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Quasi arrivati, ma mai così lontani

Peter Tinti, Foreign Policy - 5 ottobre 2017

Reportage - Europe slams its gates

18 ottobre 2017

L’Europa ha appaltato il lavoro sporco del controllo di frontiera alle milizie libiche. Così facendo, ha trasformato i migranti in oggetti da catturare, vendere e commerciare come schiavi.

- Link all’articolo originale (ENG)

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Tripoli, Libia.

La guardia costringe i migranti ad inginocchiarsi e inizia a sbraitare ordini in arabo, una lingua parlata da pochi tra quanti hanno raggiunto la Libia dall’Africa sub-sahariana. Un uomo anziano e minuto, in jeans strappati e t-shirt sbrindellata, si rifiuta di obbedire. La guardia, che indossa un’uniforme nuova immacolata, munita del distintivo della divisione di polizia libica che si occupa del contrasto all’immigrazione illegale, solleva la sua mazza di legno e la percuote pesantemente sulla schiena dell’uomo, mandandolo faccia a terra al primo colpo.

Siamo ai primi di maggio, tre settimane dopo che il personale del centro di detenzione Triq al-Sikka di Tripoli, la capitale libica, ha ricevuto addestramento in tema di Diritti Umani dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). La guardia colpisce di nuovo l’anziano sulla schiena e sulle gambe. Poi si muove metodicamente lungo la fila di migranti inginocchiati, colpendo ognuno come fosse responsabile dell’infrazione del suo compagno di prigionia. Grida di dolore echeggiano nella struttura, vuota e simile ad un capannone, dove più di 100 migranti mezzi morti di fame sono rinchiusi in celle affollate. Alcuni sono qui da mesi, e sopportano percosse regolari sopravvivendo con pochi bocconi di pasta e una confezione di succo al giorno. Altri sono stati recentemente rastrellati in strada, in raid mirati a colpire migranti africani neri.

Non molto dopo l’inizio delle percosse, altre guardie del centro mi notano, e si affrettano a condurmi in una sala d’aspetto fuori dall’ufficio, finemente arredato, del colonnello Mohamed Beshr, capo della polizia anti-immigrazione della città. Beshr è una figura chiave negli sforzi congiunti tra UE e Libia per fermare la migrazione verso l’Europa, che includono l’intercettazione dei migranti in mare e la loro detenzione sulla terraferma. Nel centro Triq al-Sikka ha accolto diplomatici europei di alto rilievo e rappresentanti dell’ONU, e il suo ufficio è pieno di certificati di workshop tenuti dall’IOM, dall’UE e dall’Agenzia Britannica per lo Sviluppo (Britain’s Development Agency).

Eppure, Beshr sembra frustrato dalle mie domande, riguardanti gli abusi che, nel centro che lui gestisce, si svolgono sotto gli occhi di tutti. A sentire lui, i suoi partner europei si curano soltanto di una cosa, anche se non lo ammettono: prevenire l’arrivo dei migranti sulle coste italiane. “Stanno cercando una vera soluzione a questa crisi umanitaria?” chiede Beshr, sorridendo e alzando le sopracciglia. “Oppure vogliono solo che la Libia sia il posto in cui i migranti vengono fermati?”.

Diciotto mesi dopo che l’UE ha annunciato il suo controverso piano per limitare la migrazione illegale attraverso la Libia - che ora è il principale punto di partenza per i sub-sahariani che attraversano il Mediterraneo verso l’Europa - i migranti sono diventati una risorsa da catturare, vendere, scambiare e usare come strumento di pressione. A prescindere dal loro status legale, sono perseguitati dalle milizie leali al governo libico riconosciuto dall’ONU, rinchiusi in prigioni sovraffollate e venduti in veri e propri mercati che gli attivisti per i Diritti Umani hanno paragonato ad aste di schiavi. Vengono torturati, stuprati e uccisi – abusi che, a volte, sono trasmessi via web dagli stessi sfruttatori, che cercano così di estorcere un riscatto alle famiglie dei migranti.

L’industria della detenzione che si è sviluppata nella Libia devastata dalla guerra non è solo il risultato di un fallimento dell’ordine, o l’opera di milizie sbandate in uno stato di anarchia. Le mie visite in cinque diversi centri di detenzione e le interviste con dozzine di capi militari, funzionari governativi libici, migranti e rappresentanti di ONG locali, indicano che è la conseguenza di centinaia di milioni di dollari forniti in supporto dagli Stati membri dell’UE, che cercano di interrompere il flusso di migranti indesiderati verso le proprie coste.

Finora l’UE ha assegnato [1] circa 160 milioni di dollari per nuove strutture di detenzione – dove i migranti vengono stipati prima di essere deportati di nuovo nei loro paesi di origine – e per addestrare ed equipaggiare la Guardia Costiera libica affinché possa intercettare le imbarcazioni dei migranti in mare. I singoli Stati membri hanno stanziato altre decine di milioni di dollari, e stanno considerando una richiesta recente, pari a circa 900 milioni di dollari, che il Governo di Tripoli appoggiato dall’ONU ha avanzato per una serie di equipaggiamenti necessari a contrastare il traffico di migranti.

Gli sforzi dell’UE in Libia sono parte di un piano più ampio per contrastare la migrazione dall’Africa all’Europa, che tra le altre cose include un Fondo di Emergenza multimiliardario, destinato all’Africa, finalizzato ad agire sulle “cause alla radice” delle migrazioni. Nei cosiddetti “Paesi d’origine”, da dove partono numerosi migranti, l’UE ha pianificato nuovi progetti di sviluppo pensati per persuadere i potenziali migranti a non abbandonare la propria casa. Ma nei Paesi di transito, come la Libia e le Nazioni al suo confine meridionale, Niger e Sudan, l’UE si è concentrata sull’impedire ai migranti di raggiungere il Mediterraneo con la forza, fornendo fondi per operazioni anti-tratta, pattuglie ai confini e strutture di detenzione.

In Libia, queste politiche hanno dato potere a milizie e a gruppi criminali, che si sono alleati al Governo sostenuto dall’ONU e messi in fila per approfittare della prodigalità europea. Alcuni hanno deciso di spacciarsi per unità ufficiali della Guardia Costiera, sperando di ricevere addestramento e risorse. Altri gestiscono centri di detenzione in cui i migranti sono sistematicamente maltrattati, ma a cui l’UE offre ancora supporto - compresi i fondi dell’IOM per fornire ai migranti cure mediche, consulenze psicologiche e beni essenziali come i kit per l’igiene. L’IOM, che è il maggior partner per i progetti finanziati dall’UE relativamente alla migrazione in Libia, ha contribuito anche a ristrutturare le strutture di detenzione e ad addestrare le guardie che le sorvegliano.

L’IOM sostiene di non avere altra scelta che lavorare con chiunque gestisca le strutture. “Non siamo noi a dover determinare cos’è un centro di detenzione e cosa no”, ha riferito in una mail Ashraf Assan, l’incaricato dell’IOM per le operazioni in Libia, attualmente stanziato nella vicina Tunisia per ragioni di sicurezza. “Noi ci concentriamo nel supporto a migranti vulnerabili, che hanno bisogno della nostra assistenza”.

Dal canto loro, i funzionari UE declinano ogni responsabilità per le violazioni dei diritti che si verificano nei centri finanziati dall’UE, o per mano della Guardia Costiera e delle unità di marina che l’UE ha addestrato ed equipaggiato. “Il rispetto dei Diritti Umani e la protezione dei migranti sono le priorità dell’Unione Europea”, ha riferito in una mail Catherine Ray, portavoce dell’UE. “Stiamo lavorando in Libia con i nostri partner internazionali, come l’UNHCR e l’IOM, per supportare e proteggere i migranti”.

Affermazioni del genere contrastano con la preoccupante realtà dei fatti.

Le prove che i fondi europei stanno alimentando un sistema brutale di detenzione arbitraria, che nega ai migranti anche i diritti più elementari, abbondano.

Ma mentre aumenta la pressione sui leader europei affinché fermino l’ondata migratoria dall’Africa, gli stessi leader rafforzano il partenariato con la Libia, presentandolo come un modello da seguire nei futuri sforzi per limitare la migrazione. Riferendosi alla collaborazione tra Italia e Guardia Costiera libica, in agosto il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato: “Ciò che è stato fatto da Italia e Libia è un esempio perfetto di ciò che speriamo di ottenere [2].

In passato, l’Europa aveva un partner affidabile nel combattere la migrazione illegale in Muammar Gheddafi, che ha governato la Libia dal 1969 al 2011. Il Paese nordafricano già da tempo era una porta d’ingresso all’Europa per migranti e richiedenti asilo, dato che le sue coste si trovano a sole 200 miglia a sud dall’isola italiana di Lampedusa. Abile ricattatore, Gheddafi - che in un’occasione avvertì che lui era l’unico che potesse impedire all’Europa di diventare “nera [3] – nel 2008 firmò un accordo con l’Italia per ridurre il flusso di migranti, parte di un pacchetto di riparazioni, del valore di 5 miliardi di dollari, inteso come espiazione per i tre decenni di brutale occupazione coloniale terminati nel 1943.

Poi la Primavera Araba si è allargata a tutto il Nord-Africa. Il caos seguito alla caduta di Gheddafi si è rivelato essere il terreno ideale per i trafficanti, e in pochi anni la Libia è diventata una via maestra e non sorvegliata per i migranti e i richiedenti asilo diretti in Europa. Dal 2014, più di 500.000 migranti hanno raggiunto l’Italia tramite quella che gli esperti chiamano “la rotta del Mediterraneo centrale”, la maggior parte dei quali è partita dalla Libia. Malgrado il misterioso calo degli arrivi registrato da metà luglio, presumibilmente attribuibile ad una nuova milizia libica che ha iniziato a fermare le imbarcazioni ad ovest di Tripoli [4], nei primi nove mesi di quest’anno quasi 100.000 persone hanno attraversato questa rotta [5]. Dal 2014, quasi 13.000 migranti hanno perso la vita lungo questa via.

A quasi sei anni dalla morte di Gheddafi, la Libia ha due Governi rivali - uno a Tripoli e l’altro nella cittadina orientale di Tobruk - e migliaia di chilometri quadrati di territorio controllati da una pletora di fazioni tribali, milizie, gruppi armati e Stato Islamico. Persino nella Capitale, dove ha la sua base il Governo di unità nazionale appoggiato dall’ONU, uomini celati in abiti militari, parte di una mutevole varietà di alleanze, di giorno presidiano i posti di blocco, e di notte partecipano a sparatorie. Combattimenti strada per strada a colpi d’arma da fuoco e sequestri di ritorsione sono la norma, spesso focolai di battaglie commissionate per lotte di potere ben più ampie che si riflettono, a centinaia di miglia di distanza, fin sulle enclave tribali.

Nell’impossibilità di affidarsi ad un uomo forte come Gheddafi, per trattenere i migranti in Libia l’Europa ha iniziato a cercare nuovi interlocutori, comprese le milizie tribali che, ora, sono di fatto le uniche autorità nella maggior parte del Paese. Molte di queste milizie sono formalmente alleate con il Governo del Primo Ministro Fayez Al-Sarraj, il cui controllo si estende a malapena oltre i parcheggi del suo quartier generale, nel centro di Tripoli. Tecnicamente, questi gruppi armati ricadono sotto l’autorità del Ministero dell’Interno, ma nella pratica non rispondono a nessuno.

Prima alcune di queste milizie traevano profitto dal traffico di migranti, offrendo protezione ai trafficanti o agendo esse stesse da trafficanti di migranti. Ora, nella posizione di potenziali partner dell’Europa nella lotta contro la migrazione irregolare, hanno iniziato ad intercettare le imbarcazioni dei migranti, a compiere irruzioni nei loro nascondigli, ad effettuare rastrellamenti di massa nei quartieri popolati da migranti e ad aprire centri di detenzione nel Paese. Molte di loro sono ancora coinvolte in attività illegali, come il contrabbando di carburante e il traffico di armi, droghe e merce rubata, ma le Agenzie finanziate dall’UE continuano ad addestrare i loro uomini e ad offrire loro assistenza materiale nella speranza di riuscire a mettere in piedi una Guardia Costiera esperta al punto che possa porre un freno ai trafficanti in mare.

Uno di questi personaggi è Abd al-Rahman Milad, più comunemente noto come Bija, potente leader di una milizia locale riciclatosi come comandante della Guardia Costiera nella cittadina di Zawiya, che apparentemente continua a trarre profitto dalle numerose operazioni di contrabbando anche mentre si vende come un possibile collaboratore dell’Europa nell’intercettare i migranti in mare. Seduto in un caffè di Zawiya con una tazza di caffè e delle Marlboro rosse, ha raccontato la storia della sua fulminea ascesa da cadetto della Guardia Costiera fresco di Accademia, nel 2011 – giusto prima della rivoluzione che ha destituito Gheddafi –, a signore dei mari al largo del porto e delle raffinerie di petrolio della città. Aveva la giusta combinazione di legami tribali e competenze nella navigazione, sostiene. Ma dietro l’ascesa di Bija c’è anche qualcosa che è molto comune nelle storie di successo della Libia post-Gheddafi: la volontà di prendersi ciò che voleva, senza tante storie. “Ho preso il controllo di questo porto, a Zawiya, perché all’epoca non c’era nessuno ad occuparsene”, dice.

Ora che la sua milizia è stata riconosciuta come Unità della Guardia Costiera, Bija è un agente ufficiale del Governo di Tripoli. Ma un recente rapporto della Commissione di Esperti ONU sulla Libia [6] accusa Bija di lavorare d’accordo con i trafficanti negli hub-chiave di Sabratha e Zuwara, intercettando soltanto i trafficanti appoggiati dalle milizie rivali. Il carico umano che i suoi uomini mettono assieme è consegnato al centro di detenzione Nasr a Zawiya, gestito da una milizia alleata. Il rapporto critica anche le sue tattiche, che sembrerebbero includere “l’affondamento dei barconi dei migranti per mezzo di armi da fuoco”.

Bija rigetta queste accuse, e sostiene che sarebbero state inventate dai suoi rivali, compresi potenti funzionari di Tripoli, i quali avrebbero fornito all’ONU informazioni false al fine di screditarlo. Racconta di un episodio del 2014, quando intercettò un vascello russo che stava contrabbandando illegalmente carburante in acque libiche. Secondo Bija, gli ufficiali della Marina di Tripoli gli ordinarono di rilasciare la nave e il suo equipaggio. Inizialmente si rifiutò. Poi, quando gli ufficiali gli fecero capire che avrebbero potuto appoggiare i suoi rivali locali per farlo fuori, cedette. “Ho avuto problemi con loro [la Marina] a partire da quel giorno”, mi dice. “Ma non ho mai smesso di lavorare, e sto facendo ciò che considero giusto e corretto”.

Ad ogni modo, il fatto che Bija sia una figura controversa non ha impedito ai Paesi europei di intessere una relazione con lui. A maggio, Bija si è recato a Roma per partecipare ad un workshop finanziato dall’UE e tenuto dall’IOM all’Hotel Clodio (un 4 stelle), dove ha incontrato funzionari italiani come parte dello sforzo congiunto nel potenziamento della cooperazione in materia di immigrazione. Più di recente, afferma, per intercettare i migranti in mare il Governo italiano gli ha fornito una nuova nave, di cui ha postato una foto su Facebook, con lui a bordo sorridente. Secondo Bija, gli italiani gli hanno riferito che sono in arrivo altre imbarcazioni.

Ray, la portavoce dell’UE, ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di alcuna prova che colleghi la Guardia Costiera addestrata dall’UE ad operazioni di traffico. “Prendiamo sul serio le vostre ipotesi”, ha riferito in una mail, aggiungendo che “l’UE sta fornendo l’addestramento perché tutto ciò che accade nelle acque territoriali libiche è competenza della Libia, e non dell’Europa, ma questo non significa che dobbiamo ignorarlo”.

Viaggiare verso il feudo di Bija a Zawiya, lungo le 30 miglia di striscia costiera che collegano la città a Tripoli, vuol dire passare per una mezza dozzina di posti di blocco, molti dei quali controllati da milizie le cui lealtà e ideologie sono opache come le loro ragioni. La strada è spesso sbarrata, e quando è aperta, si spera di non attrarre l’attenzione di qualche giovane armato di pistola, incline a sequestrare tanto i libici, quanto gli stranieri.

La strada principale di Zawiya, come in molti centri urbani lungo la costa libica, porta i segni della guerra. Il controllo di questa striscia della Libia occidentale - dove si costruiscono fortune sul contrabbando di carburante, armi, droghe ed esseri umani - può essere straordinariamente redditizio, il che spiega come mai gruppi rivali abbiano, a quanto pare, messo una taglia sulla testa di Bija. Uno dei gruppi saldamente alleati con Bija è la Brigata Nasr, che ha passato gran parte dello scorso anno a combattere al suo fianco per mantenere il controllo su Zawiya e sulle sue acque territoriali. Guidata da Mohammad Koshlaf, la Brigata Nasr controlla anche l’omonimo centro di detenzione, pieno di uomini, donne e bambini intercettati in mare dagli uomini di Bija.

Situato nella zona industriale di Zawiya, tra edifici crivellati dai proiettili e sventrati dall’artiglieria pesante, il centro di detenzione è una gigantesca struttura di cemento e lamiera, un monumento alla disumanità. Il corpo principale è riservato ai detenuti maschi, ammassati in celle senza finestre per tutto il giorno, tranne pochi minuti. L’unica veduta verso l’esterno è possibile attraverso una minuscola feritoia, che le guardie chiudono a proprio piacimento. Mentre passo, i migranti sporgono le mani verso di me, pregandomi di contattare le loro Ambasciate e annotare i numeri dei loro cari rimasti a casa.

Le porte del centro, munite di lucchetto, sono contrassegnate da adesivi di IOM, UE, UNHCR e International Medical Corps, una ONG specializzata nel soccorso umanitario. Rappresentanti di tutte queste organizzazioni hanno visitato il centro, e nel caso di IOM e International Medical Corps, hanno fornito kit igienici e servizi sanitari di base con il supporto economico degli Stati europei. I miliziani che controllano il centro indicano questi adesivi come prova non solo della qualità del loro lavoro, ma anche della solida partnership con l’UE e la Comunità Internazionale.

I migranti che si ritrovano bloccati in posti come Nasr spesso vi marciscono per mesi. Una via d’uscita è quella rappresentata dal Rimpatrio e Reinserimento Volontario Assistito (Assisted Voluntary Return and Reintegration - AVRR), che i politici europei sono ansiosi di promuovere. Finanziato dall’UE e gestito dall’IOM, il programma aiuta i migranti a ritornare nei propri Paesi a bordo di voli charter. Ma per essere idonei al programma, l’identità dei migranti deve essere confermata dal Paese di origine, una procedura complicata, resa ancor più difficile dall’incertezza esistente in Libia. All’inizio di agosto, una IOM oberata di lavoro aveva rimpatriato solo 4.346 migranti [7], una frazione minima dei circa 400.000 che si stima risiedano attualmente in Libia (il numero reale potrebbe essere molto più alto, giacché nuovi centri stanno nascendo ovunque, anche in parti del Paese difficili da raggiungere per i cooperanti).

Sul suo sito web, l’IOM descrive l’AVRR [8] come “il ritorno ordinato ed umano e il reinserimento dei migranti che non sono in grado o non vogliono rimanere nelle strutture di transito, e vogliono tornare volontariamente ai loro Paesi di origine”.

E se molti dei migranti detenuti con cui ho parlato in Libia hanno espresso il desiderio di tornare a casa dopo mesi di sofferenze in strutture fatiscenti, non è molto chiaro se il loro ritorno possa essere considerato volontario. Tratta chiunque abbastanza male, e ti supplicherà di smetterla.

Wajdi Almontasera, direttore del centro di detenzione Airport Road di Tripoli, è franco circa la scarsità di alternative disponibili per i migranti in centri come il suo. “Di solito vogliono tornare a casa perché hanno avuto una brutta esperienza in Libia, o perché la detenzione è a tempo indeterminato, quindi usano la procedura dell’IOM per essere rimpatriati e provare di nuovo a raggiungere l’Europa”, dice.

I maltrattamenti in queste strutture non si palesano solo sotto forma di percosse e molestie. Le milizie comprano e vendono i detenuti, o li affittano come lavoratori giornalieri a chi offre di più, in un iter che i gruppi per la difesa dei Diritti Umani hanno paragonato al traffico di schiavi. Bambo Jaiteh, un ventiduenne originario del Gambia detenuto nel centro Il Khalah, appena fuori Tripoli, mi racconta che è stato precedentemente trattenuto in un “campo di prigionia” nel quale i migranti venivano offerti a uomini d’affari e obbligati a svolgere lavori manuali, come la rimozione di detriti pesanti, gli scavi nei siti di costruzione e le pulizie. “Ci portavano fuori a lavorare, e solo qualche volta ci davano del cibo”, dice.

Le milizie guadagnano anche vendendo i migranti africani arrestati ai trafficanti, che sperano di ricevere denaro dalle loro famiglie prima di imbarcarli per l’Italia. Ma il vero trofeo è l’accesso alle centinaia di milioni di dollari promesse a chiunque faccia funzionare la macchina anti-migrazione.

Quando i leader europei hanno ricalibrato tutta la loro politica estera nei confronti della Libia - e della maggior parte dell’Africa –- attorno all’obiettivo di fermare la migrazione, molte delle milizie che erano già coinvolte nel traffico di esseri umani hanno iniziato a vedere la detenzione dei migranti come un business con promettenti possibilità di crescita. Nel corso di dozzine di interviste in Libia, ufficiali delle milizie, funzionari governativi e rappresentanti delle ONG hanno tutti usato il termine “business” - in inglese, piuttosto che in arabo - per spiegare perché così tante milizie stiano aggiungendo l’arresto e la detenzione dei migranti alla lista dei servizi che sono in grado di offrire.

Le milizie stanno gareggiando tra loro, per superarsi a vicenda agli occhi dei loro benefattori europei. Molti dei migranti intrappolati nelle maglie della stretta libica sulla migrazione non avevano nemmeno intenzione di andare in Europa. Alcuni si trovavano persino legalmente in territorio libico. Nel centro di detenzione Abu Salim, a Tripoli, diversi migranti provenienti da Mali e Niger, catturati dopo un raid condotto in un quartiere “a maggioranza nera”, mi raccontano che hanno documenti validi, e sono arrivati in Libia per lavorare. Non hanno mai avuto intenzione di andare in Europa, ma ora sono bloccati nell’ingranaggio della detenzione e della deportazione, progettato per impedire ad altri di andarci.

Secondo Frederic Wehrey - senior fellow al Carnegie Endowment for International Peace, specializzato in transizioni post-conflitto - il processo che si sta dispiegando attorno alla migrazione in Libia rispecchia per molti versi l’impegno assunto da USA e UE con diversi attori libici per combattere l’ISIS. “Nella battaglia contro l’ISIS, qualsiasi milizia si fosse trovata in prossimità di una roccaforte dei terroristi si faceva avanti, presentandosi come l’opzione migliore per combatterli”, dice. “Questi gruppi capiscono molto velocemente che è così che funziona”, continua. “E usano questo stratagemma per guadagnare un vantaggio sui loro avversari e accrescere il proprio potere”.

I Governi stranieri, come pure le organizzazioni umanitarie, possono anche sostenere di essere alleati con gruppi ed individui che tecnicamente risultano parte del Governo ma, secondo Wehrey, questi accordi sono “una facciata molto fragile. “Il fatto che qualcuno sia soggetto alle direttive del Ministero dell’Interno non vuol dire necessariamente che non possa agire autonomamente per i propri scopi”.

La volontà dell’UE di instaurare collaborazioni con le milizie, per quanto mascherate da agenti del Governo, ha creato un mercato per la detenzione, la vendita e l’abuso dei migranti. Ciò rischia anche di accelerare la frammentazione dello Stato, avvertono funzionari ed esperti esterni. “Esiste una tesi per la quale bisogna partire dal livello locale, per poi salire; in questo senso queste collaborazioni sarebbero un modo per perseguire un approccio di tipo bottom-up” dice Wehrey. “Ma, a mio parere, se queste collaborazioni finiscono per creare dei signori della guerra, questa non può essere certo una buona cosa”.

Le autorità di Tripoli concordano, sostenendo che una differenza nelle priorità di Libia e UE rischia di essere controproducente nei confronti dell’obiettivo principale, ovvero la ricostruzione dello Stato libico. “Noi abbiamo le nostre priorità, loro [l’UE] hanno le loro, e ognuno pensa per sé”, dice Anwar Sherif, a capo dell’Unità Operazioni Speciali della Marina libica, che come la Guardia Costiera possiede solo poche navi in grado di funzionare. “Loro dicono che la Libia è instabile, e anche che la Libia si rifiuta di fermare la migrazione illegale. Questo è assurdo. La priorità dovrebbe essere la stabilità libica”.

Un pomeriggio, al porto di Tripoli io e Sherif assistiamo alla procedura di accoglienza messa in atto dalle autorità libiche, con l’appoggio di UNHCR e IOM, nei confronti di 400 migranti recentemente intercettati in mare. Mentre gli scoraggiati migranti si preparano a salire sugli autobus che li porteranno nei centri di detenzione, Sherif indica due mercantili ormeggiati in lontananza, dall’altra parte del molo. Uno di essi è ucraino, l’altro turco. La Marina libica li ha sorpresi entrambi la scorsa notte, dice, mentre trasportavano in totale 132 milioni di litri di carburante rubato. È una vittoria rara per la Marina, che è riuscita ad imporsi sulle due navi con una sparatoria di due ore. Di solito, mi raccontano Sherif e i suoi colleghi, non riescono a dar seguito alle dozzine di segnalazioni che ricevono ogni giorno a proposito delle navi di contrabbando, che si pensa stiano sottraendo al Paese la sua principale risorsa economica in proporzioni industriali.

Considerando che i profitti derivati dal petrolio sono ritenuti cruciali per la stabilizzazione della Libia, si potrebbe pensare che prevenire i furti di carburante sia una priorità condivisa dalla Libia e dalla Comunità Internazionale. In realtà, secondo Sherif, l’unica cosa di cui i suoi interlocutori europei vogliono parlare, quando si tratta di fornire addestramento, fondi ed equipaggiamento, è il traffico di migranti. “Siamo disposti a migliorarci, ad aumentare le nostre conoscenze e a rispettare gli standard internazionali in tema di competenze, ma il nostro lavoro è quello di proteggere la sovranità del Paese, non solo quello di concentrarci sui migranti in mare”.

C’è anche un altro problema: secondo Sherif, molti dei più importanti trafficanti di carburante della costa libica sono ufficialmente sottoposti del Ministero dell’Interno, e sono quelle stesse unità di Guardia Costiera con cui l’UE sta collaborando per fermare il traffico di migranti. Sherif non fa nessun nome, ma parla di un certo ufficiale della Guardia Costiera che opera dal porto di Zawiya ed è recentemente stato a Roma per incontrare dei funzionari europei.

Eppure, secondo ufficiali della Marina come Sherif e il suo collega, Abyoub Qassem, i poteri europei non hanno voglia di osservare troppo da vicino l’operato di partner sgradevoli come Bija, finché fanno il loro dovere nel combattere la migrazione. L’Europa vuole usare la Libia come una sorta di muro di Berlino che divida l’Africa dall’Europa, dice Qassem, aggiungendo che disapprova le critiche che giungono dall’Europa circa le violazioni dei Diritti Umani. L’Europa vuole che la difesa dei Diritti Umani continui ad essere un suo marchio di fabbrica, e vuole mantenere pulita la propria reputazione”.