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Ho incontrato Lucky e ho capito che che la fortuna non esiste

4 dicembre 2017

Ultimamente frequento molto la città di Napoli per motivi di lavoro e percorro sempre la stessa strada che dalla stazione mi conduce all’università. Attraverso un lungo viale della Napoli media costeggiato da negozi di vari brand internazionali e "baretti" che propongono pizzette e sfogliatelle; al secondo incrocio c’è sempre lui: un ragazzo africano sui 25 anni con un giubbotto blu un po’ logoro e consumato dal tempo e nella mano regge un bicchiere con il famoso simbolo del Mc Donald. Chiede aiuto. Sembra un fantasma, una parte di un palazzo, un lampione che sta sempre allo stesso posto al quale nessuno fa più caso. Non parla, non importuna i passanti con richieste di denaro. E’ semplicemente fermo lì.

La prima volta che sono passato ho incrociato il suo sguardo, ma ho continuato a percorrere la mia strada normalmente. Ne avevo già incontrati 4 o 5 mendicanti e li avevo semplicemente ignorati come gli altri. Nel corso delle settimane l’ho incontrato sempre allo stesso posto, impassibile e immobile, dignitoso e sempre al suo posto. Una mattina un po’ più fredda del solito mi saluta con un ciao e mi porge il suo bicchiere guardandomi negli occhi.

Era diverso dal solito, aveva il volto stanco e provato, il bavero della giacca alzato fino alle orecchie per ripararsi dal vento gelido, uno sguardo carico di emozioni, di disperazione e di solitudine. Si chiama Lucky, viene dalla Nigeria e ha lavorato come carpentiere in Libia per diversi anni, una mattina mentre si recava al lavoro lo hanno fermato e portato in carcere, guarda a terra quasi a non voler neanche pensare a quei momenti.

Posso immaginare benissimo cosa abbia passato, quanta violenza abbia incontrato in quei luoghi. In maniera istintiva gli do una pacca sulla spalla, lui subito si ritrae quasi a voler scappare come se rappresentarsi un pericolo. Gli offro una sigaretta e gli chiedo dove vive, come mai non parla neanche un po’ di Italiano dopo un anno di residenza in Italia. Mi racconta di vivere in un CAS. Non è mai andato a scuola, non ha mai visto uno psicologo o un medico, d’estate lavora raccogliendo pomodori a 15 euro al giorno, d’inverno va a Napoli a chiedere l’elemosina. Non sa cosa fare ed è in attesa della risposta dalla commissione da mesi.

Non mi meraviglia molto la sua storia, non è una novità che molti centri di accoglienza che lavorano sui grandi numeri operano in questo modo. L’emergenza immigrazione la creiamo noi, non offrendo servizi, non garantendo i livelli minimi di dignità umana, non creiamo percorsi di inserimento sociale e lavorativo. I Fondi però ci sono e li spendiamo, qualcuno li prende, ma per farci cosa?

Parliamo tanto dei 35 euro al giorno per i migranti che ci rubano il lavoro o altro, ma nessuno parla dei 35 euro che scompaiono in servizi e attività che restano solo sulla carta.