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Tribunale dei popoli, condanna per l’Unione Europea «Sentenza storica, sui migranti è in atto un genocidio»

Andrea Turco, Meridionews Palermo - 20 dicembre 2017

21 dicembre 2017

In 13 pagine i giudici che dal 18 dicembre hanno analizzato documenti, testimonianze e atti ufficiali hanno espresso parole critiche nei confronti delle politiche e delle prassi adottate sulla pelle del popolo migrante. Il consigliere Giusto Catania: «Se il verdetto avesse valore giuridico, potrebbero senza dubbio essere definite criminali»

«Migrare è un atto politico, un atto esistenziale». Il senso delle 13 pagine di sentenza del Tribunale permanente dei popoli - arrivata nel pomeriggio dopo due giorni di analisi, testimonianze e raccolta di documenti e atti ufficiali - in fondo è tutta qui, nelle parole pronunciate dal magistrato Franco Ippolito. Convocato da 95 organizzazioni attive nel campo delle migrazioni in Italia, per valutare eventuali violazioni dei diritti umani da parte delle politiche e delle prassi adottate dall’Unione Europea e dai suoi Stati, il Tribunale ha puntato il dito innanzitutto contro le ipocrisie europee e italiane, oltre che sulle lacune del diritto internazionale, partendo dalla definizione e dall’esistenza di un popolo migrante.

«Il migrante - si legge nel dispositivo - viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati. La migrazione viene infatti vista come una devianza. Colpevoli sono eventualmente gli aguzzini libici, egiziani, tunisini, ecc. La colpa, però, si arresta ai confini africani o alle acque internazionali. Quasi a ribadire che sono loro i soli colpevoli. Al di là di quei confini sembra che nessuno sia colpevole. Tanto meno i governi dei paesi europei e dell’UE. Lasciar morire in mare, nei campi di internamento, lasciar compiere ogni sorta di violenza, è colpa». Un altro atto d’accusa, poi, è rivolto a chi narra il fenomeno migratorio, troppo spesso strumentalizzandolo: «Decisivo in tale contesto il ruolo dei media. Sebbene molti abbiano contribuito a informare correttamente, a portare alla luce violenze e soprusi, tuttavia nel discorso politico-mediatico il migrante è stato rappresentato come un “clandestino”, pericoloso, un invasore, un potenziale terrorista».

La sentenza è stata salutata da una lunga standing ovation. Tra i passaggi più apprezzati, quello in cui si ribadisce che «è giunto il momento di invertire la rotta, e rivendicare il diritto di migrare “ius migrandi” ed il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali». Ad assistere alla lettura della sentenza anche il consigliere comunale di Sinistra Comune Giusto Catania, che ha definito il momento «un passaggio epocale: se il verdetto avesse valore giuridico le politiche dell’Unione europea e degli Stati membri, tra i quali l’Italia, potrebbero senza dubbio essere definite criminali. In particolare, emerge con forza la responsabilità politica del ministro Minniti. Da oggi - continua Catania - nessuno può affermare di non sapere: è in atto un genocidio dal carattere mondiale che ha una valenza, sia in termini numerici che dal punto di vista umanitario, equiparabile alla Shoah. Il Mar Mediterraneo e il deserto africano sono cimiteri a cielo aperto e le responsabilità oggi sono ancora più chiare».

Questa sera presso il centro salesiano Santa Chiara, nel cuore di Ballarò, giurati e testimoni saranno insieme alla festa di solidarietà tra i popoli, che non a caso si svolge nel quartiere più multietnico della città. E se la sentenza del Tribunale permanente dei popoli non ha conseguenze giuridiche, ne ha però molte in chiave politica e sociale. Specie perché il Tribunale non si è limitato ad esaminare la situazione odierna ma ha lanciato proposte e analisi. Come l’invito, rivolto al Parlamento italiano e a quello europeo, a «convocare urgentemente Commissioni d’inchiesta o indagine sulle politiche migratorie, gli accordi ed il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili».

Un altro passaggio chiave spiega invece che «la gestione delle migrazioni appare essere paradigmatica della più generale tendenza in atto verso una modifica sostanziale del modello di democrazia vigente in occidente, fondato sulla divisione dei poteri e il controllo parlamentare degli esecutivi. Perché è sopratutto in questo campo che si è consolidata la pratica di decisioni assunte da una molteplicità di organismi che non rispondono a nessuno pur essendo il loro operato di rilevantissima importanza, perché implica diritti umani imprescindibili, trattati internazionali, interventi militari che possono produrre conflitti bellici di larga portata».