logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Spezza le catene e apriti ai diritti

Al corteo nazionale del 21 ottobre a Roma

25 ottobre 2017

La migrazione si inscrive nella storia italiana e nella storia dell’uomo, in generale: esodi, spostamenti, conquiste, popolamenti e spopolamenti nelle diverse aree della terra sono noti. Sono un’immigrata anche io, nel mio mondo costruito, né più né meno. Negli spazi del mio immaginario ho viaggiato più e più volte, desiderando una vita diversa e un lavoro e un lavoro migliore per cause economiche; migrando, laddove, per me come per loro, la libertà di movimento è il “principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi [1]”.


Discriminata in alcuni episodi e sfruttata dalle medesime politiche sociali che, per me come per loro, legiferano sorde producendo condizioni di disagio, precarietà e sofferenza. Io appartengo a questa “razza migrante, errante, circolante, bastardi per bisogno e per dovere, per tempo e per piacere [2].


La nostra razza che non vuole essere certamente riconosciuta solo nella dimensione biologica e produttiva ma soprattutto in quella umana al fine di operare una riconfigurazione della nostra comune esistenza e della nostra presenza sul territorio.



Nuovi poveri e migranti, lavoratori informali impiegati nel lavoro nero;immersi in un’economia capitalistica che, mentre moltiplica nei paesi di immigrazione l’offerta di beni e servizi esotici, ci divide internamente in una razza di sfruttatori ed una di sfruttati; entra lungo i confini nazionali dei “paesi in via di sviluppo” e di questi, ne arresta le persone.
Dai ghetti di pomodoro ai call center; dal volantinaggio al contratto ad intermittenza; dallo stage al lavoro socialmente utile, migriamo tutti i fronte allo scandalo delle leggi che garantiscono diritti ad alcuni e concessioni incerte ad altri, di fronte alle procedure che offrono miglioramenti ad alcuni e confinamenti ad altri, di fronte alle prassi che consacrano le disuguaglianze.


Benvenuti rifugiati”, si cantava in tutte le lingue durante il corteo, foto “Welcome refugees” per far circolare insieme il cambiamento e denunciare gli sfruttamenti della gestione statale razzista delle risorse umane.


Migranti tutti, di fronte ad una accoglienza strumentale e immorale che divampando le periferie di povertà, incendia il conflitto, l’odio razziale, l’anomia, la mancanza di legature, la fine di “quei legami sociali che legittimano il potere e che danno un senso alla vita sociale [3]” e monitora, inversamente, la socializzazione e la solidarietà delle persone, sano terreno di interesse pubblico.


Lo stato, per sua stessa natura, discrimina e cosi si dota preventivamente di tutti i criteri appropriati, necessari per procedere alla discriminazione, senza la quale non esiste stato nazionale.” [4]
Como loro, siamo migranti senza protezione nel cono d’ombra tra un diritto soggettivo perfetto e il contenuto di garanzia da attribuire alla norma costituzionale e come noi, sono italiani senza cittadinanza, nel cui grembo sono covati tutti i criteri di inclusione ed esclusione “creati per accedere a tale appartenenza [...] storicamente e socialmente determinati e a creare marginalità [5]”.


L’emergenza è, dunque, spezzare le catene dei confini, delle sue ragioni di stato e dei suoi principi di intelligibilità; ripensare al mare che ci unisce e non ci divide, ripensare all’umanità, universalmente intesi, ancora prima di essere centralizzati dallo Stato e diventarne cittadini, uomini e donne, alcuni legali, altri illegali.