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Il piano dell’Europa per chiudere le sue frontiere marittime poggia sul lavoro sporco affidato alla guardia costiera libica, maltrattando i migranti

Zach Campbell, The Intercept - 25 novembre 2017

1 dicembre 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

Quando un agente della guardia costiera libica ha alzato le mani e le ha puntate come se impugnasse un fucile, Thomas Schaible non era particolarmente preoccupato. Quello non era il suo primo incontro violento con la guardia costiera della Libia, ma questa volta, con un elicottero della Marina italiana sopra di loro e alcune navi militari italiane e francesi nelle vicinanze, Schaible sapeva che si trattava di una minaccia vana.

Schaible e le quattro persone del suo equipaggio, della Ong tedesca Sea-Watch, stavano operando per recuperare le persone cadute in acqua da un gommone semi-sgonfio pieno di migranti. Sea-Watch era giunta per prima sul luogo del naufragio ma, all’arrivo della guardia costiera libica, questa aveva minacciato i soccorritori intimando loro di andarsene. È stato allora che l’agente ha minacciato di sparare - mentre dozzine di persone erano ancora in acqua senza giubbotti di salvataggio. Schaible racconta di aver visto, con gli altri di Sea-Watch, la guardia costiera libica percuotere con delle funi le persone appena recuperate dal mare. Quindi, la motovedetta si è diretta verso la costa con qualche decina di persone a bordo, mentre molte erano ancora in acqua e un uomo era ancora aggrappato alla scaletta sul fianco della nave libica. Secondo la stima di Schaible, quel giorno i migranti affogati sono stati più di 40. E tutto questo sotto gli occhi delle autorità europee, che si trovavano lì vicino.

Non si è trattato di un incidente isolato: grazie al nuovo supporto fornitole dai governi europei, negli ultimi sei mesi la guardia costiera libica ha notevolmente intensificato le operazioni per intercettare i barconi dei migranti nelle acque internazionali al largo della costa, dove avviene il maggior numero di naufragi. Sono aumentati anche gli scontri con le Ong europee presenti nell’area: alcune testimoniano di aver ricevuto spari di avvertimento e minacce dirette da parte delle navi libiche. Questa situazione di tensione ha indotto alcune organizzazioni ad interrompere le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

La guardia costiera libica è una forza frammentata, spesso accusata di collaborare con le milizie locali e i trafficanti e di violare i diritti dei migranti. Ed è, allo stesso tempo, un soggetto chiave nel piano europeo di risposta alla crisi migratoria.

Le frontiere marittime rappresentano un problema per i governi europei, preoccupati di contenere gli arrivi dei migranti che fuggono da guerre, persecuzioni, fame o povertà in Africa, Medio Oriente e Asia Centrale. Un confine sul mare non offre barriere fisiche. Se la motovedetta di una guardia costiera o la nave di una Ong trova o soccorre delle persone in acque internazionali, queste sono tenute a portarle fino al porto sicuro più vicino. Nel caso delle imbarcazioni europee, questo spesso spesso significa dover portare i naufraghi recuperati in Europa.

Le autorità libiche, invece, li riportano in direzione opposta - e quindi i governi europei stanno sostenendo - con investimenti e liquidità -, formando e, in qualche modo, coordinando una guardia costiera che tanto le Nazioni Unite quanto il Commissario Europeo per i Diritti Umani hanno affermato essere “direttamente coinvolta nelle violazioni dei diritti umani” e responsabile di sottoporre i migranti ad un “concreto rischio di torture e trattamenti inumani o degradanti”.

La scorsa settimana, il responsabile ONU per i Diritti Umani ha dichiarato che "l’Unione Europea e i suoi Stati membri fino ad oggi non hanno fatto niente per abbassare il livello delle sofferenze patite dai migranti".

Questa delega alla Libia è solo il capitolo più recente nella lunga storia della strategia europea per presidiare i propri confini marittimi: usare le guardie costiere dei paesi vicini per fare quello che le guardie costiere europee non possono fare, cioè impedire fisicamente ai migranti di arrivare in Europa. In passato, questo approccio ha drasticamente contenuto il flusso. Ma porta con sé un enorme costo umano.

Migranti africani arrivano sulla terraferma dopo esser stati recuperati dalla guardia costiera libica di fronte alle coste di Tajura, 15 km ad est della capitale Tripoli, il 23 maggio 2017. Photo credit: Mahmud Turkia/AFP/Getty Images.

Ho domandato ad un funzionario della polizia di frontiera UE cosa farebbe per chiudere completamente i confini marittimi europei, se disponesse dei mezzi e ne avesse l’autorità. Mi ha risposto con rapidità e sicurezza: “Cosa farei? Applicherei Hera dappertutto”.

Hera è la più datata operazione congiunta condotta da Frontex, l’agenzia UE per la protezione delle frontiere. Ha preso avvio nel 2006, quando decine di migliaia di migranti iniziarono a sbarcare con dei pescherecci di legno sulle isole Canarie, una regione spagnola al largo delle coste nord-occidentali dell’Africa. Attraverso Hera, la Spagna e l’Unione Europea iniziarono a finanziare, formare ed equipaggiare le guardie costiere di paesi extra-UE per impedire ai migranti di partire, piuttosto che fermarli in acque europee.

Se addestriamo le guardie costiere locali al controllo dei loro confini, il nostro confine è più sicuro”, afferma Agustìn Barroso, un funzionario spagnolo che lavora nel Centro di Coordinamento Hera alle Isole Canarie. Barroso spiega che, nell’ambito della missione Hera, Frontex ed il governo spagnolo hanno incominciato supportando le guardie costiere del Senegal e della Mauritania, mentre oggi pattuglie di poliziotti spagnoli affiancano quelle stesse forze locali. Si affretta a precisare che, ufficialmente, queste strutture operative non devono essere considerate europee, in quanto, anche se sono finanziate, formate ed equipaggiate dalla Spagna e composte da militari spagnoli, hanno sempre a bordo delle loro imbarcazioni un poliziotto locale. In ogni caso, se queste motovedette trovano un barcone pieno di migranti che cerca di raggiungere l’Europa, anche in acque internazionali, riportano le persone verso l’Africa.

Dal punto di vista dei governi europei, Hera ha funzionato. Se nel 2006 sono sbarcati alle Canarie oltre 30.000 profughi, nel 2010 il loro numero è sceso al di sotto dei 200. A tutti gli effetti, la frontiera è stata chiusa.

Ma il piano è stato oggetto di critiche e accusato di non rispettare i diritti umani dei migranti. Alle persone intercettate da navi europee o finanziate dall’Europa non veniva garantito di presentare richiesta d’asilo in Europa, un diritto previsto dalla Convenzione di Ginevra. I gruppi che si battono per la difesa dei diritti umani si opponevano ad Hera poiché vi intravedevano il rischio di rimpatri forzati (dalle acque internazionali fino in Senegal o in Mauritania, contro la volontà degli stessi migranti) e la violazione del principio di “non-refoulement (che vieta di riportare i migranti in luoghi in cui potrebbero subire persecuzioni o maltrattamenti, o da cui potrebbero essere deportati nei loro paesi d’origine, dai quali erano fuggiti inizialmente).

Il funzionario della polizia di frontiera UE (che ha chiesto di rimanere anonimo in quanto non autorizzato a parlare con i giornalisti) ha ricordato che l’accordo del 2015 fra l’Europa e la Turchia fa riferimento alla stessa logica strategica di Hera. In Turchia l’Unione Europea ha versato miliardi di euro al governo perché si impegni a bloccare il maggior numero di migranti, incrementando al massimo le attività della guardia costiera per evitare che questi lascino le coste turche e per riportarli indietro quando riescono a partire. L’Europa ha pensato di poter fare lo stesso in Libia.

Possiamo fornire supporto [alla guardia costiera libica] sia assicurando il pattugliamento aereo sia comunicando la posizione dei barconi carichi di migranti”, ha dichiarato il funzionario. “Se vengono soccorsi e recuperati da altri, li diamo in consegna alle autorità libiche affinché siano loro ad occuparsene”.

E se tutto ciò viola i diritti umani o contrasta con la normativa europea e internazionale? “Se sono i libici a occuparsene, il non-refoulement è un problema loro”, risponde il funzionario. “Quindi, dal punto di vista legale, la questione non si pone”.

Da quando è nata l’operazione Hera, la strategia europea per chiudere le proprie frontiere marittime ha sempre giocato su questo delicato equilibrio legale/istituzionale: fornire supporto alle autorità locali in misura sufficiente a fermare i flussi, ma non abbastanza perché si possa attribuire agli europei la reale guida delle operazioni e, quindi, la responsabilità per la violazione dei diritti. Tuttavia, molti organismi internazionali attivi nella difesa legale dei diritti umani dei migranti definiscono questa posizione una copertura di facciata.

[I governi europei] cercano di sfuggire alle loro responsabilità e ai loro obblighi attraverso un puro espediente tecnico”, afferma Cesare Pitea, docente di Diritto Internazionale presso l’Università di Parma, in Italia. "È come se dicessero: Noi non li tocchiamo. Noi non abbiamo contatti con loro. Ci limitiamo a pagare qualcuno per fare il lavoro sporco al posto nostro".

Un migrante cerca di raggiungere la nave della Ong tedesca Sea-Watch, nel Mediterraneo, il 6 Novembre 2017. Photo credit: Alessio Paduano/AFP/Getty Images.

Riccardo Gatti, dell’organizzazione spagnola Proactiva Open Arms, sostiene di aver incominciato a notare già dall’estate scorsa un improvviso aumento di aggressività nel comportamento della guardia costiera libica. In giugno, una motovedetta di pattuglia libica ha sparato dei colpi in aria mentre un canotto di soccorso della Proactiva Open Arms si avvicinava a un barcone carico di persone. Due mesi dopo, la stessa organizzazione ha riferito che la guardia costiera ha minacciato di sparare ai suoi operatori intenti alle operazioni di soccorso, accusandoli di collaborare con i trafficanti.

In passato, [la guardia costiera] ci salutava, controllava che tutto fosse ok, ma non ci sono mai stati problemi” dice Gatti, che opera nelle attività di ricerca e soccorso al largo della Libia dal 2016. Inoltre, pone l’accento sul fatto che le tensioni sono incominciate subito dopo che l’Italia ha attivato gli accordi per finanziare, formare ed equipaggiare la guardia costiera libica.

Appena l’Italia ha iniziato a stringere accordi”, dice Gatti, “le cose sono drasticamente peggiorate”.

Lo scorso febbraio, il Governo italiano ha stanziato un fondo del valore di 230 milioni di dollari destinato a frenare i flussi migratori verso l’Europa. Il programma - denominato “Fondo Africa” - finanzia progetti di sviluppo e operazioni per la sicurezza dei confini in diverse località africane.

Il Fondo Africa è utilizzato anche per fornire supporto diretto alla guardia costiera libica, secondo quanto emerge dalla documentazione di cui è venuta in possesso Giulia Crescini, un’avvocatessa italiana che si occupa di diritti umani. Utilizzando le clausole della legge italiana sulla libertà di informazione, la Crescini è riuscita ad ottenere le copie dei vari accordi legati al Fondo Africa e le ha condivise con The Intercept, che ha pubblicato i testi integrali degli accordi. Da questi emerge un mix di progetti, fra cui 3 milioni di dollari per equipaggiare e addestrare gli agenti delle motovedette libiche e 12 milioni di dollari per altri progetti di controllo dei confini, sempre in Libia.

La Crescini ha citato in giudizio il Governo italiano sostenendo che quando il Parlamento ha stanziato il fondo, il mandato è stato scritto in termini volutamente vaghi, e che il governo non dovrebbe dirottare le risorse del fondo verso guardie costiere estere. In Libia, secondo la Crescini, l’Italia sta, di fatto, “delegando” il controllo dei flussi migratori ad una forza che collabora con i trafficanti e le milizie locali, che compie respingimenti forzati (costringendo i profughi trovati in acque internazionali a ritornare in territorio libico) e commette altri crimini contro i migranti.

Tanto la Crescini quanto Pitea sostengono che, quanto all’Italia, ci sia poca differenza tra il supportare la guardia costiera libica per deportare i migranti e deportarli direttamente. Quello che conta, dice Pitea, è chi detiene “l’effettivo controllo” sull’operazione, e in questo caso il controllo appartiene chiaramente all’Europa.

Oltre al Fondo Africa, Frontex e le forze navali UE gestiscono anche dei programmi di formazione e condividono con i libici i sistemi di intelligence. All’inizio di quest’anno, WikiLeaks e Statewatch, un’organizzazione britannica per i diritti umani, hanno diffuso dei report sulle operazioni europee lungo le coste libiche relativamente al 2015 e al 2016: i report rivelano che queste operazioni includono la "continua" e "sincronizzata" sorveglianza delle coste libiche e il controllo delle partenze dei migranti. Un altro documento di cui The Intercept è venuto in possesso, un rapporto del maggio 2017 dello European External Action Service - una sorta di Ministero degli Esteri europeo -, riferisce di un accordo per lo scambio di informazioni fra le guardie costiere europee e quella libica. Gli operatori di diverse Ong testimoniano la presenza di navi italiane durante le operazioni dei libici.

Ciò che succede adesso è che, al largo delle coste libiche, le imbarcazioni italiane identificano i barconi appena partiti; poi informano la guardia costiera libica in modo che questa possa intercettarli e riportarli in Libia”, riferisce Jeff Crisp, un ricercatore del Refugee Study Centre alla Oxford University.

“E’ una finzione di comodo sostenere che questa sia una strategia della Libia e non italiana o europea”.

Un portavoce di Frontex ha dichiarato che l’agenzia non comunica direttamente con la guardia costiera libica né fornisce altro supporto al di là del programma di formazione, ma non ha contestato il fatto che il controllo di Frontex raggiunga indirettamente i libici con altri mezzi. Le informazioni sulle partenze dei migranti, ha riferito il portavoce, sono trasmesse direttamente al Centro italiano di Coordinamento dei Soccorsi, a Roma. Ayoub Qassem, un portavoce della guardia costiera libica di Tripoli, ha confermato che le informazioni arrivano regolarmente dal Centro di Coordinamento e dalle motovedette di sorveglianza costiera italiane ed europee. Qassem ha inoltre confermato che i libici usano queste informazioni per intercettare i migranti e riportarli in Libia, anche se sono stati sorpresi in acque internazionali.

Frontex continua a sostenere di non aver mai ricevuto rimostranze relativamente a violazioni dei diritti umani o altri abusi commessi dalle guardie costiere o dalle polizie extra-europee coinvolte nelle operazioni congiunte. Qassem smentisce categoricamente che la guardia costiera libica abbia commesso abusi o violenze, e nega ogni coinvolgimento con i trafficanti o le milizie locali.

Il Ministro degli Esteri italiano non ha risposto alle richieste di chiarimenti sull’argomento.

Un migrante del Togo sul ponte della nave di soccorso Golfo Azzurro, dell’Ong spagnola Proactiva Open Arms, diretta al porto italiano di Pozzallo dopo il salvataggio del 19 febbraio 2017 al largo della costa libica di Sabratha. Photo credit: David Ramos/Getty Images.

Un altro problema per i governi europei - pronti a collaborare con la Libia - deriva dal fatto che non c’è un’unica guardia costiera libica. Al contrario, la struttura è lo specchio del disordine che regna nel paese, lo stesso che espone a così tanti rischi i migranti che lì vengono ricondotti.

In Libia, il problema è che c’è un conflitto interno”, spiega Barroso, l’ufficiale della guardia costiera che lavora all’operazione Hera. Secondo lui, in carenza di stabilità e di liquidità, sarà difficile per la Libia controllare i suoi confini. Attualmente, Barroso e altri agenti di frontiera spagnoli stanno formando dei guardia coste libici, sia in Spagna che in Libia. Il corso tenuto da Barroso è centrato sui diritti umani.

Hassan Morajea, un giornalista libico che nel suo paese segue la questione della frontiera fin dalla caduta di Gheddafi, nel 2011, spiega che ogni singola città, sulla costa libica, gestisce la propria guardia costiera, con poco o nessun tipo di coordinamento fra loro.

Ci sono enormi lacune nella comunicazione fra i vari gruppi”, ha dichiarato Morajea. “Non è possibile lavorare attraverso una struttura centralizzata e sperare di riuscire a formare tutte le guardie costiere”.

Ogni tentativo che l’Europa ha fatto per chiudere il confine in una città, secondo Morajea, ha provocato lo spostamento della rotta migratoria da un’altra parte. E, mentre descrive come sono cambiati i flussi, snocciola uno dopo l’altro i nomi delle città costiere libiche, passando da Zuwara, a Sabratha, a Zawiya, per poi tornare al punto di partenza. “E tutto questo è destinato a continuare, finché la guardia costiera non dipenderà da un’autorità centrale. Le città sono estremamente frammentate”, conclude.

Secondo i giornalisti, i soccorritori e i ricercatori che indagano sui problemi legati alla frontiera libica, e perfino secondo un rapporto di Frontex pubblicato da The Intercept qualche mese fa, la guardia costiera e la polizia libiche sono anche coinvolte nel traffico di esseri umani.

Un rapporto del maggio 2017 redatto dallo European External Action Service, mai pubblicato prima, dipinge una panoramica della situazione piuttosto tetra. Descrive il conflitto in corso tra le milizie regionali e le guardie di frontiera e definisce la gestione delle migrazioni come “nel caos totale”. Il documento parla di forze di polizia e tribunali che non funzionano, di governi diversi che si contendono il potere, di corruzione dilagante ed “esecuzioni sommarie compiute dai principali gruppi armati che operano in Libia”, comprese quelle ai danni di attivisti, giornalisti, giudici e magistrati. Inoltre, il rapporto stima che oltre 9.000 migranti siano attualmente detenuti presso strutture che l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione ha descritto come “disumane”, mentre altri sono chiusi in carceri gestite da gruppi armati e trafficanti. L’OIM e altre istituzioni hanno anche documentato diversi episodi di migranti provenienti dall’Africa Occidentale venduti all’asta, in Libia, come schiavi.

La strategia dell’Europa riguardo alla Libia parte dal presupposto che si tratti di un paese di transito, utilizzato dai migranti che fuggono da persecuzioni, fame o povertà solo come trampolino per il loro viaggio verso l’Europa. Ma la stessa strategia sembra ignorare il fatto che ora molti cercano di fuggire anche dalla Libia, proprio come dai loro paesi d’origine.

La Libia si trova davvero in un periodo di transizione, durante il quale si sta cercando di sviluppare un sistema di leggi e diritti umani inesistente prima della rivoluzione”, sostiene Abdulrahaman Alfituri, un cooperante libico che lavora con i migranti riportati in Libia dalla guardia costiera. “Non abbiamo una polizia, non abbiamo un esercito, non abbiamo nulla”.

E nel frattempo, aggiunge, “nella situazione attuale, carente di ogni sicurezza, in Libia il problema continua a peggiorare”. Alfituri parla per esperienza diretta, tanto nella sua vita personale quanto nel suo lavoro con i rifugiati.

“È logico che la gente scappi dalla Libia,” dice. “Tre giorni fa, quattro miei cari amici hanno attraversato il mare per andare in Europa, e sono libici. Sono alla ricerca di una vita migliore.”

Barroso ha dichiarato che lui e i suoi colleghi dell’Operazione Hera temono che le partenze dal Senegal e dalla Mauritania aumenteranno ancora, adesso che le altre frontiere europee sul mare stanno diventando più difficili da oltrepassare.

Se si chiude la rotta attraverso la Libia, probabilmente cercheranno altre vie”, sostiene, ricordando che il mese scorso un barcone pieno di migranti è arrivato in Spagna dal Senegal. È stato il primo a riuscirci in nove anni.