione dell’Ufficio Informazioni Immigrazione e Asilo, messa a bando dalla locale prefettura, negli ultimi anni ha visto crollare gli stanziamenti, tanto da rendere non solo poco interessante la partecipazione alla selezione da parte di associazioni, onlus e organizzazione del terzo settore, ma praticamente inutile e inefficace la struttura.

L’ufficio, infatti, che in passato prevedeva la presenza di personale specializzato in grado di gestire ogni tipo di situazione relativa allo sbarco dei migranti, offrendo un servizio di informazione in merito alle leggi sull’immigrazione e sugli uffici a cui rivolgersi per le diverse esigenze o per la domanda di asilo, oggi, anche negli orari di arrivo delle navi, è una deserta sala vuota, priva peraltro di insegne all’esterno che la rendano facilmente individuabile e che, soprattutto, rendano identificabili i suoi gestori.

Per quanto ci è dato sapere, in caso di necessità, le autorità competenti, siano esse le forze dell’ordine o il comando della nave con cui la persona giunge irregolarmente al porto, dovrebbero chiamare al telefono l’operatore reperibile della società o cooperativa affidataria del servizio.

Spulciando nel sito della prefettura si scopre che ad aggiudicarsi l’appalto è stata l’Associazione Incontri per la democrazia di Pesaro, più volte abbiamo provato a contattarli telefonicamente ma è impossibile parlare con qualcuno che voglia dare informazioni sul servizio al porto di Ancona. Tra l’altro scopriamo che il bando copre il servizio per soli tre mesi e probabilmente a dicembre dovrebbe essercene un altro, è chiaro che con un lasso di tempo così breve non si può dare continuità ad un servizio e neppure programmare una attività seria.

La cosa, già di per sé discutibile per quello che è il secondo porto commerciale dell’Adriatico, ha un risvolto drammatico, poiché è evidente che tale modalità mette in mano alle medesime autorità la discrezionalità di consentire al migrante di esigere il proprio diritto a richiedere asilo. Non solo, è probabile che il lasso di tempo tra l’intervento dell’operatore e la ripartenza della nave sia insufficiente a valutare ogni singolo caso, facendo optare la polizia di frontiera per l’immediato rimpatrio.

La vicenda non fa altro che confermare ciò che da tempo è ormai palese, e cioè che il tema dell’immigrazione è ormai un fenomeno che l’Italia intende tratta esclusivamente sotto l’aspetto dell’ordine pubblico, delegandone la gestione quasi esclusivamente agli organi di polizia.

Eppure, proprio alcuni episodi verificatisi nel porto di Ancona durante l’estate appena conclusa, dovrebbero far riflettere sull’esigenza di un potenziamento di questi uffici, anziché perseguire il loro smantellamento. Complice la bella stagione e il boom turistico fatto registrare dallo scalo dorico, infatti, tra giugno e settembre si sono moltiplicati i tentativi di ingresso irregolare da parte migranti. Alcuni di questi finiti anche piuttosto male, proprio a causa dell’assenza di tutele in merito al percorso previsto dopo lo sbarco.

A giugno, per esempio, durante le operazioni di ormeggio della motonave Superfast, due migranti algerini hanno tentato di sbarcare lanciandosi in acqua con un tuffo di circa quindici metri. Recuperati e identificati dalla polizia di frontiera, sono stati immediatamente rimbarcati sulla medesima nave per il rimpatrio. Peggio è andata a un altro giovane migrante, che a luglio è rimasto seriamente ferito a una gamba durante la manovra di sbarco di un Tir greco, sotto il quale era probabilmente nascosto. Di pochi giorni fa, invece, è l’odissea vissuta di un’intera famiglia turca, fermata ma fortunatamente accolta dopo un viaggio costato ventimila euro, i risparmi di una vita, per scappare dalla dittatura del presidente turco Erdogan, con cui l’Unione Europea ha stretto accordi milionari per tenere oltre i propri confini esseri umani perseguitati o in fuga dalla guerra.

Tra l’altro, è lecito pensare che questi casi, non rappresentino che la punta dell’iceberg rispetto alla reale portata del fenomeno, e proprio per tale motivo, il progressivo smantellamento degli uffici immigrazioni ai valichi di frontiera rischia di creare non solo un vulnus giuridico, ma anche sociale e umano.