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L’Europa, Minniti, le rotte migratorie e i patti col diavolo

Intervista di Tommaso Gandini (overthefortress) a Nancy Porsia, giornalista freelance ed esperta di Medio Oriente e Nord Africa

23 ottobre 2017

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La rotta del Mediterraneo sembra all’apparenza chiusa. I dati di agosto, settembre e ottobre [1] sugli arrivi di migranti in Italia vedono rispetto agli ultimi due anni una notevole diminuzione. Numeri asettici, utilizzati a scopo propagandistico dal governo e dall’Europa quando nella realtà nascondono verità scomode, come quelle denunciate in questi mesi da tutti coloro che identificano nella Libia un moderno lager, un buco nero di abusi e violenze dove sotterrare chi invece vorrebbe raggiungere il vecchio continente. Ma come sappiamo quando si tenta di chiudere una rotta, inevitabilmente se ne apra un’altra e il viaggio dei migranti per raggiungere l’Europa diventa più impervio e costoso.

Abbiamo chiesto alla giornalista Nancy Porsia di spiegarci com’è la situazione in Libia e di ragionare assieme a noi di rotte migratorie, di processi di esternalizzazione delle frontiere e geopolitica dell’area Mediterranea.

Photo credit: Dario Fichera (Belgrado, Marzo 2017)


Come si sta definendo il processo di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea dopo il summit di Parigi del 28 agosto?

Credo che questa sia una sorta di finalizzazione di un programma a lungo termine definito già molto tempo fa, partito da Rabat nel 2007, confermato a La Valletta nel novembre del 2015 e finalizzato sempre a Malta nel febbraio 2017. L’Europa ha un’esigenza di chiudere i confini europei agli extraeuropei bloccando i flussi migratori.

Il flusso più importante, il più significativo, di uomini donne e bambini verso l’Europa è attraverso la rotta del Mediterraneo, la quale è un insieme di vie diverse: centrale come quella libica, orientale come quella turca-greca ed occidentale tra Marocco e Spagna. A partire dal 2011 c’è stato un significativo incremento degli arrivi attraverso le prime due rotte, mentre sulla rotta tra Marocco e Spagna l’attenzione era già in essere tempo addietro. Non a caso il processo di Rabat si tenne nel 2007 e quella rotta fu chiusa con l’esternalizzazione del confine spagnolo.
Praticamente si torna ad applicare lo stesso metodo, la parola chiave è sempre la stessa: esternalizzazione dei confini. Non sono più quindi gli europei a dover pattugliare i confini, ma lo si lascia fare a regimi autoritari come quelli che spadroneggiano a sud dell’Europa.

Abbiamo l’esempio infatti della Turchia con l’accordo dello scorso anno, e quest’anno si è visto l’ultimo punto di sutura di questa cerniera aperta, una sorta di ferita aperta - almeno così viene percepita dai politicanti europei -, che è il mar Mediterraneo. Così prima è stato messo il punto occidentale, poi quello orientale e infine quello centrale con gli accordi con la Libia. Questo metodo messo in atto tanto tempo fa è molto improvvisato. Di volta in volta gli attori coinvolti sono diversi e molteplici, soprattutto le forze al potere negli stati membri dell’Unione europea sono diversi. Macron, per esempio, è un volto nuovo rispetto alla scena politica francese e Macron non è Le Pen.

Abbiamo avuto anche il cambio importante di retorica con la nomina a presidente degli USA di Trump. E’ chiaro che nella specifica questione della Libia l’Italia sta improvvisando in buona percentuale perché capitola di fronte all’interventismo francese. Macron parla di cose che non conosce definendo prossima l’apertura di hotspot in Libia, e infatti poi smentisce questa dichiarazione. L’Italia nel frattempo, per evitare che la Francia possa strappargli lo scettro di diritto di prelazione sulla ex colonia italiana, fa accordi con chiunque si offra e così dà la propria disponibilità ai trafficanti. Oggi le autorità a cui è affidato il controllo della frontiera sud dell’Europa fino a ieri erano trafficanti, ma questo poco importa. Sono in grado di portare a casa il risultato che più interessa: solo nel mese di agosto abbiamo avuto un calo del 50% degli arrivi in Italia. E’ chiaro che rientra tutto in una logica elettorale, il centro-sinistra italiano si sta giocando la propria rielezione alle prossime politiche del 2018 sul fronte della lotta all’immigrazione irregolare.

Photo credit: Francesca Vallarino Gancia (Sos Méditerranee)


Si può parlare anche di riduzione delle partenze o solo degli arrivi?

Credo che si stia effettivamente impedendo per lo più gli arrivi. In un lasso di tempo così breve non ci si può aspettare una vera riduzione delle partenze. Essa si può avere con un piano di lungo termine, almeno attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Le comunità migranti come sappiamo si muovono in massa, quasi interi villaggi partono perché c’è una cultura della migrazione e perché c’è anche una consapevolezza ormai decennale della politica della negazione del visto da parte dell’EU. Questo non significa che poi non si aprano altre rotte migratorie.

Quando si ha la consapevolezza della politica del diniego del visto, che dovrebbe essere un diritto di tutti i cittadini, ecco che si viene a formare la subcultura popolare del viaggio senza documenti regolari. Perché tecnicamente di questo stiamo parlando. La cultura del viaggio dei sans papier, degli irregolari, che si è andata a formare per decenni, non si può pensare di sradicarla nell’arco di 3 settimane, solo perché i trafficanti sulla costa sono stati pagati per fermare i migranti.

Dopodiché c’è tutta la rotta del transito sulla quale comunque molte persone hanno già intrapreso il loro cammino verso l’Europa. Non sarà di certo l’idea che qualche trafficante si rifiuta di fare il suo lavoro che fa desistere le migliaia di trafficanti lungo il percorso. A questo proposito per essere più tecnici e specifici possibile, sarebbe interessante anche capire cosa succede al confine sud della Libia. Leggevo i numeri forniti da Giuseppe Loprete country manager dell’OIM in Niger. Loprete diceva che il grande calo dell’attraversamento della frontiera Niger-Libia sarebbe drasticamente diminuito già lo scorso autunno come conseguenza degli accordi fatti dall’UE con il governo nigerino. Nell’economia del Processo di Khartoum ci sarebbero stati anche degli accordi sul border control, il pattugliamento del confine.

Qual è il vulnus del sistema di sicurezza contro la migrazione in Niger? I migranti in Niger sono regolari anche senza visto o passaporto, perché il Niger fa parte dell’area di libera circolazione del CEDEAO - ECOWAS. Quindi il gambiano o il senegalese che si trovano in territorio nigerino sono comunque regolari. Non si possono criminalizzare. Motivo per cui in Niger si sono inventati misure più aspre per la criminalizzazione degli autisti o degli smugglers dei migranti. Ogni volta che vedono camion carichi di migranti fermano l’autista e gli danno, al contrario di prima, multe salatissime (5-6mila franchi). Questo ha portato, come spiega benissimo Giacomo Zandonini, alla chiusura e all’abbandono delle rotte principali più sicure, che avvenivano con partenze di giorno per sentieri già battuti e conosciuti. Addirittura, come scrive Giacomo, fino a poco fa c’erano mezzi militari che scortavano i migranti che attraversano la frontiera verso la Libia.

Lasciato per necessità questo sistema più “protetto” i trafficanti prendono strade più sconosciute e abbandonano molti migranti in mezzo al deserto. Quindi attenzione a dire che i numeri sono calati sul confine nigerino-libico, potrebbe essere un’interpretazione falsata della realtà perché si leggono i dati solo sulle rotte principali che venivano usate fino a poco tempo fa. Ma in realtà ci sono, giorno dopo giorno, sempre più morti perché i viaggi sono diventati più pericolosi. Con l’inasprimento delle misure anti-migranti e lo stato di clandestinità in cui l’EU costringe i migranti, li si obbliga a rischiare la loro vita ancora di più.

Photo credit: Giacomo Zandonini (Un gruppo di migranti durante il trasferimento tra Dirkou e Agadez)


Nonostante l’obiettivo dichiarato dell’UE sia quello di chiudere la rotta del Mediterraneo centrale, sia l’Eurostat per l’EU, che l’ISTAT per l’Italia, dichiarano che ogni anno siano necessari nuovi immigrati per sostenere l’economia e gli equilibri demografici. Secondo le tue analisi la volontà di bloccare le persone è reale nonostante a leggere queste ricerche sia svantaggiosa, oppure è in corso un processo di selezione dei migranti?

Io credo che in qualche modo ad oggi ancora non si possa parlare di emergenza migranti in Europa. Fanno paura le immagini dei centri sovraffollati in Italia così come i numeri, ma la situazione tesa che si è venuta a formare in Italia negli ultimi 2 anni è frutto, in prima battuta, della convenzione di Dublino. Quindi di una politica di non solidarietà dell’EU nei confronti dei paesi che, per puro caso, sono sul confine dell’area Schengen.

In seconda battuta, questa situazione tesa a cui abbiamo assistito è frutto della mafia italiana. Se in Italia non soffrissimo della piaga secolare della mafia, i migranti non resterebbero in “accoglienza” a spese del governo italiano per oltre due anni. La loro richiesta per l’asilo umanitario piuttosto che politico, verrebbe processata in un tempo ragionevole come quello dei sei mesi.

Però come sappiamo c’è un chiaro business dell’accoglienza in Italia e mafia capitale avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Questo significa che non abbiamo mai vissuto una reale emergenza in Italia né tanto meno in Europa. I vari governi stanno facendo la loro campagna elettorale sulla migrazione e ci sono gli imprenditori della politica che cercano di capitalizzare i sentimenti più bassi della popolazione.

Sicuramente rimane ferma la necessità di aprire le ambasciate nei paesi di provenienza e rilasciare lì i visti regolari. Così i migranti non restano sul libro paga degli italiani e degli europei per nemmeno un giorno. In realtà è la fortezza Europa che costringe i migranti al sistema dell’accoglienza perché, come sappiamo, quando i migranti vengono chiusi nei centri d’accoglienza - da cui potrebbero uscire ma senza la possibilità di avere un contratto di lavoro o uno per la casa - vengono costretti ad una staticità di 2 anni. Se avessero il visto nel loro paese di origine arriverebbero in Europa e ognuno andrebbe per la sua strada. Qualcuno ci riuscirebbe, come tanti italiani a Londra, qualcuno fallirebbe e tornerebbe indietro, come accade a tanti italiani a Londra. Quando parliamo di migranti non parliamo con nessuna accezione positiva o negativa a seconda della nazionalità. Se si vuole fare una selezione? Forse sì, la verità è che si potrebbe fare una selezione naturale dando i visti e permettendo a queste persone di metterli nella condizione di giocarsela sul mercato, banalmente.

Photo credit: Carmen Sabello (Milano, 20 maggio 2017 - No one is illegal)


Come giudichi il recente operato del ministro Minniti che, tramite un piano articolato di delegittimazione e criminalizzazione delle ONG ed i patti col Al-serraj e i vari clan di riferimento delle guardie costiere libiche, è riuscito a fermare quasi del tutto gli arrivi dalla Libia?

Non voglio entrare troppo nel merito tecnico, perché sarebbe molto complesso.
Spero un giorno di avere un faccia a faccia con il Ministro Minniti, che una volta ho incrociato e si è rifiutato di rispondere alle mie domande. Rimanendo su un livello più ampio, direi che ha accettato di fare un patto con il diavolo pur di non lasciare spazio ai francesi, che da sempre hanno avuto una politica interventista sulla Libia per scalzare il primato di Eni nel paese. Minniti davanti all’interventismo francese ha fatto il patto con il diavolo. A chi muove l’obiezione che in un paese senza stato, senza governo e senza esercito come la Libia si è costretti a scendere a patti con le milizie, io dico che è vero, non sono così ingenua per pensare che a breve ci sarà in Libia un esercito regolare o un esecutivo con l’appoggio di tutta la popolazione.

D’altro canto si doveva evitare di saltare sul carrozzone libico in questo momento.
La Libia non è ancora pronta per farsi carico del grande dramma della migrazione irregolare. L’Europa aveva semmai il dovere di mandare a casa le Ong per mettere delle istituzioni europee che facessero ricerca e soccorso, perché in questo momento questo non si può chiedere ad un paese come la Libia, in cui non c’è un governo riconosciuto, un apparato di sicurezza. Quelli a cui si affidano gli uomini dell’entourage riconosciuto dalle Nazioni Unite sono persone di dubbia legittimità. Parlo proprio degli uomini armati che difendono il compound dove c’è l’entourage di Fayez al Serraj dove va lo staff delle Nazioni Unite, dove va Minniti o Gentiloni.

Quel compound è difeso da brutti ceffi, stiamo parlando di persone che si offrono come paladini contro i migranti irregolari, ma poi fanno traffico di valuta, come euro dollaro o dinaro libico. Essendo alcuni di loro islamici credenti non si sporcano le mani con la droga, quella la bloccano, però poi fanno milioni con il traffico della moneta, che poi è il traffico della moneta e la mancanza di liquidità nel circuito bancario libico che sta dissanguando i libici.

Ecco, con loro l’Europa ci va a braccetto. Non ho dubbi che quando i nostri alti rappresentati si trovano circondati da questi ceffi fanno finta di non vedere l’aurea che trasudano. Io, per esempio, con questi personaggi qui sono stata costretta nelle interviste che ho fatto in passato ad indossare il velo, cosa che non mi è mai stata chiesta quando mi sono confrontata con altri gruppi e milizie.
La Libia è una grande milizia, un insieme di milizie. C’era però la possibilità di fare una selezione accurata, nemmeno più certosina o millimetrica, ma una selezione più ragionevole che richiedeva più tempo. La decisione sulla scelta dei propri interlocutori in Libia per essere meno criminale, come quella che sta avvenendo oggi, richiedeva più tempo. Minniti ha deciso che questo tempo non ce l’aveva. Non so perché lo abbia deciso, forse perché non voleva salvare altri 100 o 200 mila migranti a largo delle coste libiche? Sarebbero state queste 100 o 200 mila persone che avremmo salvato tra quest’anno e il prossimo a cambiare la demografia europea?
Di che cosa stiamo parlando….

Photo credit: Guillaume Binet/Myop (MSF)

Su questo mi permetto di fare un’altra domanda in particolare sul ruolo della Guardia Costiera libica, che tu hai più volte definito bene come ‘di diverso tipo’, sottolineando che, appunto, non va generalizzata la sua posizione.
Più di un giornalista ha fatto notare due cose: la prima è che il concedere tutto quello spazio di mare alla Guardia Costiera libica, che geo-politicamente parlando ha un valore molto grande, fosse una mossa poco prudente; la seconda è che appare probabile, una volta messe le ONG fuori dal gioco, che questo tratto di mare sia riconsegnato oppure lasciato a dei contractors piuttosto che a delle agenzie internazionali.
Tu ti sei fatta un’idea, se è possibile farsene ovviamente, su quale sarà il passo successivo o se invece la Guardia Costiera libica continuerà a mantenere quello spazio come proprio territorio?

Anzitutto sulla Guardia Costiera libica, come su qualsiasi altra cosa, non è mai bene generalizzare. Come dicevo prima, l’errore dell’Italia, di Minniti e del suo entourage, è di non essersi dato più tempo per procedere ad una selezione più attenta delle milizie con cui collaborare, e nel frattempo sostenere l’apparato di sicurezza libico nel percorso di establishment, quindi di costruzione e assestamento.
Però, appunto, anche all’interno della Guardia Costiera Libica c’è un amalgama di criminali, non parliamo di un concentrato di criminali, ma parliamo di una struttura partecipata da varie anime.

Ci sono alcune unità della Guardia Costiera libica che cercano di fare il loro lavoro al meglio, tuttalpiù ogni tanto intascano qualche bustarella per girarsi dall’altra parte, però diciamo che il loro grado di connivenza si ferma lì. Ci sono altre unità dove invece l’infiltrazione mafiosa la fa da padrona. Questo è il caso soprattutto dell’unità della Guardia Costiera di Zawiya, che io oramai denuncio da un anno (il primo articolo è uscito su Panorama a dicembre dello scorso anno, anche sul Fatto Quotidiano poco prima e poi per la stampa tedesca e turca). Questa unità della Guardia Costiera di Zawiya, che è una città a 50 km ad ovest di Tripoli, rientra in realtà in uno schema mafioso ben preciso. Il capo della Guardia Costiera di Zawiya, che è al suo posto da anni, è in realtà in combutta con il Capo del porto di Zawiya stesso e con il Capo del corpo delle Guardie Petrolifere della raffineria di Zawiya.

Nel circuito Guardia Costiera-raffineria-porto sono racchiusi praticamente tutti i traffici illeciti più fruttiferi della zona a ovest di Tripoli, perché c’è appunto il diesel, il traffico di esseri umani e potenzialmente qualsiasi cosa, perché quando sei tu che hai il controllo del porto sei tu che decidi cosa entra e cosa esce. E cosa succede? Succede che questo gruppo qui, il capo della Guardia Costiera ed i suoi cugini, che sono a capo della raffineria e del porto, hanno creato un sistema che praticamente gestisce tutto, e gli italiani questa cosa credo che la sapessero già prima di firmare gli accordi con tutta la Guardia Costiera libica. Quindi avrebbero potuto in qualche modo, tornando alla famosa ‘selezione ragionata’, cercare di tagliare fuori almeno questi personaggi. Chiaramente tagliare fuori questi personaggi, che sono influenti e potenti, richiede tempo e Minniti non ha voluto aspettare, quindi ha firmato il ‘patto col diavolo’ solo per non lasciare spazio alla Francia.

Photo credit: Sara Prestianni (campo di detenzione in Libia)


Purtroppo è fin troppo chiaro. Sulla decisione del governo italiano di ‘invitare’ le ONG nei campi di detenzione in Libia, come contestualizzi questa scelta? Come la giudichi?

Io credo che sia una proposta intelligente, nell’ottica del piano Minniti, ossia cercare di vendere questo accordo con la Libia o questo piano per fermare l’immigrazione irregolare come un accordo che comunque tiene alta l’attenzione sul rispetto dei diritti umani. È una mossa intelligente da un punto di vista banalmente di marketing.

Dopo averli bloccati ci prendiamo cura di loro in Libia. Dal punto di vista del marketing funziona, perché poi purtroppo in Italia ad essere consapevoli della dubbia attenzione verso i diritti umani del piano Minniti siamo in pochi, in tanti credono davvero alla bufala che questo piano si muova nel rispetto dei diritti umani dei migranti. Non a caso Minniti ha avuto il coraggio di dirlo urbi et orbi, senza battere ciglio; in qualche modo pensa che la gente gli creda, o sa che repetita iuvant alla fine la gente davvero si convincerà. Così è.

E quindi mandare in Libia le ONG funziona. Dopodiché se tu chiedi ai tuoi amici che partecipano al business dell’accoglienza in Italia di rinunciare a questo business, da qualche parte li devi ricollocare. E dove li ricollochi? Tu stai semplicemente spostando a sud la frontiera. E poi bene o male l’architettura della cooperazione Europa-Libia è già definita attraverso le attività finanziate dallo European Union Trust Fund, il Fondo fiduciario europeo, e i famosi 200 milioni di euro messi a disposizione dai donatori europei lo scorso febbraio a La Valletta. Lì è stata già delineata l’architettura della cooperazione tra comunità internazionale e autorità libica all’interno dei centri di detenzione, quindi alla fine le ONG italiane non potranno fare altro che la distribuzione del materiale come i kit da cucina, piuttosto che i kit per l’igiene personale. Questo significa legittimare i centri di detenzione?

Da parte delle ONG si, dipende da chi ci andrà, io credo che in generale tantissime ci andranno, perché poi nella cooperazione, ma in generale in zone di crisi, in situazioni dalla dubbia democraticità, in genere gli attori chiamati a partecipare rispondono “preferisco metterci io la faccia e metterci io le mani anziché lasciare che lo faccia qualcun altro non sapendo come quel qualcun altro lo farebbe. Preferisco farlo bene a modo mio”. Quindi anche da un punto di vista politico diventa molto difficile giudicare. Ad esempio, fino a ieri MSF è rimasta nei centri di detenzione in Libia. Poi è chiaro che nel grande calderone delle cricche si urla al lupo anche molto facilmente, ma io credo che nei centri di detenzione in Libia qualche miglioramento ci sarà, perché comunque troppi soldi sono stati stanziati per questo. Ma la mia obiezione non è questa, la mia obiezione è proprio la libertà di movimento. Poi è chiaro, nei centri di detenzione metti sul piatto 200 milioni di euro, sicuramente non arriveranno tutti, perché praticamente 100 milioni si spendono già nei training negli alberghi qui a Tunisi, prima di arrivare in Libia. Al di là di questo, comunque qualcosa arriva nei centri.

Photo credit: Teresa Palomo


L’ultimissima domanda, che è un po’ la domanda da un milione di dollari. Preso atto della difficoltà di predire i flussi migratori, se veramente riuscissero a chiudere le partenze dalla Libia, quali altre rotte pensi potrebbero diventare le principali vie di fuga dall’Africa?

La Tunisia nell’immediato, il Marocco, che comunque è un fazzoletto di terra brevissimo - dura il tempo di una corsa attraversarlo - non è così lontano. Per quanto la frontiera del Marocco sia esternalizzata comunque è a ridosso di quelli che sono ancora i muri spagnoli, invece ad esempio tra l’Italia e la Libia c’è un bel braccio di mare. Come sappiamo Ceuta e Melilla sono le enclave. E poi la Tunisia, dove il livello di corruzione è altissimo, e quindi fintanto che riescono a pagare anche in Tunisia tutti quanti, di tempo ne passa, e nel frattempo i migranti passano.

In questo senso abbiamo lasciato fuori un attore importante che è l’Egitto di Al-Sisi, che peraltro ha firmato un trattato con la Germania, un altro attore che abbiamo tralasciato, all’atto del summit di Parigi. L’accordo tra la Germania e l’Egitto è molto simile a quello del governo italiano del 2007 per il contrasto all’immigrazione irregolare e il rimpatrio immediato dei cittadini egiziani. Come vedi, se c’è, una correlazione tra questi due attori in questa scacchiera?

Al-Sisi innanzitutto diventa una figura centrale anche negli accordi italo-libici perché come sappiamo Al-Sisi è il burattinaio di Haftar. Chiaramente per riuscire a tenere buono Haftar basta riconoscere altro ad Al-Sisi. E come sappiamo, proprio di recente è stato rimandato l’ambasciatore italiano al Cairo dopo l’omicidio di Giulio Regeni. In più, Minniti è andato a trovare Haftar, e quindi direi che Al-Sisi è una figura centrale nella lotta dell’Europa ai migranti; quindi si, hanno già preventivamente chiuso accordi con Al-Sisi rispetto al rimpatrio degli egiziani. Come sappiamo sono pochissime le nazionalità che vengono riconosciute per la protezione internazionale automaticamente: siriani, eritrei, somali. Tutti gli altri devono fare una richiesta e portare un caso specifico personale per poter ottenere l’asilo, altrimenti vengono rimandati indietro come migranti economici. È chiaro che, verso l’Egitto, con gli ottimi rapporti d’amicizia tra l’Italia e l’Egitto, i rimpatri sono facilissimi, ma poi in realtà anche questo tipo di accordo ha creato un effetto devastante sulla sicurezza dei migranti.

Questo accordo ha portato immediatamente ad un abbassamento dell’età degli egiziani che vengono irregolarmente verso l’Italia: parliamo di bambini, di minori, e quindi sempre più bambini si mettono in viaggio verso l’Europa nelle condizioni pericolosissime che conosciamo, perché appunto la famiglia egiziana povera che oggigiorno è alla ricerca di un sostentamento, preferisce investire su un bambino di 10 anni, che non può essere rimandato indietro dall’Italia, anziché sull’ometto di famiglia di 22 anni. E quindi, come dire, queste misure repressive hanno sempre poi degli effetti devastanti sulla tutela dei diritti degli esseri umani.