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I want my family: le proteste ad Atene per rivendicare il diritto a riunirsi coi propri cari in Germania

5.000 persone da mesi in attesa della riunificazione famigliare. Ad Atene scoppia la protesta

22 novembre 2017

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Tutti i rifugiati in sciopero della fame in piazza Syntagma sono stati accettati nel programma di ricongiungimento e hanno il permesso di partire dalla Germania (destinazione principale di molti di loro) da marzo 2017, sono i cosiddetti migranti “regolari”, eppure i loro voli continuano ad essere posticipati oltre la data limite dei sei mesi da quando la richiesta viene accettata.

A partire dal primo novembre, 7 donne e 7 uomini si sono accampati con bambini e famiglie al seguito di fronte al parlamento greco in Piazza Syntagma, dando inizio a uno sciopero della fame prolungatosi fino al 14 novembre.


Lo sciopero della fame è stato indetto dopo mesi di proteste e manifestazioni davanti all’ufficio per l’Asilo di Atene a Katehaki e all’Ambasciata tedesca, per chiedere il rispetto degli accordi internazionali sul ricongiungimento familiare e per rivendicare il diritto, negato a quasi 5.000 persone, di riunirsi con i propri cari in Germania dopo anni di attesa.

Dall’Italia alla Grecia - dove sono in atto scioperi della fame sulle isole per manifestare contro il trattato UE-Turchia [1] e sulla condizioni pericolose e indecenti in cui versa il campo di Moria a Lesvos -, si assiste allo stesso fenomeno.

L’uso del proprio corpo da parte dei migranti e dalle migranti come ultima risorsa disperata da utilizzare come strategia di lotta e di resistenza. Porre la propria vita e la propria salute a rischio si è rivelata per molti e molte l’unica risorsa per ottenere visibilità e per cercare di far rispettare i propri diritti fondamentali.

Sono ancora 60.000 i migranti intrappolati in Grecia, paese scelto per diventare frontiera esterna dell’Europa e carcere a cielo aperto per migliaia di persone che si trovano nell’impossibilità di lasciare per vie legali e sicure, uno stato il cui sistema di accoglienza è stato più volte denunciato per non essere all’altezza della situazione.

Era il 21 gennaio 2011, quando la Camera Grande della Corte Europea ha condannato la Grecia e il Belgio per aver violato la Carta Europea dei Diritti Umani, mettendo per la prima volta in crisi il sistema e gli automatismi sanciti dai cosiddetti accordi di Dublino. Emerse un quadro inquietante in cui non solo la Grecia non garantiva l’accesso alle procedure d’asilo, ma i richiedenti venivano sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, all’interno delle prigioni, perché esclusi dal sistema governativo di accoglienza, costretti quindi a vivere per strada senza alcun tipo di sicurezza oppure perché impediti nell’accesso alle procedure per la richiesta d’asilo. Un sistema che non permetteva a migliaia di ragazzi e ragazze di accedere alle strutture scolastiche, causando la perdita di anni di scolarizzazione. Il Belgio fu condannato per non aver applicato il principio di “non-refoulement” sancito dalla Convenzione di Ginevra e dalla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, ovvero l’obbligo di uno stato a non respingere alcuna persona verso un paese in cui possa essere oggetto di trattamenti disumani e/o degradanti secondo l’art. 3 della CEDU, dato che era a conoscenza della situazione greca.

Grazie anche a questa sentenza - se ne potrebbero citare altre come la sentenza del T.A.R. della Puglia n° 1870 del 24 giugno 2008 -, le deportazioni verso la Grecia sono state sospese, siccome venne considerato paese non sicuro e che non poteva offrire protezione ai richiedenti asilo.

Questo almeno fino a marzo 2017, quando la Germania ha di fatto ripreso le deportazioni dei “casi Dublino” verso la Grecia. L’accordo di Dublino, semplificando, ha lo scopo di identificare lo stato dell’UE competente a esaminare la richiesta d’asilo. Questo coincide nella grande maggioranza dei casi nel primo stato dell’Unione in cui lo straniero irregolare mette piede. Dico la maggior parte dei casi poiché alcuni migranti provenienti da teatri di guerra internazionalmente riconosciuti - come la Siria, lo Yemen, l’Iraq ma, ad esempio, non l’Afghanistan, la Somalia o il Pakistan - possono entrare all’interno del programma di ricollocamento il quale prevede delle quote tra i vari Stati membri col fine di alleggerire la pressione migratoria e il sistema di accoglienza in Grecia e in Italia.


Insomma, un modo indiretto di affermare il fallimento degli accordi di Dublino, proponendo una politica di accoglienza europea rivelatasi, per coloro che potevano accedervi, comunque fallimentare. Il ricongiungimento familiare invece riguarda tutti coloro che hanno dei famigliari residenti regolarmente nei vari paesi membri dell’unione. Certo, per famigliari, la normativa intende il coniuge e i figli minorenni; mentre vengono inclusi i figli maggiorenni e i genitori solo in alcuni casi di grave invalidità e dipendenza. Ora, delle 9.300 richieste per il ricongiungimento familiare che sono pervenute al governo tedesco quest’anno, soltanto un po’ meno di 5.000 sono state accettate. Eppure pochi di loro sono riusciti a partire.

Infatti, tutti i rifugiati in sciopero della fame in piazza Syntagma sono stati accettati nel programma di ricongiungimento e hanno il permesso di partire dalla Germania (destinazione principale di molti di loro) da marzo 2017, sono i cosiddetti migranti “regolari”, eppure i loro voli continuano ad essere posticipati oltre la data limite dei sei mesi da quando la richiesta viene accettata.

Il processo complessivo, l’intera durata del processo, infatti, non potrebbe superare gli 11 mesi. Ma come spesso accade la teoria e la prassi sono ben distinte in tema di migrazioni. Le famiglie continuano ad essere divise, spesso anche da anni. E chi è rimasto in Grecia continua a vivere in condizioni difficili, specialmente coloro che si preparano ad affrontare un altro gelido inverno sulle isole, chi non ha casa ad Atene o è costretto a vivere nei campi lontano dalla città, o anche semplicemente chi non può accedere al sistema scolastico o a quello sanitario. Innumerevoli difficoltà burocratiche impediscono la partenza, soprattutto il pagamento del biglietto aereo che dovrebbe essere coperto da un fondo governativo, come prevede l’art. 30 dell’attuale regolamento di Dublino il quale afferma precisamente: “I costi del trasferimento di un richiedente o altra persona […] verso lo Stato membro competente sono a carico dello Stato membro che provvede al trasferimento”.

Eppure, ancora una volta teoria e prassi non coincidono e, in Grecia, di questo fondo non è presente alcuna traccia [2]. In un comunicato gli scioperanti [3] affermano che "la loro richiesta di ricongiungimento in Germania è stata accettata sia dalle autorità greche che da quelle tedesche.

Mentre la legge vuole che la riunificazione sia compiuta entro i sei mesi da quando la richiesta è stata accettata - per un totale massimo di 11 mesi di attesa -, questo limite è stato prolungato, a causa di un accordo clandestino tra Grecia e Germania. Non è ancora possibile sapere quando queste persone riusciranno a viaggiare".

Questo accordo, risalente a marzo 2017, portava da 300 a 70 al mese il numero di persone a cui veniva data effettivamente la possibilità di lasciare il paese. È sufficiente confrontare questi numeri con le circa 5000 persone ancora in attesa per comprendere che i tempi si prospettano lunghissimi [4]. Sebbene questo accordo fra il governo greco e quello tedesco sia sempre stato ufficialmente negato da entrambe le parti - ma ufficiosamente ammesso dalle autorità greche in varie situazioni -, sul totale delle persone accettate per il programma di ricongiungimento famigliare dalla Germania dall’inizio del 2017 ci sono stati solo 322 trasferimenti (dato aggiornato alla metà di settembre) dalla Grecia.

Per tutti questi motivi i 14 rifugiati di Piazza Syntagma, inascoltati per mesi, hanno ricorso all’ultima arma che ancora possedevano. Hanno messo il proprio corpo e le proprie vite in pericolo perché i governi, quello greco come quello tedesco, lasciassero riunire queste famiglie divise ormai da troppo tempo. Nello sciopero della fame erano coinvolte persone anziane o con problemi di salute - alcuni soffrono di diabete - e dopo 14 giorni alcuni di loro non potevano continuare a meno di non compromettere seriamente la loro salute.

Così, martedì 14 novembre in conferenza stampa è stata annunciata la fine dello sciopero della fame, ma non della mobilitazione che riguarda la lotta per il rispetto degli accordi internazionali e del ricongiungimento delle famiglie. Il governo ha subito una forte pressione - pressoché in ogni conferenza stampa ufficiale del Ministero degli interni greco e tedesco è stato chiesto di far luce sul tema delle riunificazioni e dello sciopero della fame - per rendere più rapide le procedure di ricongiungimento.

Durante la conferenza finale si sono ripetuti i motivi che hanno portato a questa forma di lotta, che può essere definita estrema, e la volontà di far emergere forte e chiaro l’esistenza di questo problema e il bisogno di trovare una soluzione in tempi brevi. Un problema che non può continuare ad essere ignorato. "Non stanno rispettando la legge che loro stessi hanno scritto", afferma un uomo sempre durante la conferenza riferendosi agli accordi di Dublino. "Non chiediamo niente di difficile" dice un altro, "solo di poter essere di nuovo insieme con le nostre famiglie".

Giovanni D’Ambrosio