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"Marcin piangeva e implorava aiuto": la crisi dei migranti europei detenuti nelle prigioni inglesi

Mark Townsend, The Guardian - 3 dicembre 2017

Immigrazione e asilo

14 dicembre 2017

- Link all’articolo originale (ENG)

La morte di un detenuto di nazionalità polacca è il terzo suicidio del mese nel centro di detenzione per migranti e i familiari sostengono che gli Affari Interni stiano insabbiando le morti nelle celle.

Era uno dei personaggi più popolari dell’ala B, ma di recente altri detenuti avevano notato un repentino cambio d’umore. Il 3 Settembre, due giorni prima del suo ventottesimo compleanno, poco prima delle 5 di pomeriggio Marcin Gwozdzinski ha lanciato il suo ultimo grido d’aiuto. Nel rivolgersi agli ufficiali degli uffici amministrativi del centro di identificazione ed espulsione di Harmondsworth, Marcin aveva detto loro che non ce la faceva più.

Piangeva, scongiurava le guardie di aiutarlo, diceva loro di chiamare un’ambulanza, che la sua salute mentale era in pericolo,” ricorda un altro detenuto, Marcin Malicki, che sedeva vicino a Gwozdzinski durante gli incontri. “Gli hanno risposto che non avrebbe ricevuto aiuto e che la doveva smettere di chiedere un’ambulanza,” racconta Malicki, 37 anni, che si trovava lì come interprete. “E’ andato fuori di testa come un bambino. Loro continuavano a non fare niente.”

Poco dopo le 7 di sera, Gwozdzinski ha chiesto se poteva avere un Corano, una richiesta che Malicki ha pensato fosse strana per un cattolico devoto, l’ultimo indizio, forse, che il suo amico stava perdendo il senno. Altri detenuti si sono domandati come mai non fosse sotto sorveglianza anti-suicidio, o per lo meno come mai non prendesse antidepressivi.

Alle 2.05 del giorno seguente Malicki ha sentito delle urla provenire da altri carcerati che si erano raggruppati davanti alla porta della stanza 10, nell’ala B, la cella di Gwozdzinski. Malicki ha ritrovato il suo amico in fin di vita ed ha cercato di rianimarlo. “Ho ancora impressa la sua espressione, non riesco a togliermela dalla testa,” ricorda.

La morte di Gwozdzinski è la terza nell’arco di un mese nel centro inglese di detenzione per migranti. Quest’anno la struttura si distingue per il suo record mortale - 10 detenuti nel campo per migranti sono morti, registrando il doppio delle morti rispetto all’ultimo picco.
Le ultime sono arrivate due settimane fa - un altro suicidio, un 27enne iracheno nella struttura detentiva di Lincolnshire’s Morton Hall. Sono stati diffusi pochi altri dettagli, ma i critici sostengono che questa segretezza sia la norma.

L’identità di tre di questi 10 morti rimane ancora ignota. Talvolta, gli Affari Interni nemmeno annunciano che ci sono state nuove morti. In tutta risposta, dal responso del comitato per la libertà di informazione emergono due morti di cui gli attivisti non erano a conoscenza. In un tale clima di clandestinità il Ministero degli Affari Interni non ha diffuso il nome di Gwozdzinski e nemmeno la sua età. Ad oggi, chi lui fosse o le circostanze della sua morte rimangono un mistero.

La famiglia di Gwozdzinski lamenta di essere stata tenuta all’oscuro e che, nonostante fosse possibile prevenire la sua morte, le circostanze in cui lui si trovava siano state tenute nascoste. Rimane fuori discussione che questa tragedia arriva in un periodo particolarmente contestato per le strutture inglesi di detenzione per migranti, specialmente nel loro ruolo di detenzione e deportazione dei cittadini dell’Unione Europea in seguito al voto Brexit.

Il Ministero degli Affari Interni ha confermato, nella giornata di Giovedì, che 5321 cittadini europei sono stati rimossi con la forza dall’inizio dell’anno fino a Settembre, con un aumento del 13% nelle statistiche che già registravano un picco ai loro inizi.

Marcin Gwozdzinski, che aveva ripetutamente chiesto aiuto

Celia Clarke, direttrice dell’organizzazione a scopo benefico per il rilascio dei detenuti migranti crede che la Brexit abbia dato al Ministero degli Affari Interni il via libera per prendere come bersaglio gli europei in Inghilterra, accusa che viene riconfermata dall’alto tasso di detenzione dei cittadini europei anche per reati minori, tra cui infrazioni del codice stradale. “Se hai un governo che sfrontatamente promette di creare un ‘ambiente ostile’ allora non c’è da stupirsi se le persone vengono spazzate via, detenute e rimosse, in scarsa considerazione dei loro diritti”, afferma Clarke. La sua organizzazione si batte contro la deportazione di 70 cittadini europei - due terzi dei quali non ha precedenti penali e la cui permanenza media in Inghilterra è di 11.4 anni.

Inoltre, lo scorso Giovedì, l’ex conservatore segretario del partito per lo sviluppo internazionale Andrew Mitchell si è proposto come figura pubblica per dare voce alle preoccupazioni espresse in merito allo scopo degli 11 centri inglesi di detenzione per migranti, condannandoli come “una macchia di distopia nella nostra democrazia”.

Un altro fenomeno si va aggravando e minaccia di destare ulteriore agitazione: il presunto sistematico allontanamento dei senza fissa dimora di nazionalità europea dalle strade inglesi. Il numero delle persone colpite da questa politica rimane poco chiaro - nonostante le richieste di Fol, gli Affari Interni si rifiutano di pubblicare le statistiche aggiornate - ma Clarke crede che la cifra di europei colpiti da questa politica potrebbe ammontare a qualche migliaia. Il mese prossimo un giudice della corte suprema delibererà in merito alla legalità di tale politica. Gwozdzinski e Malicki erano entrambi senza tetto quando sono stati arrestati. Altri ancora continuano ad essere spazzati via giorno dopo giorno.

Il decreto ha causato costernazione tra i diplomatici. Vali Staicu, il terzo segretario all’ambasciata rumena, afferma che il suo paese aveva fatto emergere la questione il mese scorso di fronte al Segretario di Stato per gli Affari Interni Amber Rudd. “Siamo molto preoccupati, abbiamo dei casi in cui gli l’Ufficio degli Affari Interni afferma si tratti di un rientro volontario ma quando chiediamo conferma il soggetto risponde ‘Non voglio andarmene’”.

L’ambasciata slovacca era preoccupata per le persone detenute e deportate senza un “valido motivo”.

Le fonti all’ambasciata polacca, che rappresenta 831.000 cittadini di nazionalità polacca che vivono in Inghilterra e che costituiscono il terzo gruppo di espatriati del paese, sembrerebbero soltanto confermare la “cooperazione” con il Ministero degli Affari Interni sulla questione.

Nato nella remota città di Cibórz, vicino Świebodzinin nella Polonia dell’ovest, Gwozdzinski - il più giovane di sette fratelli - era un bambino avventuroso. Da ragazzo ha esplorato i boschi di abete circostanti, ha viaggiato in Polonia da adolescente, poi l’Europa, l’Irlanda, per arrivare infine in Inghilterra quando aveva 23 anni. Viaggiare, come dice la sua famiglia, lo aiutava “a liberare il suo spirito”.

Suo fratello Grzegorz, di 30 anni, dice che: “Lui amava i nuovi paesi, le nuove persone, e nonostante fosse un gran lavoratore gli piaceva dormire in luoghi angusti - accovacciandosi, in edifici abbandonati, un po’ ovunque.”

In Ottobre dello scorso anno, nonostante stesse lavorando in un cantiere a Tooting, nel sud di Londra, Gwozdzinski aveva deciso di dormire all’aperto nei pressi di Sreatham Common. Fumava cannabis per conciliare il sonno e una sera si è avvicinato a degli spacciatori vicino alla chiesa di Streatham’s St Leornard per rifornire le sue scorte. Gwozdzinski venne incastrato e quando scoppiò una rissa venne ripreso dalla CCTV. La mattina seguente, venne arrestato e portato a Harmondsworth. Grazie al suo spirito da affabile umorista, venne rapidamente soprannominato Siwy dall’ala B, che tradotto in polacco significa biondo chiaro. Gwozdzinski era tendenialmente felice e non aveva precedenti di disturbi mentali. La sua famiglia non aveva mai pensato che un giorno avrebbe potuto togliersi la vita.

Tre mesi più tardi nessun rapporto sulle circostanze della sua morte era ancora stato diffuso. L’Ombudsman per le prigioni e la libertà vigilata (PPO) sta conducendo un’indagine ma non rilascia commenti, mentre gli Affari Interni definiscono “inappropriato” il rilascio di dichiarazioni sull’indagine in corso. Mitie, l’azienda privata che dirige Harmondsworth per conto del Ministero degli Affari Interni, si è rifiutata di rispondere alle domande. Ciononostante, le dichiarazioni confermate dai testimoni indicano che Gwozdzinski ha implorato aiuto di continuo per un certo periodo. Un altro detenuto polacco dell’ala B, Robert Legut, di 52 anni, ricorda che Gwozdzinski aveva più volte comunicato al personale del centro che la sua salute mentale stava peggiorando in modo significativo.

Diceva: ‘Aiutatemi vi prego, la mia testa non sta bene. Potrei fare qualche atto avventato, suicida’. Cinque giorni prima l’aveva ripetuto a delle guardie, due o tre volte. Loro l’hanno ignorato.”

Parlando nella spartana sala riunioni e con ingenti misure di sicurezza di Harmondsworth, con il rumore di sottofondo degli aerei proveniente dal vicino aeroporto di Heathrow, Legut sostiene che la morte Gwozdzinski si poteva evitare. “Ha cercato di chiedere aiuto di nuovo ma gli hanno riso dietro. Era disperato, perché non gli davano uno psicologo? La sua morte è colpa degli Affari Interni.

Una dichiarazione scritta, firmata da 59 compagni detenuti di varie nazionalità, incolpa le autorità in modo inequivocabile per la morte del loro “amico”. “Per molto tempo lui [Gwozdzinski] ha chiesto aiuto agli ufficiali, agli psicologi ed ai dottori. Veniva ignorato,” recita la lettera scritta a mano con cura. “Ha chiesto aiuto molte volte. E’ per questo che io ed altri detenuti eravamo veramente preoccupati e angosciati per questa situazione. E’ una disgrazia che nessuno sia stato ritenuto responsabile per questa mancanza di interesse. Siamo esseri umani, non animali.”

In una lettera scritta poco prima della sua morte Gwozdzinski dice: “Non posso stare qui. Voglio essere libero… Non mi è rimasto molto tempo.

La compagna del fratello di Gwozdzinski, Ewa Jany, dice che i detenuti hanno descritto come il compagno di cella di Gwozdzinski gli stesse addosso durante la notte recitando versi satanici. “Sentivamo come il suo compagno di cella stava addosso a Marcin per tutta la notte parlando di streghe e di Satana. Marcin aveva degli incubi tremendi, non c’era da stupirsi.”

Qualche giorno prima che Gwozdzinski tentasse di uccidersi, chiese alle autorità del centro di detenzione di essere trasferito. Ma Jany crede fosse troppo tardi: il danno era già stato fatto. “Aveva bisogno di supervisione speciale, c’è una parte del personale del centro che si occupa dei detenuti con problemi psicologici. Li seguono perfino quando vanno al bagno. Perché Marcin non aveva nessuno?

Problemi più grandi, anche di tipo strutturale, potrebbero aver giocato un ruolo importante. L’Inghilterra rimane l’unico paese in Europa senza un limite di tempo per la detenzione dei migranti. Con le vite dei detenuti in un limbo, gli psicologi concordano nell’affermare che il sistema ha un impatto sulla salute mentale degli stessi. Due anni fa un gruppo di parlamentari si è unito agli attivisti nella protesta per ottenere un limite di 28 giorni nella detenzione dei migranti, e solo come “un’assoluta ultima risorsa”.

Legut, che sostiene di essere detenuto per un reato minore derivato dalla guida di un motorino, è trattenuto da Gennaio. Malicki è stato trattenuto per circa un anno, e lo stesso vale per Gwozdzinski. Tutti e tre hanno esposto i loro reclami riguardo alla propria salute mentale, ma a nessuno sono stati dati antidepressivi o assistenza psicologica.

Quando la rivista Observer ha incontrato Legut nel centro di detenzione di Harmondsworth, le sue braccia erano incrostate di sangue, coperte da un intreccio di tagli auto inflitti. Durante la nostra conversazione, Legut, che ha vissuto in Scozia per 12 anni, ha fatto scorrere un dito sulla gola per imitare un detenuto vicino che si era tagliato la gola un paio di giorni prima. Legut aveva mandato due messaggi nelle tre settimane successive con i dettagli di altri detenuti che si erano auto lesionati, e loro erano soltanto due tra i suoi 14 amici polacchi nelle stesse condizioni.

I tentativi di suicidio stanno aumentando nei centri di detenzione per migranti. Stando alle statistiche diffuse dagli attivisti, nel primo quadrimestre di quest’anno, si sono registrati 132 tentativi, tasso che potrebbe superare il record di 393 raggiunto nel 2015. Legut crede che l’aumento sia aggravato dalla diffusione delle droghe sintetiche, collegate ad episodi psicotici ed a comportamenti imprevedibili.

Nonostante l’ubiquità della droga nelle prigioni sia stata largamente portata alla luce, la sua diffusione nei centri di detenzione per migranti non lo è. Malicki sostiene che la droga fosse facile da ottenere ad Harmondsworth e che Gwozdzinski ne fosse dipendente, nonostante l’influenza della stessa sul suo declino sia ambigua. “Ho chiesto al personale perché permettevano che girasse così tanta droga - la gente stava impazzendo - ma mi hanno risposto, ‘Se fermi uno spacciatore un altro prenderà il suo posto’”.

Emma Ginn, coordinatrice del Medical Justice, che lavora per migliorare lo stato di salute dei detenuti, dice che la sua organizzazione ha più volte avvisato gli Affari Interni che le condizioni all’interno del centro, se non risolte, sarebbero peggiorate e avrebbero portato ad ulteriori morti. “I clienti ci chiamano, pietrificati al solo pensiero che anche loro potrebbero morire,” dice. “Dicono che alle autorità non importa se vivono o muoiono. Non possiamo consolarli.” Deborah Coles, direttrice di Inquest, dice: “Le morti e l’autolesionismo sono le conseguenze umane del sistema detentivo inglese, disumano ed ingiusto”.

Per la famiglia di Gwozdzinski è stato difficile digerire il suo rapido declino. Aveva parlato del suo futuro - ammettendo che avrebbe avuto bisogno di un po’ di stabilità, stando al fratello Grzegorz - ma la sua condizione fisica era in picchiata.

Quando sua madre, che aveva già perso un altro figlio in un incidente stradale in Polonia sette anni prima, accettò il consiglio del medico e spense le macchine che tenevano in vita il suo giovane figlio, alle 6.40 di pomeriggio del 7 Settembre, il cuore di Gwozdzinski ci mise 25 minuti a smettere di battere. “Due infermiere erano presenti ed erano veramente sorprese. Il suo cuore dev’essere stato davvero molto forte, ma i danni al cervello erano troppo grandi,” ha detto Jany.

Da allora, la famiglia sostiene che i tentativi per scoprire cosa sia veramente successo ad Harmondsworth abbiano incontrato degli ostacoli. In seguito alla morte di Gwozdzinski, i testimoni chiave sono stati deportati. Nonostante i quasi 12 mesi di detenzione rimasti, il primo testimone Malicki è stato spedito in Polonia in pochi giorni. Poche settimane dopo, quando Observer è finalmente riuscito a ripercorrere i suoi spostamenti, si trovava in Islanda. Legut dice che quattro testimoni sono stati deportati o “resi fantasma” in altri centri di detenzione. Un mese dopo la morte di Gwozdzinski, Legut rivelò che un testimone era volato in Polonia alle 8 di mattina, due ore prima dell’udienza. “La decisione di spedirli lontani è stata presa troppo velocemente; l’hanno fatto per zittirli,” dice. Né Malicki né Legut sono stati interrogati dagli investigatori incaricati di scoprire cos’è successo.

Ci sono anche accuse a carico del Ministero degli Affari Interni per aver tentato di tenere nascosto il suicidio di Gwozdzinski. Quattro ore dopo il tentativo, alle 6 di pomeriggio di Domenica, Jany e Grzegorz sono stati avvisati che si trovava in ospedale. Nei giorni seguenti, gli Affari Interni si rifiutarono di confermare i sospetti che il detenuto fosse collegato a dei macchinari per mantenerlo in vita. La notte stessa la BBC mandò in onda un documentario schiacciante che mostrava delle guardie in un altro centro di identificazione ed espulsione che maltrattavano persone vulnerabili, inclusi coloro con spiccate tendenze suicide. Sarebbero dovuti passare altri quattro giorni perché gli Affari Interni confermassero che qualcosa era successo. Ai detenuti venne spedita una nota che menzionava un “incidente” che coinvolgeva un “detenuto polacco” che era morto. Legut era tra coloro che erano lasciati all’oscuro. “Non l’hanno nemmeno detto ai suoi amici.”

La sensazione che gli Affari Interni stiano insabbiando altre morti di cittadini europei è un sentire comune. Otto mesi dopo che lo sloveno Branko Zdravkovic, 43 anni, si è tolto la vita nel centro di detenzione per migranti di Dorset, la sua compagna, Nicola Sanderson, dice che sta ancora aspettando di ricevere delle risposte, ma crede che lui non abbia ricevuto le cure di cui aveva bisogno.

Zdravkovic, lei dice, era detenuto in seguito ad una retata di europei dell’est che bevevano in strada nel centro di Londra. Una volta arrestato il suo benessere aveva cominciato a sgretolarsi. “Non si sono neanche degnati di contattarmi, è vergognoso. Il mio Branko era nato in un villaggio tranquillo vicino all’Austria ed aveva scelto questo Paese, ci ha lavorato per anni, e così è come è stato trattato in tutta risposta,” dice Sanderson, nella Londra ovest.

Altri aspetti del caso Gwozdzinski hanno destato agitazione. Due giorni in seguito al suo tentato suicidio, Jany ricevette una chiamata dal centro di Harmondsworth per informarla che Gwozdzinski sarebbe stato rilasciato. L’ufficiale spiegò, dice Jany, che non era più da considerarsi una minaccia per la comunità. “Ho cominciato veramente a ridere, era ridicolo. Marcin aveva danni al cervello tali che lo costringevano in uno stato di coma permanente.”

Un’altra svolta è arrivata quando, diverse settimane prima della sua morte, il personale del centro di detenzione ha comunicato a Gwozdzinski che sarebbe stato rilasciato. “Gli Affari Interni avevano detto che era libero di andare. Ma non l’hanno rilasciato,” dice Legut.

Jany dice che si stavano preparando per il suo ritorno a casa. “La cosa strana è stata che Marcin ci chiamò e chiese il suo indirizzo di casa. Diceva che gli Affari Interni l’avrebbero rilasciato solo se avesse fornito un indirizzo che loro avrebbero potuto verificare in seguito.

Per tre settimane Gwozdzinski chiamò Jany tutti i giorni, chiedendo con insistenza se gli Affari Interni avessero chiamato. “Eravamo pronti per il controllo del domicilio ma non successe niente. Penso che questo fu ciò che lo distrusse alla fine.”

Questi episodi lasciano i Gwozdzinski a chiedersi se la morte di Siwy, uno spirito libero schiacciato dalla detenzione, possa essere legata alla corrente politica di Theresa May volta a creare un “ambiente ostile” contro coloro che nella sua ottica non dovrebbero rimanere nel Paese.

Jany dice che “gli Affari Interni si comportano come se fossero spaventati dai polacchi. Abbiamo bisogno di sapere perché Marcin è stato detenuto per così tanto, perché ha deciso di impiccarsi.”