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Ventimiglia, dove i confini si moltiplicano. Intervista a Alessandra Governa, area legale Eufemia Info Point

15 novembre 2017

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La velocità con la quale si susseguono fatti rilevanti attorno al tema delle migrazioni - soprattutto in zone dove avvengono continue evoluzioni del sistema di controllo della mobilità delle persone migranti - induce spesso, anche coloro che vogliono raccontare e approfondire i fenomeni migratori, a rincorrere la notizia con il rischio di superficialità e senza dare voce a quelle realtà di base che attraverso una pratica quotidiana accumulano conoscenze e competenze.
L’apertura di info point come Eufemia, insieme al monitoraggio delle rotte migratorie transnazionali, sono attività di solidarietà che guardano oltre un mero intento solidale, poiché i soggetti che vi prendono parte acquisiscono un bagaglio esperienziale di notevole spessore e intervengono dove le istituzioni sono assenti e gran parte dell’associazionismo o delle Ong limitate nella loro azione.
Sottoporre perciò alcune domande a chi opera in un punto "privilegiato" di osservazione può aiutarci a comprendere la complessità del confine e capire sia quali sono le tendenze in atto nel governo della mobilità migrante, e sia come la lotta dell’Unione Europea contro i movimenti secondari incide sulle vite migranti e nel contempo trasforma quei luoghi.

Alessandra, qual è stato il lavoro in questi mesi dell’info point legale e quante persone migranti hanno usufruito dello sportello?

Eufemia, dopo un paio di settimane di lavoro organizzativo, ha “ufficialmente” aperto i primi giorni di agosto. Fin da subito ci siamo rese conto (eh sì perché Eufemia è stata ed è in gran parte al femminile) che serviva creatività e flessibilità rispetto al progetto iniziale (presenza di avvocati e operatori legali a rotazione due giorni a settimana) per intercettare e soddisfare i bisogni che emergevano.
Se nel periodo estivo abbiamo funzionato (apertura giornaliera pomeridiana dalle 14.00 alle 19.00) soprattutto su appuntamento grazie al lavoro di tanti volontari che muovendosi per i luoghi chiave della città (il greto del fiume, la strada dalla frontiera verso la città, la spiaggia, i parcheggi antistanti la chiesa di Sant’Antonio più conosciuta come Le Gianchette) informavano le persone della nostra esistenza, dalla seconda metà di settembre - complice la fine del periodo estivo e quindi una diminuzione drastica di presenze in loco - l’apertura è di due/tre pomeriggi a settimana e le persone che si rivolgono a noi lo fanno o per passaparola o, soprattutto, perché accedono agli altri servizi offerti dallo spazio (ricarica cellulari, distribuzione di vestiti, utilizzo di pc con connessione). Gli operatori, tutti volontari, presenti a Ventimiglia sono supportati da un nutrito gruppo di avvocati o di altri operatori legali: la difficoltà di avere qualcuno a sportello è stata superata con la tecnologia e con la costruzione di una rete di relazioni che permette la presa in carico, la consulenza, la vicinanza anche da parte di chi non può agevolmente spostarsi in Riviera.

Dall’apertura sono più di 100 le persone che si sono rivolte allo sportello e di cui sono state raccolte storie e problematiche e a cui abbiamo fornito un orientamento e un supporto il più possibile oggettivo e congruente con quanto ci veniva richiesto (in Eufemia si sperimenta l’eterna lotta tra quello che pensi sia meglio tu e quello che vuole fare la persona che hai davanti, tra quello che puoi e quello che vuoi, tra quello che vorresti e quello che sai che proprio non avverrà) e altre 50 quelle a cui, magari in modo più informale, abbiamo fornito un qualche supporto o orientamento.
La totalità delle persone che si sono rivolte a noi sono uomini, alcuni minori, la maggioranza provenienti dal Sudan anche se nell’ultimo mese la composizione geografica si è fatta decisamente più variegata. Raramente abbiamo incontrato una persona più di una volta; anche questo dato però sta diventando via via più incerto.
Sicuramente siamo in presenza di una popolazione migrante che transita da Ventimiglia e che ha in testa o nel cuore un’altra meta, al di là del/dei confini: Francia, Germania, UK, a volte Norvegia o Danimarca.

L’orientamento prevalente a noi richiesto in questo caso è sul Trattato di Dublino e le conseguenze delle sue regole. Cosa vuol dire che mi hanno preso le impronte? Perché mi hanno fotografato? Perché non posso chiedere asilo in Francia? Ho vent’anni e mio fratello vive in UK, posso raggiungerlo?
Un’informativa di base a persone che non vogliono stare in Italia e che spesso raccontano di non sentirsi nemmeno voluti qui. Persone che vivono la contraddizione di Dublino sulla propria pelle: l’obbligo di permanere in un paese che sempre meno nasconde l’insofferenza, per essere teneri con il clima che si respira, per la loro presenza.

Crescono però, rispetto a inizio estate, sia le richieste di informazioni e relativa presa in carico circa provvedimenti di espulsione o respingimento, sia richieste di chi è “regolare” ma che, nonostante un permesso di soggiorno o uno status di protezione riconosciuto non ha più diritto all’accoglienza o fa fatica a districarsi nella burocrazia dei rinnovi, dei domicili o delle residenze. Il luogo comune insomma che a Ventimiglia si viene per andare via è ancora valido, ma più complesso e diversificato di quanto una lettura veloce faccia intendere. Residuali forse in termini numerici ma non in termini di impatto emotivo gli incontri con minori, spesso ragazzi di 14 – 15 anni che vorresti solo abbracciare a lungo e che, invece, in Ventimiglia più che un porto sicuro vedono una tappa obbligata e non gradita di un viaggio che non è ancora terminato.

In una prima fase Eufemia non ha trovato terreno fertile nelle istituzioni locali; lo stesso sindaco non vedeva di buon occhio lo spirito del legal aid, nonostante in città sia tuttora assente un servizio di orientamento e informativa legale promosso dal Comune. Come e se è cambiato, nei mesi, il rapporto con le istituzioni?

Purtroppo non è cambiato, anzi è peggiorato. Eufemia continua a non essere visto di buon occhio perché considerato un servizio che “favorisce il permanere dei migranti” o rende più facile il soggiorno degli stessi a Ventimiglia. Per un’amministrazione che va avanti ad ordinanze e divieti e che non pare essere più in grado di dialogare con i propri cittadini (proprio sabato scorso si è svolta una manifestazione di protesta anche contro il sindaco), forse non è Eufemia il luogo su cui concentrare il proprio disappunto. Non è un gruppo di volontari provenienti da tutta Italia che rendono servizi legali, logistici o semplicemente si rapportano da esseri umani con altri esseri umani che possono essere considerati il problema di una città di confine come Ventimiglia.

In realtà, al di là del pensiero dell’amministrazione, la tensione in città è palpabile. La presenza di forze dell’ordine è alta. Io non sono mai stata troppo abituata a contesti di scontro o di pressione, per cui davvero la sensazione – più che di sicurezza – ogni volta che arrivo a Ventimiglia in treno o guido l’auto è quella di senso di colpa. Il primo pensiero è “avrò fatto qualcosa di male?”. Io so che non è così ed è davvero brutto aver l’impressione di doverlo dimostrare continuamente.

Lavorare in Eufemia, avere un pensiero politico non è un essere contro a una città, non è ignorare le paure, la fatica, la violenza insita nella convivenza forzata a condizioni degradanti di residenti e migranti. È voler essere attore protagonista di un cambiamento, a favore di tutti. Non sempre il gioco, per avere un vincitore, deve prevedere un perdente.

Quali collaborazioni, invece, si sono attivate nel territorio nel fornire supporto legale?

Eufemia vive grazie all’impegno di volontari che per lo più risiedono fuori regione (io sono un’eccezione perché vengo dal levante ligure) per cui le collaborazioni sono fondamentali. Non solo dal punto di vista legale: per avere il polso della situazione, per supportarsi nelle scelte quotidiane, per organizzare e condividere il lavoro e la relazione di prossimità e continuità con le persone migranti. Se però ci focalizziamo sulla parte legale, sicuramente i nostri primi interlocutori sono gli operatori delle ONG presenti in loco e che possono entrare al campo Roja. Intersos, Oxfam – diaconia Valdese, WeWorld, Terre des Hommes, la stessa Croce Rossa. La maggior parte di esse è focalizzata sul target dei maggiormente vulnerabili (donne e minori non accompagnati), e quindi spesso capita che li contattiamo quando si presenta la volontà di un ricongiungimento familiare o la formalizzazione di una richiesta di asilo, procedure che non seguiamo direttamente.

Non è raro d’altra parte che cerchiamo – per le persone uscite dall’accoglienza o per chi ha difficoltà a capire gli iter burocratici – soluzioni alternative e viabili anche per persone segnalateci da una di queste organizzazioni. Oltre al supporto pratico già in essere, importantissimo ed imprescindibile, ciò che davvero mi starebbe a cuore è un livello di coordinamento e di unità ancora maggiore su questioni più “politiche” e di critica al sistema: la voce di tante organizzazioni autorevoli e riconosciute a livello nazionale può sicuramente molto di più della nostra sola per sollevare domande o proporre soluzioni di buon senso.

Eufemia è anche un osservatorio privilegiato dei cosiddetti movimenti secondari dei migranti e, nel contempo, delle politiche attuate a Ventimiglia. In una riflessione scritta assieme a Francesco Ferri l’avete definita la città dei mille confini [1]. Hai potuto verificare se e come la situazione si è mutata?

Purtroppo, e non per citarmi, anche in questo caso non è cambiato molto. I confini si moltiplicano. Confini fisici e mentali che determinano luoghi e persone. In queste settimane sono cresciute frustrazione e senso di impotenza. Solo la necessità di lucidità non ha fatto tramutare tutto ciò in rabbia. La maggior parte del tempo che passo a Ventimiglia sto seduta nella stanza che usiamo per lo sportello legale, il retro bottega dell’internet point, frequentato giornalmente da decine di persone. Dietro di me, una finestra con una vista tutt’altro che invidiabile su un vicolo cieco abbastanza trasandato. Oltre questo, un palazzo diroccato. Senza tetto, senza finestre, con una piccola foresta che si fa spazio tra quelli che una volta dovevano essere i pavimenti. Un’unica finestra resiste. E ha le inferriate. Ecco, per me questa è Ventimiglia.
Non c’è nulla di razionale nel tenere in piedi un muro diroccato o un’inferriata che non ferma nemmeno una farfalla. Non c’è nulla di razionale nel guardare crescere una piccola foresta e non fare nulla per innaffiarla, per valorizzarla, per darle lo spazio che merita. Non c’è nulla di razionale nel non abitare, nuovamente, quello spazio che sembra morto.

L’approvazione alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo di un testo che riforma profondamente il Regolamento Dublino III, a nostro parere, rappresenta una importante novità, anche se permangono degli aspetti fortemente critici, ad esempio per quanto riguarda la procedura di assegnazione per quote-paese applicata anche ai minori stranieri non accompagnati. 
Se venisse approvata dal Parlamento Europeo, come pensi che questa riforma impatterà sulla situazione di Ventimiglia?

Da profana penso questo: sicuramente rispetto alle prime bozze il testo di modifica approvato è un passo in avanti. Il dubbio è che sarà abbastanza inutile (o meglio sarà un fantastico specchietto per le allodole) se accanto alla versione rivista di Dublino permarranno le spinte all’esternalizzazione delle frontiere e agli accordi bilaterali con paesi “sicuri” o l’impossibilità di richiesta di asilo se non una volta arrivati in Europa, insomma se la tendenza continuerà ad essere quella di fermare le persone prima, di non salvarle in mare o lungo le rotte che intraprendono e di non permettere loro viaggi sicuri e legali.

Se fosse confermato, il nuovo Regolamento impatterebbe, ma non saprei dire in quale forma. Vedo, prima di tutto da parte delle persone migranti che arrivano a Ventimiglia, ultima tappa di un viaggio italiano che in alcuni casi dura solo qualche giorno, in altri dura settimane, in altri ancora mesi o anni, una disinformazione e una sfiducia molto radicate. Disinformazione (o cattiva informazione) sui propri diritti, sulle procedure, sui doveri, sulle possibilità. E una sfiducia in tutto ciò che è “istituzionale”. Perché richiede troppo tempo, perché non si ha potere decisionale, perché vuol dire ricominciare l’iter di identificazione, domande, dubbi, trattamenti spesso degradanti o invasivi. Perché spesso si ha a che fare con delle divise, delle uniformi. E allora, pur finalmente abbandonando l’idea del primo paese di ingresso come unico luogo in cui chiedere asilo e introducendo concetti come il legame culturale o allargando la definizione di “famiglia”, mi chiedo perché un principio di solidarietà deciso a tavolino dovrebbe riuscire là dove altri programmi, come la relocation o il ricongiungimento familiare stanno facendo molta fatica.

Mi chiedo come possa funzionare un sistema in cui è sempre qualcun altro che decide sul futuro di un singolo. Certo, forse grazie a questa modifica si ridurranno i passaggi di frontiera irregolari, pericolosi e costosi, forse si ridurranno prassi anti-economiche quanto inutili come i trasferimenti coatti da un capo all’altro della penisola. Forse diminuiranno, ma non credo cesseranno perché molti migranti rimarranno fuori da questo ingranaggio e perché l’attuale circolo vizioso alimenta numerosi interessi, non solo a Ventimiglia.
Se sognare è ancora lecito, sogno un sistema che metta al centro l’idea che ciascuno ha il diritto di vivere in pace dove meglio crede e ha il diritto ad essere protetto nel paese in cui preferisce andare, perché l’andare via forzatamente dalla propria casa, credo sia sempre l’ultima opzione di ciascuno. O almeno, per me lo sarebbe.