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Cronache dal limes: che succede a Gorizia? Aggiornamenti dal confine orientale

di Marta Improta e Fabio Cociancich*

5 dicembre 2017

È dalle linee di frontiera, dagli hotspots, dalla jungle diffusi non solo ai confini della fortezza, ma anche all’interno delle nostre città che si capisce davvero che cosa sia questa Europa di cui con tanta facilità ci si riempie la bocca. E mentre da troppe parti si guarda ancora alle stesse istituzioni europee e nazionali come coloro da cui dovrebbero arrivare possibili risposte, la destra come vediamo oramai da anni avanza inesorabilmente, legittimata anche nelle sue espressioni più violente come quelle che abbiamo visto solo pochi giorni fa con l’irruzione di esponenti del “Veneto fronte skinheads” nella sede di rete di accoglienza di Como, e a Mantova alla presentazione della scrittrice Fatihi.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Ospiti in arrivo


D’altro canto, c’è da dire che un razzismo meno appariscente, ma di fatto istituzionalizzato è stato perfettamente recepito dalle leggi Orlando-Minniti. Non ci pare esagerato dire che si tratti di leggi razziali, che di fatto incrementano la violenza dei dispositivi legislativi già esistenti per colpire a livello giuridico, materiale, economico e umano le vite di centinaia di migranti e segmentare ulteriormente la comunità migrante al suo interno.

Quello che ci pare ulteriormente preoccupante però non è solo il dispiegamento del medesimo pensiero all’interno di partiti politici che sono di fatto, facce diverse della stessa medaglia, ma è l’incapacità o la mancanza di volontà sia a livello delle amministrazioni locali e in parte dagli stessi movimenti sociali di proporre un’effettiva alternativa in grado di superare la retorica emergenziale a cui la “questione” delle migrazioni e quindi dell’accoglienza è da sempre stato relegato.

Come spesso accade, il Friuli Venezia Giulia e il confine all’estremo Nordest non solo rivela cosa comportino davvero le politiche migratorie per i e le migranti, ma riesce spesso a mostrare in anticipo alcune tendenze che è poi facile vedere distendersi anche altrove, nel resto del paese. Da due mesi a Gorizia, centinaia di migranti (160 circa) si ritrovavano a vivere all’addiaccio con temperature estremamente basse nella Galleria Bombi, passaggio non solo simbolico tra Gorizia e Nova Gorica, sulla linea di confine tra Italia e Slovenia.

La situazione non era poi tanto diversa da quella che abbiamo visto poco più di due anni fa, quando l’amministrazione comunale (allora sotto la guida del sindaco Romoli) decise di negare l’utilizzo di luoghi individuati dalla prefettura come possibili soluzioni di prima accoglienza, lasciando i migranti a vivere per strada.

Molti di loro quindi si organizzarono con accampamenti di fortuna al Parco della Rimembranza: già in quell’occasione l’amministrazione emise un’ordinanza “antibivacco” che di fatto si rivelò essere un’ordinanza “antiprofughi”: in nome del pubblico decoro i migranti vennero scacciati e costretti a spostarsi là dove la loro vista non avrebbe intaccato l’immagine della città. Addirittura, i netturbini vennero incaricati di prelevare i loro averi lasciati in quella sorta di accampamento di fortuna per intimare ai migranti di andarsene.

In quelle circostanze, vivendo sulle rive dell’Isonzo era morto Taimur Shinwari, travolto dalla corrente. Il giorno dopo c’era Forza Nuova in piazza a festeggiare “il lieto evento”.

Foto tratta dalla pagina Facebook L’altra voce


Non ci dimentichiamo poi che, paradossalmente, per sopperire alla totale mancanza di un’accoglienza degna intervenne addirittura Medici Senza Frontiere, un’associazione che normalmente opera in zone colpite da conflitti, epidemie o catastrofi naturali e che allora si trovava ad operare in una piccola città come Gorizia, per rimediare ad una voluta mancanza di accoglienza e assistenza sanitaria e primaria.

Ad oggi a Gorizia l’accoglienza è praticamente inesistente: la Caritas è l’unica realtà presente in maniera strutturale sul territorio e negli ultimi mesi il ruolo dei volontari e dei solidali è stato fondamentale per affrontare una situazione che l’amministrazione comunale targata Ziberna e la Prefettura si rifiutano di affrontare.

Dopo il crescere del clamore mediatico attorno alla situazione e in clima di tensione, spesso alimentata dallo stesso sindaco, il 24 novembre galleria Bombi è stata prima sgomberata e poi letteralmente chiusa con delle grate di ferro da entrambi i lati.

Sono state approntate delle strutture di accoglienza, che dovrebbero essere provvisorie, come la tendostruttura che Msf ha fornito alla Caritas, che può ospitare circa sessanta migranti. Un’altra trentina di migranti sono stati mandati al CARA, come già era successo tre anni fa quando la situazione della jungle sulle rive dell’Isonzo era divenuta insostenibile anche per l’amministrazione locale. Dal CARA, oltretutto, sappiamo che diversi migranti escono spesso per vivere in compagnia di chi in attesa di documenti vive sulle rive dell’Isonzo: sulle condizioni in cui versa davvero il CARA, al momento non si sa nulla.

Sappiamo che altri ancora hanno trovato una soluzione provvisoria al Pastor angelicus (una struttura della diocesi), ma attivisti e volontari stimano che circa una dozzina sia stata lasciata per strada.

Nel frattempo, sul giornale locale già si parla in toni trionfalistici di un “drastico calo degli arrivi”, ovviamente come diretta conseguenza dello sgombero della galleria. Nulla di più falso: gli arrivi non si sono fermati e prevedibilmente il formarsi di un nuovo ghetto è solo questione di tempo, mentre le temperature continuano a scendere e iniziano le prime nevicate. Al fascismo delle istituzioni si unisce comunque quello delle provocazioni, come quella registrata da Ivan Grozny - giornalista del Manifesto - proprio in Galleria Bombi ad opera di due ragazzini entrati con scooter e caschi integrali.

D’altra parte, dalla sede locale di Casapound e da realtà fasciste locali sembrano partire le direttive per Ziberna e soci (eclatante il caso della fontanella di piazza Vittoria, unica fonte di acqua potabile liberamente accessibile per i migranti, chiusa neppure ventiquattr’ore dopo che Casapound aveva espressamente intimato di farla chiudere).

Foto tratta dalla pagina Facebook L’altra voce


A Pordenone, del resto, la situazione non è diversa: anche lì, a Comina, nella zona nord della città, si è creato un accampamento di fortuna all’aperto, dove non ci sono servizi igienici, né acqua, né luce e, nonostante la Cri avesse proposto l’apertura di un dormitorio, l’amministrazione si è messa di traverso. A molte delle persone bloccate per strada in attesa dello svolgimento delle pratiche burocratiche, non è consentito nemmeno l’accesso all’Hub di prima accoglienza allestito sempre nella zona della Comina e in gestione alla cooperativa Tre Fontane Roma, coinvolta in mafia capitale. Da Pordenone inoltre ci viene raccontato di migranti costretti a dormire nei fossati dai campi per nascondersi da vari provocatori ed in particolare da esponenti di Casapound supportati dal sindaco Ciriani.

Non dimentichiamoci che solo poco tempo fa il 10 novembre Karnail Singh, migrante indiano di quarantanni da dieci anni in Italia, è morto di freddo e stenti a Pordenone in un parcheggio dove era stato costretto ad andare a vivere, dopo che gli era scaduto il permesso di soggiorno.

Persino Amnesty international il 23 novembre ha fatto uscire un comunicato in cui denunciava le condizioni disumane a cui le amministrazioni di Gorizia e Pordenone stavano condannando a vivere i migranti.

Quelli che vediamo in atto a Pordenone, a Gorizia e altrove sono casi esemplari di quella che potremmo tranquillamente definire una politica di apartheid nei confronti dei migranti, che ormai a fasi regolari si ripropone qui come in altre parti d’Italia e del globo. Con regolarità siamo testimoni del farsi norma dell’eccezione.

Da più parti dovrebbe svilupparsi una riflessione sul senso stesso dell’accoglienza: è chiaro infatti che l’accoglienza di per sé rappresenta una gestione differenziale delle popolazioni e dei flussi migratori su base etnica e razziale. Dovremmo inoltre essere in grado di riconoscere che anche là dove l’accoglienza funziona, questa comporta spesso forme di isolamento e di infantilizzazione degli individui che ne usufruiscono.

Se quindi su un versante troviamo un certo modello di gestione umanitaria del fenomeno, dall’altra il sistema hotspot, spesso ubicato ai margini di centri urbani, viene normalizzato dalle stesse istituzioni, trovando una soluzione raffazzonata solo quando la pressione mediatica o da parte di Ong internazionali si fa sentire più fortemente.

Da questo punto di vista è evidente che il volontariato non può essere una soluzione. Non solo perché, come è quasi ovvio osservare, riproduce una dinamica assistenzialista, ma anche perché spesso finisce per fungere da spalla a determinate logiche malate delle stesse istituzioni, sopperendo gratuitamente a delle mancanze sistemiche.

Foto tratta dalla pagina Facebook L’altra voce


Dobbiamo però ugualmente constatare l’ormai evidente criminalizzazione e persecuzione anche delle forme più banali di solidarietà. E con la Minniti-Orlando la situazione non potrà che peggiorare. Pensiamo solamente al fatto che nell’estate del 2016 diverse attivisti ed attiviste dell’associazione Ospiti in Arrivo di Udine erano stati denunciati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per il solo fatto di aver portato beni di prima necessità e trovato un tetto ai migranti che da mesi dormivano in un sottopassaggio della stazione.

In questo senso crediamo che sia non solo sensato, ma soprattutto necessario, spostare l’attenzione sul senso e sul ruolo stesso del volontariato e di quella che è normalmente definita una politica dell’umanitario. Ci sembra di poter dire che, laddove manca qualsiasi altra reazione, il volontariato e la solidarietà - anche quando mossi più da un senso di carità cristiana che da una volontà di lotta anti-sistemica -, non solo sono un’evidente manifestazione dell’estraneità all’ordine del discorso vigente, ma rappresentano anche la possibilità di instaurazione di quel contatto umano e fiduciario con la comunità migrante che è necessario per sentirsi parte della medesima lotta alla violenza dei confini.

Il volontariato e la solidarietà dal basso, quindi, quando non sono solo lo scudo per accentuare gerarchie e per nascondere altro, possono e devono essere il cominciamento del politico, ma da soli non sono sufficienti. É per questo motivo che è necessario, anche da parte di attivisti e attiviste come noi che abbiamo attraversato diversi hotspot e confini disseminati sulla Balkan Route e nel Mar Mediterraneo, essere in grado di rinegoziare costantemente il nostro ruolo e la nostra posizione all’interno di specifiche dinamiche politiche, riconoscendo che il confine tra politico e umanitario non sempre è così netto e così facile da tracciare neppure per noi.

A Gorizia un’assemblea ampia di volontari, solidali e attivisti, dopo essersi autoconvocata il 24 Novembre, il giorno della chiusura di Galleria Bombi, ha deciso di lanciare un corteo transnazionale sabato 16 dicembre a Gorizia, con appuntamento alle 15.00 presso il valico della Casa Rossa (punto di confine con la Slovenia e sede della commissione territoriale). A giorni l’evento sarà lanciato sul territorio e sui social media.

Certi che la contingenza ci imponga di mettere in campo pratiche e vertenze ben più radicali che pretendano un cambio di direzione politica, sappiamo anche quanto frammentata sia non solo la comunità migrante ma anche quella della cosiddetta “società civile”, e crediamo sia pertanto necessaria la massima partecipazione possibile al corteo per dare un segnale da Gorizia, Pordenone e tutto il Friuli Venezia Giulia. Troppo a lungo si è scelta la politica del basso profilo per salvaguardare equilibri impossibili da spostare con le buone maniere e chiedendo permesso.

Occorre rendersi conto al più presto che il tempo di manifestare la propria indignazione è finito da un pezzo e non solo a queste latitudini: anche l’antirazzismo deve fare un salto all’altezza dei tempi e del confronto a cui è chiamato.

Servono gesti concreti di umanità, di lotta e di costruzione di una reale inclusione per tutti e tutte. Partiamo dal corteo del 16 dicembre per costruirli.

* Marta Improta, attivista triestina, ora vive a Napoli dove studia all’Università Orientale.
Fabio Cociancich, attivista triestino.