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Dalla frontiera spagnola a un campo insalubre di Casablanca: la punizione per aver tentato di saltare la valla

Sonia Moreno, Desalambre (El Diario) - 16 dicembre 2017

23 dicembre 2017

- Link all’articolo originale (ESP)

- Dopo aver tentato di saltare le vallas di Ceuta e Melilla quasi 2 mila migranti sub-sahariani vivono in pessime condizioni in un accampamento improvvisato a Casablanca, senza accesso ai bagni della stazione né della moschea.
- L’origine del campo risale al tentativo di salto della valla di Ceuta del 31 dicembre 2016: “La Guardia Civil mi ha respinto e la polizia marocchina mi ha dato il tormento”, racconta un giovane.
- Da un anno vivevano in un parco vicino, ma alcuni residenti hanno bruciato il loro insediamento: una ONG parla di una nuova ondata di razzismo.

Ogni volta che si verifica un tentativo di salto alle vallas di Ceuta e Melilla, chi non riesce nell’intento di restare in Spagna viene trasferito dalla polizia marocchina in varie città alawite. Li allontanano dalla frontiera spagnola. A Casablanca, nei pressi della stazione Ouled Ziane, è sorto un accampamento di migranti nel quale vivono, in pessime condizioni, circa 2.000 sub-sahariani, la maggioranza dopo esser stati respinti alle porte dell’Europa. È la cosiddetta “piccola Calais” del Marocco.

Viviamo qui, stiamo soffrendo. È da dieci giorni che non mangiamo, non andiamo in bagno, non ci cambiamo i vestiti… Guardaci, siamo sporchissimi”, protesta arrabbiato e sfinito Abdellah, un senegalese di 23 anni, dall’interno dell’accampamento in cui eldiario.es è riuscito ad entrare. Il campo si è trasformato in un carcere. Quasi 2.000 uomini, in maggioranza giovani, inclusi perfino minori di 12 anni, sono ammassati in un perimetro controllato dalla polizia, circondato da inferriate e da una recinzione di eternit. Possono uscire, ma farlo comporta un doppio rischio: la deportazione nel loro paese o un’aggressione razzista, denunciano.

L’origine del campo risale al tentativo di salto della valla di Ceuta del 31 dicembre 2016. Il giorno seguente le autorità marocchine ordinarono un’operazione di sgombero dei migranti dalla foresta di Bel Younech. Oltre un migliaio di sub-sahariani si dispersero tra le città di Casablanca, Fez o Rabat. I militari ‘scaricarono’ i migranti nei pressi della stazione di Ouled Ziane, a Casablanca.

Veduta dell’accampamento di Casablanca nel quale vivono in pessime condizioni circa 2.000 uomini di origine sub-sahariana.

Fu allora che decine di migranti cominciarono a stabilirsi in un parco vicino alla stazione. Tuttavia, a seguito di uno scontro scoppiato il 24 novembre tra alcuni giovani residenti del quartiere Derb El Kebir e i giovani sub-sahariani, da due settimane questi ultimi sono rinchiusi in questa specie di campo sportivo asfaltato.

I vicini marocchini hanno dato fuoco agli effetti personali dei sub-sahariani, cosa che ha portato all’intervento ufficiale delle autorità. “La Guardia Civil ci ha respinti, successivamente la polizia marocchina ci ha picchiato e ci ha dato il tormento”, dice uno dei sub-sahariani. “Non abbiamo fatto alcun male ai marocchini”.

Il rappresentante della comunità maliana spiega a eldiario.es che sono stati loro stessi a comprarsi le tende da campeggio. È al loro interno che si riparano dal freddo e dalle prime piogge invernali, senza materassi né coperte.

Anche un solo attimo nel campo costringe a tapparsi il naso. “Vedi? Quest’odore non si sopporta. Come possiamo vivere così?”, sospira un gruppo di giovani indicando da un lato alcune lamiere dietro cui hanno improvvisato un “bagno all’aria aperta”. È da una settimana che orinano nel proprio campo, contro la recinzione, a pochi passi appena dalle loro tende.

Le forze di sicurezza marocchine continuano con la stessa dinamica di controllo dei monti vicini alle frontiere con la Spagna. L’arcivescovo di Tangeri, il francescano Santiago Agrelo, tutti i lunedì sale da Tangeri al Monte di Bel Younech per portare cibo, beni essenziali e medicinali ai migranti. “E’ stato difficile avvicinare i ragazzi. Solo in tre hanno potuto avvicinarsi alla macchina per prendere gli alimenti, le coperte e i teli di plastica”, ha spiegato Agrelo a fine novembre. “I soldati erano dispiegati in tutto il bosco e i ragazzi, per sfuggire alla deportazione, si erano sparpagliati”, ha precisato il religioso.

La polizia sorveglia l’ingresso del campo

Le forze di sicurezza sono schierate all’entrata, dentro alcuni furgoni. La polizia marocchina non permette ai migranti sub-sahariani di accedere alla stazione degli autobus né alla moschea, dove normalmente potevano utilizzare i servizi e fare i propri bisogni.

Per poter fare la cacca siamo obbligati ad entrare in un bar qui di fianco e pagare per utilizzare il bagno”, spiega il rappresentante della comunità maliana. Devono pagare anche per l’acqua. I pasti sono a base di riso. I più fortunati possono accompagnarlo con del pollo, ma devono sborsare un euro. Non ci sono piatti, mangiano in delle bacinelle, e le posate non sono pulite a causa della mancanza di acqua.

Il giorno dopo lo scontro, la Piattaforma delle Comunità e Associazioni Sub-sahariane del Marocco (ASCOMS) ha calcolato la presenza di 850 persone. Due settimane più tardi, eldiario.es ha conteggiato due migliaia di uomini. “Hanno arrestato tra i 400 e i 600 fratelli, e da un mese 150 persone sono scomparse. Non sappiamo dove si trovano”, denuncia Abdellah. Lamenta il fatto che “arrivano marocchini vestiti da civili che affermano di essere poliziotti sotto copertura. Ci arrestano e non sappiamo se sono davvero della sicurezza o se vengono da bande criminali”.

Gli arresti sono cominciati ai semafori, dove “fanno la Salam” (chiedono l’elemosina), ma a seguito dei disordini si sono estesi a caffè e mercati e, in coincidenza della visita del Re Mohamed VI, alla città. “Ci accusano di aver violentato una ragazza. Noi, i migranti neri, non abbiamo fatto alcun male ai marocchini”, dice Abdellah.

“Respinti a caldo” da Ceuta

Questo senegalese vive in Marocco da un anno, tra gli accampamenti di Casablanca e Fez e il bosco di Bel Younech, vicino a Ceuta. Era riuscito ad entrare nella Città Autonoma ma, spiega mostrando sul braccio la cicatrice di un morso, “la Guardia Civil mi ha respinto; successivamente la polizia marocchina ci ha picchiati e ci ha dato il tormento”.

Due giovani feriti durante il tentativo di saltare il recinto.

Accanto a noi ci sono due ragazzi di 20 anni, arrivati da appena due giorni dopo aver tentato di saltare la valla che separa il Marocco dalla Città Autonoma di Ceuta. Entrambi portano delle bende sulla testa. “Sono tornato da solo con mezzi di trasporto pubblico e mi hanno curato gratuitamente all’ospedale di Casablanca”, dice in uno spagnolo perfetto Emmanuel, della Guinea Conakry. “Perché non possiamo uscire da qui per fare ciò che vogliamo in Marocco?”, si chiede. “Non è facile arrivare qui, non siamo qui per restarci, ma raggiungere l’Europa”, aggiunge.

Deportati nel deserto e alle frontiere

Questo sabato è riesplosa la tensione con i residenti e uno dei ragazzi del campo intervistati da eldiario.es è finito a terra. Un’ambulanza lo ha trasportato all’ospedale. “Dateci lavoro o rispediteci a casa”, “siamo stanchi in Marocco”, o “liberateci da questa prigione”, chiedevano a gran voce alle autorità, di fronte al commissariato, poco prima che la rissa cominciasse.

Le forze di sicurezza stanno deportando i migranti verso zone desertiche o verso le frontiere. In questi giorni, i giornali locali del sud del Marocco riportano la notizia dell’arrivo di “centinaia di immigrati da paesi dell’Africa sub-sahariana alle città di Ouarzazate, Er Rachidia, Tinerhir e Zagora, provenienti da Casablanca a seguito degli scontri violenti con giovani marocchini”.

Lì, i residenti hanno fornito loro coperte e vestiti per affrontare l’ondata di freddo che si vive in quelle regioni del sudest del paese, nonostante ci siano anche casi di cittadini che si sono mostrati contrariati per l’arrivo degli autobus.

Un conducente di una linea di pullman tra Erfoud e Zagora assicura che le autorità gli hanno chiesto di trasferire 36 migranti sub-sahariani a Zagora, i quali, all’arrivo, si sono rifiutati di scendere. Un abitante di Tinerhir ha scritto, nel suo profilo Facebook: “ieri ho personalmente incontrato un numero cospicuo di africani nel centro della città e si trovano in condizioni pessime. Spero che diano loro del denaro e non assaltino i beni altrui”.

Molti dei commenti sui social network sono ingiuriosi, fanno allusione ad “un reggimento di migranti”, al fatto che “si accolgono i migranti africani per soddisfare le relazioni diplomatiche” e a come “viene distribuita la ricchezza nel paese”.

Le autorità proibiscono alle ONG di distribuire aiuti

La strategia della detenzione e dell’isolamento è già stata attuata nell’accampamento di Fez nel mese di ottobre. Nel terreno vicino alla stazione dei treni, dove da sette anni si concentrano i migranti sub-sahariani, verrà costruito un edificio regionale del Ministero dell’Interno. Da lì, spiegano che “le organizzazioni e le associazioni di aiuto ai migranti hanno ricevuto ordini dalle autorità affinché sia bloccata qualsiasi consegna, persino di coperte”. Per ora un religioso americano ha consegnato loro “di nascosto” alcuni teli di plastica per proteggersi dalla pioggia.

In questi giorni i media locali parlano di una “mini-Calais in Marocco” e fanno riferimento ai rischi connessi all’aumento del razzismo riferendosi agli incidenti di Casablanca, giunti persino al Parlamento di Rabat. Un deputato del Partito Autenticità e Modernità (PAM) ha accusato i sub-sahariani di “dar vita a bande criminali”. Il Ministro dell’Interno Noureddine Boutayeb, che rispondeva alle domande dirette al suo partito, non ha voluto rilasciare alcun commento su tale accusa.

I migranti di Casablanca sfruttano quest’opportunità di parlare di fronte ai giornalisti per far arrivare la propria voce allo stesso Re Mohamed VI, che, ricorda Abdellah, “quest’anno è stato ammesso nell’Unione Africana, è tornato nella famiglia africana”. “Se non vogliono che viviamo qui, chiedo al Re che ci riporti ai nostri paesi. Lì abbiamo lasciato i nostri genitori e siamo venuti in Marocco, nel nostro viaggio verso l’Europa, per lavorare e aiutare le nostre famiglie. Vogliamo solo questo”.