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Nel cuore della rotta balcanica: la situazione in Serbia e ai suoi confini mortali

di Maddalena Avòn*

8 dicembre 2017

Di rotta balcanica non si parla più. Eppure, andare in Serbia oggi è come vivere un lunghissimo deja vu che ti riporta alla stessa identica situazione di un anno fa.

Nella capitale Belgrado, a Sid sul confine croato o a Subotica sul confine ungherese, le stesse dinamiche si ripetono, instancabilmente. Certo, le “barracks” a Belgrado non ci sono più, e i numeri ufficiali di migranti e richiedenti asilo diffusi dall’UNHCR indicano un calo evidente di individui sul territorio: se a novembre 2016 si parlava di 6.400 persone (di cui 5.300 nei campi), con un picco durante marzo 2017 di 7.900 persone (di cui 6.000 nei campi), ora a novembre 2017 i numeri diffusi sono decisamente più bassi: 4.300 persone sul territorio serbo, di cui 3950 nei campi. Questi sono numeri da maneggiare con cura - per fare un esempio, l’organizzazione serba APC (Asylum Protection Center) parla invece di 5.500 persone al momento sul territorio serbo.

Questo indicherebbe che il numero di persone fuori dal sistema di “accoglienza” serbo sia ben più alto rispetto a quello proposto dall’UNHCR.

Cos’è successo quindi quest’anno in Serbia?

Dopo lo sgombero e la demolizione delle barracks, gli ex-magazzini occupati dietro la stazione degli autobus di Belgrado, come previsto molte persone sono state collocate nei campi ufficiali (al momento si parla di 18 campi sul territorio serbo - VEDI IMMAGINE). I campi ufficiali sono distinti in tre tipi: AC - Asylum Center (5) , TC - Transit Center (6) e RC - Reception Center (7).

Se da una parte è chiaro che negli Asylum Centers vengano collocati coloro i quali abbiano espresso l’intenzione di fare richiesta d’asilo in Serbia, dall’altra è totalmente caotico ed incomprensibile il criterio secondo il quale una persona venga collocata in un Reception Center o in un Transit Center. Altrettanto vaga è la giurisdizione sotto la quale i campi operino - il Commissariato per i Rifugiati e la Migrazione della Repubblica Serba (SCRM / KIRS)? Il Ministero del Lavoro, Occupazione e Politiche Sociali? Guardando con più attenzione la mappa, l’unico dato rilevante che si può notare è la collocazione dei due diversi tipi di centri: i RC a sud del paese, sul confine con la Macedonia e la Bulgaria - in entrata, quindi.
I TC si trovano invece a nord, ai confini croato e ungherese - in uscita.

Fonte: Center Profiling Serbia - UNHCR

Non finisce qui: a Padinska Skela, nella periferia nord di Belgrado, si trova il centro di detenzione per stranieri, dove i migranti e i richiedenti asilo vengono rinchiusi per essere identificati, o in attesa dell’espulsione dal paese - si, un CIE.

Come si può constatare dai numeri diffusi dalle diverse organizzazioni che operano sul territorio serbo, c’è un numero rilevante di persone che non sta nei campi: circa 500 stando alle ultime statistiche diffuse dall’UNHCR, più di 1.000 se si guarda ai numeri diffusi da altre associazioni e gruppi di attivisti e volontari sul territorio (Info Park, APC). Le ragioni per cui molti migranti sono fuori dal sistema d’accoglienza sono diverse: c’è sicuramente la difficoltà burocratica per l’accesso nei campi, e un costante meccanismo di demotivazione e disinformazione esercitato dalle autorità serbe per quanto riguarda l’accesso alle procedure d’asilo. C’è poi la dichiarata non volontà di entrare nei campi ufficiali, per la paura di essere deportati o per le condizioni di vita spesso inaccettabili all’interno di quegli spazi: assistenza sanitaria insufficiente, accesso all’educazione e al lavoro assente, assoluta mancanza di autonomia e autodeterminazione. Infine, la più chiara ed ovvia ragione: le persone vogliono proseguire, e raggiungere il paese desiderato.

Vite sospese in Serbia: la realtà sui confini a nord del paese

Guardando i numeri di migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio serbo, tenendo in considerazione la probabile imprecisione per quanto riguarda la presenza complessiva (“Overall presence”), si nota non solo la quasi congruenza tra quest’ultima e la presenza nei campi ufficiali dopo lo sgombero delle barracks, ma anche il calo drastico di migranti in Serbia nei mesi di maggio, giugno e luglio 2017.

Fonte: UNHCR

Una spiegazione possibile potrebbe essere il transito sempre maggiore di migranti verso la Romania (video sulla rotta verso la Romania), le deportazioni verso la Macedonia (come ripetutamente denunciato da organizzazioni macedoni come LEGIS), o addirittura la decisione presa da alcuni migranti di ritornare verso la Grecia e quindi fare lì richiesta d’asilo.

Fonte: Asylum Protection Center

Per quanto riguarda il confine nord, l’Ungheria ha da tempo istituito e consolidato un vero e proprio processo di legalizzazione di pratiche del tutto illegali: dalla detenzione durante tutta la procedura d’asilo nella cosiddetta Transit Zone” lungo il confine sud ai push back verso la Serbia (di cui la polizia pubblica fiera numeri e statistiche), sempre eseguiti con pratiche estremamente violente, riportate dagli attivisti del Migszol e dall’Helsinki Committee ungherese.

Il reportage pubblicato all’inizio del 2017 dipinge la realtà alla frontiera meridionale. Dal lato serbo del confine, volontari e attivisti di gruppi come BelgrAid e Rigardu (e due volte a settimana Medici Senza Frontiere) si occupano chi di fornire aiuti umanitari, chi di medicare ferite (in senso figurato e non) delle violenze subite dalla polizia ungherese. Il numero di persone fuori dai campi in questa zona oscilla tra 200 e 400, nella cosiddetta “jungle” attorno a Sambor e Subotica.

Se si guarda al confine con la Croazia, la forma può essere diversa, ma la sostanza rimane identica. Il governo croato non ha (ancora) eretto muri di filo spinato, ma sistematicamente respinge violentemente qualsiasi migrante che si avvicini al confine. L’accesso al diritto d’asilo è costantemente negato, al grido di “No azil, go back to Serbia”. A Šid, città serba al di là del confine, i solidali di No Name Kitchen assieme a volontari indipendenti rendono possibile una parvenza di sopravvivenza - due pasti caldi al giorno, cucinati assieme ai migranti. Medici senza Frontiere si fa vedere anche qui due volte a settimana, anche loro provando a rendere vivibile una condizione che nulla ha di simile con l’umano e il dignitoso.

Oltre a fornire pasti e assistenza sanitaria, chi si trova al confine serbo-croato ha deciso di farsi carico di un compito estremamente importante: la raccolta di testimonianze ed esperienze di push-back, violenti e non, perpetrati dalla polizia croata. Pagine e pagine di report, dettagli agghiaccianti, documentazione medica e fotografie delle violenze subite. E quando la polizia “ci ha solo rimandati indietro in Serbia”, allora vuol dire che è andata bene. C’è chi addirittura subisce doppi push back in una volta sola: i migranti che si trovano alla frontiera tra Croazia e Slovenia vengono respinti dalla polizia slovena, per poi essere respinti da quella croata e ritrovarsi nuovamente in Serbia.

Siamo quindi in una situazione in cui il sistema d’asilo viene falsamente dichiarato saturo, aggiungendo così ulteriore confusione e disinformazione tra le persone che si trovano al confine. Oltre il danno anche la beffa: violenza psicologica e inganni sono all’ordine del giorno anche per chi riesce a raggiungere la capitale croata. I richiedenti asilo che riescono a raggiungere Zagabria si recano alla stazione di polizia, a volte anche notificando la loro presenza ad ONG presenti in città, e si ritrovano dopo 3 o 4 ore di nuovo in Serbia: gli agenti di polizia infatti fingono in tutto e per tutto di star avviando la formalizzazione di richiesta d’asilo (dati personali, foto, ecc), successivamente caricano i richiedenti asilo in macchina dichiarando di portarli presso il centro di accoglienza. Una volta aperta la porta del mezzo però, i migranti realizzano di esser stati riportati alla frontiera. Di nuovo.

Di confine si muore. Ancora.

La polizia croata si appella al Codice di Frontiere Schengen, dichiarando che nulla di illegale sta accadendo sul territorio. “Proteggiamo i confini come richiesto dalla legge nazionale ed europea”, dichiarano seccamente. Il riferimento legale è l’articolo 13 del Codice, che recita “La sorveglianza si prefigge principalmente lo scopo di impedire l’attraversamento non autorizzato della frontiera, di lottare contro la criminalità transfrontaliera e di adottare misure contro le persone entrate illegalmente. […] Tale sorveglianza viene effettuata in modo da impedire alle persone di eludere le verifiche ai valichi di frontiera o da dissuaderle dal farlo”.
Proteggere I confini, dissuadere le persone e impedire l’attraversamento della frontiera. Ad ogni costo.

Madina è morta la sera del 21 novembre investita da un treno merci sulla tratta Sid-Tovarnik. Pochi metri prima, assieme alla sua famiglia, era stata vittima di push back da parte della polizia croata. Di nuovo, un push back vergognoso accompagnato da enormi falsità, come recita una testimonianza rilasciata dai familiari: “La polizia ci ha intercettati e ci ha detto di tornare in Serbia, aspettare un mese e poi riprovare, che poi ci lasceranno passare”. Tutti i fatti raccontati dai familiari e dai testimoni parlano chiaro: pratiche illegali, e mancanza totale di umanità e rispetto da parte di tutti gli attori coinvolti anche dopo il tremendo avvenimento. “Quando è arrivata l’ambulanza abbiamo chiesto di entrare nel mezzo con Madina, ma la dottoressa non ce l’ha permesso”.

Madina aveva 6 anni, veniva dall’Afghanistan. Da gennaio 2017, MSF ha registrato 7 morti al confine serbo-croato, di cui 3 bambini. MSF, UNHCR, ECRE, ma anche ONG croate come il Centro studi per la Pace, i volontari di Are You Syrious e numerosi giornalisti locali e internazionali denunciano ormai da un anno le violenze ed i push back sistematici al confine.

Va detto forte e chiaro: conformemente al diritto internazionale, a quello europeo, e in questo caso alla legge vigente in Croazia, ogni persona ha diritto di fare richiesta d’asilo presso qualsiasi stazione di polizia o valico di frontiera. L’esame della domanda viene poi fatto in altra sede e da altre autorità, e non dal poliziotto alla frontiera che il richiedente asilo si ritrova davanti.

Pratiche illegali come i push back a qualsiasi confine europeo, accompagnati da violenze fisiche o psicologiche che siano, vanno contrastate con tutti i mezzi in nostro possesso.


* Maddalena Avon, è laureata in studi e ricerca sull’est europa. Collabora con il Centro studi per la Pace di Zagabria ed è attivista dell’iniziativa Welcome!
Si occupa di supporto diretto dei migranti e richiedenti asilo in Croazia, lavorando più nello specifico sulla questione dei push back e delle violenze ai confini.


Le fotografie pubblicate qui sotto sono tratte dalle pagine Facebook di No Name Kitchen e Rigardu.