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Ci hanno ordinato di non muoverci

"Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro"

18 dicembre 2017

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Può succedere che durante la notte si rompano le doghe del letto a castello ed un utente caschi giù sull’altro; può accadere che i corridoi siano i trampolini per l’unico bagno che ha in funzione l’acqua calda; può essere che a ferragosto a loro siano serviti risotto e fagioli; che a forza di lavaggi di lenzuola e monitoraggi dei bagni, qualcuno di loro soffra nell’indifferenza e si senta smarrito, ancora di più, prigioniero, peggio di prima.

Nel corso della mia esperienza, ho visto vitalità sbiadite a colpi di comandi e di ordini, a forza di repressioni, legali, sociali e sanitarie e corpi malnutriti e volti depressi in pasto ad un diritto d’asilo selettivo, parziale, sistematico che li vuole, a garanzia, gestiti come un pacchetto commerciale nei centri d’accoglienza ministeriali. In cui, prima di accedere, il richiedente asilo aspetta le trattative sul suo smistamento, le decisioni dei responsabili delle strutture per il monte ore, la disponibilità dei posti per far tornare i conti, la convenienza dell’investimento per le convenzioni statali e prosegue con l’accettazione del contratto dell’accoglienza, durante cui il firmatario si impegna a frequentare i corsi preposti, i tirocini individuati, ad aiutare il personale, ad imparare l’italiano pagando da sé i bollettini ed i biglietti per il trasporto alla scuola, a rimanere nel centro per dimostrarne l’integrazione, a non lavorare o ricercare lavoro al di fuori di quello pattuito da noi, a farsi sequestrare qualunque cosa, a firmare ogni giorno alle 19:00 e poi chiudersi negli hotel dell’accoglienza, a muoversi secondo le mappe fornite, ad essere sempre disponibile all’ammonizione e all’espulsione e poi evolversi in un conteggio annuale dei beni erogati, dei tirocini effettuati, dei pasti richiesti, delle somme e delle sottrazioni delle banche dati aziendali.

Quando il potere entra nei più piccoli uffici, nelle segreterie, nelle scuole, nei centri di accoglienza, in modo capillare, come esproprio, e si diffonde “con diverse zone d’intensità, in tutto il corpo sociale, coi suoi agenti collettivi e privati d’enunciazione, con le sue variabile strategiche d’applicazione sui corpi e sulle persone, con la sua tendenza a spostare sempre più in là i confitti del controllabile, del sorvegliabile, del disciplinabile [1] ”, consumiamo ideologia come una qualsiasi altra merce [2]. ’Perché avete bisogno di controllarmi, anche quando dormo/ Perché abbiamo bisogno di controllarli anche quando dormono?

Per noi, un accumulo di poteri che risiedono per lo più in mano private e per loro una costante sottrazione di umanità, essendo quelli che ’non hanno’ e ’non sanno’ sotto il peso schiacciante dello Stato e della sua burocrazia del privilegio e delle differenze [3] .

Non avranno se non sono presenti ai colloqui per le relazioni di fine mese; se non imparano a dire grazie ma chiedono tutto dolcemente; non avranno se non collaborano alle pulizie ma mediano per noi in assenza di mediatori; non avranno se ricevono amici nella struttura sebbene sia un centro che lavora per l’integrazione; non avranno se non rispettano il regolamento mentre noi lavoriamo violando i contratti; non avranno a seconda di quel razzismo, ’terribile negriero degli spiriti … (per cui)... non si vede l’ordine nuovo possibile, meglio organizzato del vecchio, più vitale del vecchio [4].


Il centro che accoglie deve essere in ordine, dunque, loro come noi, contenuti, limitati, confinati nell’educazione alla violenza e alla paura, dove il nostro unico spazio comune è la sala mensa. Noi accendiamo la televisione. In marcia, noi avanti e loro a seguirci, di gerarchia i gerarchia, - i giureconsulti , che con gravità hanno sentenziato che il giglio di una schiava nasce schiavo, hanno deciso in altri termini che un uomo non nasce uomo [5] - quasi per costruire il minor numero di relazioni possibili, di stabilire il minor numero possibile di legami spontanei fra gli individui, sfavorendo quella società di individui eguali [6].

L’individuo isolato può progredire tanto poco quanto l’individuo in catena. [7]’.
L’integrazione definisce la vita, l’accoglienza un sistema di vita, oppressivo, dove si investiga, ancora una volta, ’non il sistema metafisico della congiunzione, ma quello pratico e politico della separazione [8]’ attraverso un bel malloppo di carte firmate da assistenti sociali, psicologi, avvocati e referenti.

Alla fine qui, è come una prigione’; ’siamo criminali che non possiamo uscire? ’perché loro non lo mangiano questo cibo? ’ siamo figli della strada, come si dice? Qui abbiamo solo un letto, per forza dobbiamo uscire fuori’. Il centro di accoglienza come una prigione, la loro esperienza, il più delle volte, separati e segregati dal vissuto urbano, dalle mappe e dai percorsi di fruizione quotidiani, dai luoghi di socialità.

La richiesta di ’fare una passeggiata insieme, o prendere un caffè al bar’ - come fossimo amici - è continua, immagine dell’andare fuori, oltre ’i limiti dello Stato’, dove risiedono le relazioni umane, le creazioni personali e collettive, la forza vitale che lotta per il libero, incontrastato sviluppo di tutte le forze sociali e individuali [9].
E’ soltanto nella condivisione di esperienze non asimmetriche e di mansioni analoghe, in un rapporto dialogico non viziato da pregiudizi che si moltiplicano i luoghi e le occasioni di riduzione della distanza come ’modo naturale di esistenza della collettività umana indipendentemente da ogni contratto che progredisce attraverso gli impulsi e non attraverso le leggi [10].

Leggi che, ancora oggi, garantiscono la difficilissima regolarizzazione e ed integrazione degli immigrati per una folla di ’non sono razzista ma’, laddove, le istituzioni repressive si giustificano soltanto con l’arretratezza materiale e culturale [11] in nome di una humanitas che non è il dato originario ma una scelta costante che l’uomo fa allontanando l’animale che è in se. L’homo sapiens non è né una sostanza né una specie chiaramente definita: è piuttosto, una macchina o un artificio per produrre il riconoscimento dell’umano.