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La grande bellezza di piazza Esquilino

I senza casa, i senza reddito, i senza cittadinanza si riprendono la parola

13 ottobre 2017

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Nella piazza dell’8 ottobre, Tano D’Amico ci ha trovato tanta bellezza e tanta sofferenza, quasi fosse una poesia, perché - forse - come Bukowsky appunta “scrivere poesie non è difficile; difficile è viverle”.

All’Esquilino c’erano le persone a cui, la prefettura di Roma, ha vietato di incontrarsi per una pubblica assemblea nel luogo precedentemente richiesto, piazza Indipendenza, in nome della sicurezza pubblica, equivoca, - senza dubbi - quando, di contrappasso, la stessa politica acconsente a funerali stile “il padrino” e/o permette l’ammissione di militanti di estrema destra ai consigli dei municipi romani.

Photo credit: Vanna D’Ambrosio


Hic et nunc, queste stesse persone, uomini-donne-bambini disarmanti e senza ricchezze per finanziare guerre, diventano i dissidenti, pericolosi di adozione e criminali di riflesso, a richiedere che gli sia restituita la quotidianità e la libertà delle pratiche personali; che gli sia concessa la vita nella sua sacralità; che gli sia concessa permessa libertà di movimento e di parola, per cui nessun essere umano è illegale.

Era presente il popolo che, non ignorando il passato, ancora, ad alta voce, con le proprie aspirazioni nutre la democrazia.

Erano i dannati della crisi che produce e formalizza il divario sociale e li consuma; erano le vittime di una democrazia in fasce già contagiata dal virus selettivo del nazismo e del fascismo; c’erano gli sfruttati e i malpagati dell’imperialismo; i nuovi poveri a cui non si revoca il diritto all’abitare in tempi di speculazione edilizia; i lavoratori ad intermittenza e quelli a progetto, i cassintegrati, i licenziati, c’erano i bambini che si vogliono sentire sicuri tra le braccia della mamma e sulle gambe del papà; gli adolescenti che vogliono scoprire il mondo e sentirselo appartenere; c’erano gli immigrati e di tutti i colori che non vogliono finanziare più destre, sinistre, mafie, imprenditorie, prostituzione, caporalati, spacci, malavita, illegalità, lavoro nero, ingiustizie, divisioni, odio, barricate, razzismo; c’erano e ci saranno nelle strade le speranze, più forti dei bisogni.

Photo credit: Vanna D’Ambrosio


Si sentivano le voci degli studenti che non possono frequentare la scuola perché hanno sequestrato la casa che era vicino scuola; quelle delle lavoratrici sole che non possono accompagnarli; quelle delle mogli che non sanno come fare da quando il compagno si trova in carcere in seguito a daspo e per lui sarà difficile trovare lavoro adesso che è un criminale; quello delle mamme che temono gli assistenti sociali. Si sentivano le voci degli uomini a cui non hanno sequestrato soltanto la storica bancarella bensì tutto il materiale, due mensilità di affitto; quella degli uomini a cui hanno privato della libertà dell’aria aperta.

In quella piazza si sentiva, oltre le voci, che la dignità che quelle persone emanavano era molto più prepotente del disprezzo a cui questa definizione di legalità conduce. Si sentivano le urla ed anche i pianti delle persone a cui la sicurezza emanata dal nostro governo ha distrutto la familiarità con la vita.

Photo credit: Vanna D’Ambrosio


I senza casa, i senza reddito, i senza cittadinanza, in quella piazza hanno lasciato anche tante contraddizioni. Quelle di questa politica che fa irruzione nella stanza quotidiana dei bambini e ne sgombera immediatamente ogni sogno mentre alla televisione trasmette il break della famiglia del Mulino Bianco; le controversie della nouvelle democrazia minnitiana che premia di beltà chi ha lavoro e casa mentre criminalizza e condanna quanti non sono assunti in un circuito lavorativo ripetutamente clientelare e corrotto, i più sfortunati, i parcheggiatori, gli ambulanti, gli artisti, indecorosi sempre più indecorosi.
Lì si è impietrita quella parte di umanità che si impegna a combattere la povertà producendo nuovi poveri ed ulteriori sfollati, gettandoli in strada, senza la famiglia, il lavoro, gli amici, i punti di riferimento, la propria identità. Lì ci sono i chiaroscuri di quella parte di umanità che tutela i diritti degli infanti e ne separa alcuni dai genitori con la freddezza di un idrante e le ombre della morte di Adan.

In quella piazza, la voce del dissenso ha espresso che come Adan, le molte vittime, i tanti morti, esclusi e dannati non rimanessero episodi ad uso esclusivo della cronaca nera ma diventassero un serio problema di giustizia e di legalità effettive, rifiutando ogni relazione che non sia fondata sui principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, anni luce distante dai vecchi e nuovi fascismi.
Dovremmo essere noi a governare e non loro [1]”.

Nella piazza dell’8 ottobre, Tano D’Amico ci ha trovato tanta bellezza e tanta sofferenza, quasi fosse una poesia, perché - forse - come Bukowsky appunta “scrivere poesie non è difficile; difficile è viverle”.