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Alpi, confine reale e disumano

Intervista a Luigi D’Alife sulla situazione tra Bardonecchia e il Colle della Scala

7 gennaio 2018

Riprendiamo un’intervista della redazione di "Alpinismo Molotov" a Luigi D’Alife, attivista del centro sociale Gabrio di Torino, reporter freelance ed autore di documentari dalla Siria e del lungometraggio Binxet. Sotto il confine (2017).
Gli autori hanno incontrato Luigi il 28 dicembre scorso per raccogliere a caldo il suo racconto e le sue impressioni di quanto sta avvenendo nei pressi di Bardonecchia, dove ormai da mesi molti migranti provano a oltrepassare il confine servendosi del Colle della Scala.

"Come dice Luigi nelle battute finali dell’intervista, vi invitiamo a seguire le pagine Facebook di Briser les frontières, e Tous migrants e partecipare alla camminata/ciaspolata solidale che si terrà il 14 gennaio da Claviere a Monginevro, una manifestazione che ha l’obiettivo esplicito di mostrare quanto quel confine, altamente rischioso e respingente per la stragrande maggioranza dei migranti, sia permeabile a chi ha una tavola da snowboard, il denaro per l’abbonamento agli impianti di risalita e la pelle chiara.
Tutte le persone che volessero partecipare sono caldamente invitate a dotarsi di attrezzatura adeguata".

- La zona tra Bardonecchia Roubion e Névache in una mappa di OpenStreetMap

AM: La settimana scorsa sei andato a Bardonecchia a filmare un po’ e a cercare di vedere com’è la situazione dei migranti che cercano di attraversare la frontiera. Cos’hai visto?

L: Partendo dal presupposto che ne seguo la storia, ne ho letto articoli, ne sento parlare ormai da quest’estate, ma pare che negli ultimi mesi il flusso va comunque aumentando, diciamo.
Siamo arrivati su assieme ad altri solidali di questa rete che si sta costituendo in Valsusa che si chiama Briser les frontières, siamo arrivati su verso le otto di sera, e diciamo che il punto di ritrovo, la base se così possiamo dire, è la stazione dei treni di Bardonecchia. Lì, nella sala d’attesa della stazione, abbiamo incontrato una decina di persone di cui la maggior parte provenivano dal West Africa ma c’era anche un gruppetto di ragazzi magrebini, appunto più o meno una decina di persone alle 8 di sera.
Alcuni quando siamo entrati nella sala d’attesa stavano provvedendo ad asciugare delle calze o le scarpe ai termosifoni perché, come poi ci hanno raccontato, avevano già provato il passaggio ma erano stati bloccati dalla gendarmeria francese e quindi rimandati in Italia al punto di partenza.
L’età media è bassa, sono tutti molto giovani, alcuni, un gruppo abbastanza cospicuo, sono minorenni. Ad esempio mi è capitato di incontrare, questo non in stazione, ma poco dopo, tre ragazzi che avevano tra i 15 e i 17 anni, tutti del Gambia. Loro però li abbiamo incontrati direttamente sulla strada che portava al Colle della Scala e quando li abbiamo incontrati a tarda sera, erano le dieci e mezza, ci hanno chiesto se li portavamo in stazione. Erano seduti per terra nella neve ed erano molto infreddoliti.
Naturalmente la stazione di Bardonecchia è un punto di passaggio dove si fa base per provare a passare il confine. Rispetto alla stazione di Bardonecchia c’è da dire che in modo un po’ assurdo la sala d’attesa viene chiusa intorno alle nove, nove e mezza di sera, e la cosa più assurda è che comunque rimane la luce accesa e il riscaldamento accesso al massimo, a palla, per cui tu da fuori, al freddo e al gelo, puoi osservare la luce ed il calore di questa sala vuota.
Intorno alle undici e mezza viene aperta una sala, sempre dentro la stazione di Bardonecchia, che da poche settimane viene gestita da questa ONG che si chiama Rainbow for Africa, che lì ha un punto d’appoggio per la notte con, credo, dieci o quindici posti letto, come appoggio momentaneo. In una stanza vicina invece hanno un punto di primo soccorso. Il problema è che tra il momento in cui viene chiusa la sala d’attesa e quello in cui poi viene aperta la questa sala dell’ONG le persone sono fuori al freddo. Questa saletta viene di nuovo chiusa alle cinque del mattino e le persone finiscono di nuovo per strada.

AM: E la sala d’attesa riapre?

L: Riapre penso alle 6, le 7 del mattino, ci sono sempre delle ore non coperte, di fatto.

AM: Un paio d’ore alla sera e un paio d’ore al mattino…

L: Esatto. Poi comunque ci sono parecchi minorenni non accompagnati.
Sulle nazionalità, la situazione rispetto ai documenti, quanto tempo queste persone hanno trascorso in Italia proverò a capire un po’ meglio perché il tempo che sono stato là non è stato sufficiente per capire. Però, per esempio, ho fatto quest’intervista a un ragazzo del Senegal che si chiama Mamadou. Lui è in Italia dal 2015, la motivazione che lo spingeva a rischiare la vita sulle Alpi, dopo il deserto, dopo il mare, era proprio il fatto che in Italia non ha nessuna prospettiva, nessuna possibilità di lavorare. Non ha una casa, lui è per strada, zero soldi, e questo naturalmente lo spinge a dire: “Io voglio andare in Francia e poi dalla Francia voglio provare ad andare in Belgio”.

AM: Lui è in Italia dal 2015, ma inizialmente pensava di fermarsi o già da subito voleva andare in Francia?

L: Lui in realtà ha detto che se avesse una situazione più stabile in Italia, se avesse un lavoro, una casa naturalmente, lui si fermerebbe anche in Italia. Mi sembrava che proprio la mancanza di possibilità, di prospettive lo spingesse a dire “Io qua non ci voglio stare, voglio continuare il mio viaggio, andare in Francia” e poi provare anche altre strade. Penso sia una situazione abbastanza generalizzata.
In realtà ad esempio i ragazzi del Gambia erano in Italia da tre mesi, da molto meno. Mamadou invece aveva girato parecchio, era stato in Sardegna, poi a Napoli, insomma aveva girato diversi centri d’accoglienza, ma il problema è che, nell’intervista lo diceva chiaramente, si viene sempre rimandati indietro. La situazione ai confini in Europa è sempre la stessa, una situazione repressiva, la polizia continua a respingerli. Lui molto genuinamente [un po’ ingenuamente] diceva “Se aprite le frontiere, c’è libertà di movimento possiamo spostarci liberamente e questi problemi non si creano”.

AM: Questo in stazione. Poi invece siete andati anche su fino al colle.

L: Si, diciamo che la stessa sera questo gruppetto di quattro ragazzi magrebini e lo stesso Mamadou, appena è stata chiusa la sala d’attesa, dopo qualche minuto fuori, hanno preso, hanno salutato e sono ripartiti per provare il passaggio.
Ci tengo a far notare, perché è importante per dare un quadro della situazione, che indumenti e attrezzatura hanno per fare questo passaggio, che comunque è un passaggio alpino, impegnativo, difficile, rischioso. Questi ragazzi magrebini avevano tutti delle sneaker, delle semplici scarpe da ginnastica. Mi ricordo questo ragazzo che prima di mettersi le scarpe si è messo due sacchetti di plastica, due borse della spesa ai piedi.

L’attrezzatura per camminare su 2 metri di neve

AM: Quindi qualche buon consiglio qualcuno gliel’ha dato.

L: Certo, il supporto dei solidali, per quanto può essere molto semplice in questo momento, ritengo che sia assolutamente fondamentale. Comunque noi siamo arrivati in stazione e abbiamo portato degli scarponi, dei calzettoni di lana, degli indumenti pesanti e le persone ne hanno fatto subito uso visto che molte volte si arriva con delle scarpe di tela. Un ragazzo anche lui molto giovane, probabilmente minorenne, non aveva addirittura le calze. E questo poi va a provocare anche delle situazioni di congelamento, di ipotermia, nel peggiore dei casi di perdita di dita delle mani o dei piedi.
Comunque, a un certo punto in macchina siamo partiti per cercare di raggiungere questi ragazzi e accompagnarli per un pezzo di strada. Li abbiamo trovati fermi in compagnia di un’ambulanza della Croce Rossa di Susa che di fatto fa questo servizio, fa più volte la strada e dà del tè caldo, qualche biscotto, e naturalmente cerca di convincere le persone a non passare, o quantomeno a renderli consapevoli del pericolo, ma mi sono sembrati anche molto consapevoli che le persone sono ben decise, ben determinate a provare. Poi abbiamo incontrato questi tre ragazzi che abbiamo riportato in stazione e quindi ci siamo dati appuntamento al mattino dopo per provare l’ascesa al Colle della Scala. Siamo partiti verso le 7.30 del mattino. La strada naturalmente è una strada chiusa d’inverno, ha un dislivello di più di 500m (in realtà circa 400, ndr), circa 12 km di strada tra salita e discesa e il livello di neve in media è sui due metri.

AM: Ecco, lì in estate passare sarebbe facile se non ci fosse la frontiera, la strada, per quanto male in arnese, è persino asfaltata, se non ricordo male.

L: Assolutamente sì.

AM: Però appunto ci sono i problemi della neve e della frontiera, perché c’è ancora un posto di polizia a valle della salita. È attivo in questa stagione o no?

L: Non l’abbiamo visto attivo nessuno dei due giorni. In realtà anche dai racconti dei diversi solidali che mi hanno accompagnato, che mi hanno raccontato un po’ com’era la situazione anche nelle settimane precedenti, di fatto è possibile trovare la Gendarmerie poco prima dell’imbocco delle due gallerie – che poi portano a Névache, che è anche il luogo dove quest’estate sono caduti i due ragazzi perché inseguiti dalla polizia francese, si sono praticamente gettati in un precipizio – oppure poco più avanti dove si scollina il Colle della Scala, che poi si va verso Névache. Là, più e più volte, c’era la Gendarmerie. Quando siamo passati noi – ed è bene precisare che noi abbiamo fatto più o meno metà della strada, siamo arrivati appunto dove c’è il cartello del Colle della Scala, dove poi si scende verso Névache e poi ancora verso Briançon – per fare quella strada ci abbiamo messo più o meno due ore e a un certo punto abbiamo incontrato praticamente abbandonata a se stessa una motoslitta della polizia francese. Sappiamo che la sera prima non c’era, quindi può essere che nella nottata quando c’è stato il passaggio dei ragazzi sia accaduto qualcosa, ma questo non siamo riusciti bene a capirlo. Però come dicevi tu “l’estetica del confine”, rispetto ad altri confini è molto diversa. Io ho visto per esempio quello turco-siriano, quello lo vedi di confine: ci sono il filo spinato, le torrette, i militari, i carri armati, qua in realtà non c’è quasi nulla a demarcarlo se non una grossa pietra a lato della strada con da un lato scritta la I e dall’altro la F, quello è il confine e la incontri quasi subito, quando inizi la salita verso il Colle della Scala…

AM: Appena esci da Bardonecchia.

L: Però il problema è dopo, è a Névache oppure può essere anche a Briançon stessa, perché i respingimenti, perché di quello si parla, avvengono anche quando sei già in paese, in città. Il primo tratto del Colle della Scala negli ultimi giorni è stato battuto coi gatti delle nevi per cui è, tra virgolette, abbastanza sicuro, è percorribile. A un certo punto invece la neve è molto alta, c’è solo uno stretto passaggio, di neanche un metro dove a furia di passare i migranti, a furia di passare anche il soccorso alpino, la neve è un po’ battuta. Questa striscia dove si riesce più o meno a camminare, però è molto pericolosa, perché in questo periodo la neve si è consolidata, si è un po’ ghiacciata, per cui è più scivolosa. Se passi più in là, se sbagli a mettere il piede magari sprofondi fin sopra la coscia, e ci sono dei tratti molto pericolosi. Da un lato vedi piccole valanghe che si son staccate e dall’altro il precipizio. Basta che giri la testa, o perdi un attimo l’equilibrio, magari metti male il piede…

AM: Diciamo che se sei in condizioni normali non è un problema, però se vai su col freddo, queste persone mangeranno come riescono, non sono in ottime condizioni, è facile sbagliare.

L: Sì, anche perché la situazione è di per se molto pericolosa, la montagna naturalmente va rispettata, e ha il suo clima che è naturale… diciamo che la salita è dispendiosa, si suda molto, se non sei vestito in modo adeguato, e per la quasi totalità dei migranti di fatto è così, ti si congela il sudore addosso. Dopo aver scollinato e sudi un po’ meno ci vuole poco che vai in ipotermia. È molto pericoloso, infatti ci sono state già situazioni di ragazzi soccorsi per principio di congelamento. C’è questo ragazzo che è stato di fatto arrestato dalla Gendarmerie, è stato portato prima alla caserma di Bardonecchia, solo dopo all’ospedale di Susa. Chi l’ha visitato dice che aveva due piedi enormi e gonfi perché quasi congelati, poi per fortuna nei giorni successivi sono riusciti a estrargli del liquido e quindi a salvarglieli, non dovrebbe perderli anche se sicuramente potrebbe avere dei problemi in futuro. La cosa più assurda in questa situazione è che ha ricevuto in ospedale il decreto di espulsione dall’Italia, dal territorio nazionale, il cosiddetto foglio di via, che doveva essere espletato entro 7 giorni, peccato che avesse un ricovero di almeno 10 giorni all’ospedale di Susa dove ancora si trova.
Comunque, i rischi sono molto elevati, si tratta di un passaggio in montagna e il freddo la gioca da padrone, quando sono salito io non nevicava, le temperature erano un po’ più alte, sopra allo zero, però già in questi giorni ha nevicato, domani (il 29 dicembre, ndr) potrebbe nevicare di nuovo, la notte le temperature di base vanno dieci gradi sotto zero.

AM: Il Colle della Scala è a 1700 m slm, già a Bardonecchia parti quasi da 1400 m slm…

L: Esatto. Naturalmente più si sale più le condizioni climatiche sono avverse.
C’è da dire che per quanto riguarda la parte di attivismo, di solidarietà, non ho ancora incontrato i francesi, spero di andarci prossimamente. Da quanto mi è stato raccontato c’è molta attività anche dal lato francese, dalla solidarietà della cosiddetta società civile, dove magari ci sono pezzi un po’ più legalitari, ma che comunque stanno portando un grande supporto, a pezzi più di movimento che spesso magari provano anche a battersi i sentieri in diversi orari del giorno e della notte per trovare le persone prima della polizia, provare a nasconderle per un po’ e poi a farle uscire dalla regione.
La quantità dei passaggi varia molto da giorno a giorno. Il giorno prima che salissi c’erano venti persone, il giorno che ci sono stato ce n’erano una decina, il giorno che abbiamo fatto il Colle della Scala abbiamo incontrato solo una persona che però non siamo riusciti a raggiungere perché comunque vanno abbastanza velocemente. La cosa che mi ha colpito è che era solo, era completamente solo. In molti preferiscono giustamente farla in gruppi da tre, quattro, dieci persone, che comunque, se succede qualcosa, è sicuramente meglio stare in compagnia. Invece questo ragazzo era solo, saliva con le sue scarpette e i suoi jeans sulla montagna…

AM: Di giorno…

L: Di giorno. Noi abbiamo iniziato che albeggiava, il sole si è levato poco dopo, il giorno prima io non ho fatto il colle però so che Stefano Bertolino, che è un altro reporter freelance, ha fatto tutta la camminata fino a Névache, a Briançon, e ritorno a piedi – e son quelle cose che non si vedono nei video ma ci sono – e se l’è fatta con un gruppo più o meno di una decina di migranti, di giorno, assolutamente di giorno. C’è anche chi prova di notte che chiaramente è più rischioso sia per le condizioni del sentiero che per le condizioni climatiche.

AM: D’altra parte di giorno ci sono più probabilità che ci sia la Gendarmerie.

L: Immagino di sì. Dal racconto mi è sembrato di capire che sia piuttosto casuale, e che se vogliamo provare a dare una percentuale, quelli che riescono a passare sono più o meno il 20-30% delle persone. Su dieci ne passano tre e sette vengono arrestate e rimandate in Italia. Sicuramente è una statistica da prendere con beneficio di inventario, però serve per provare a capire anche più o meno quale può essere il flusso.

AM: Forse non hai avuto il tempo di parlarci abbastanza, ma secondo te, tra quelli che passano e quelli che arrivano c’è scambio di informazioni? Riescono più o meno a farsi un’idea di cos’è stato di quelli che sono passati prima?

L: Questo non lo so. Penso che sicuramente ci sia uno scambio di informazioni rispetto al luogo, rispetto a come arrivarci. Ad esempio abbiamo trovato un bigliettino con un foglietto a quadretti, scritto a penna, con su scritto «Bussoleno à Susa à Bardonecchia», le fermate del treno, perché la maggior parte arrivano in treno dalla stazione di Torino. È molto particolare come cosa, perché, ad esempio, sul sentiero davvero a un certo punto incontri indumenti, camicie, magliette, scarpe, bottigliette di plastica d’acqua…. man mano che proseguono i migranti si lasciano dietro delle cose, e c’era questa busta, questo sacchettino di plastica di un negozio, con scritto «Ventimiglia». Insomma, questo secondo me è abbastanza simbolico, spiega bene il giro che fanno le persone nel provare a passare il confine. Sappiamo che Ventimiglia è totalmente blindata, sappiamo che Como è totalmente blindata, sappiamo che il Brennero è totalmente blindato, che son morti due ragazzi nel giro di poco, qualche giorno fa. E quindi forse questa strada qua in questo momento, per chi riesce è, tra virgolette, la prima scelta rispetto al tentativo di passare il confine. Questo sicuramente fa capire meglio che tipo di informazioni arrivano alle persone. L’impressione è che non tutti sappiano bene a che cosa vanno incontro, anche perché a volte arrivano in un posto dove c’è la neve ed è la prima volta in assoluto che la vedono e che ci si confrontano anche. È difficile naturalmente creare anche dei minimi legami, è solo un posto di passaggio, la mattina dopo le persone in stazione erano diverse da quelle della sera.

AM: Mi vengono un sacco di domande e rischio di perdermele, però, questa qui del passaggio di informazioni l’avevo pensata più al contrario e cioè, non tanto se chi parte sa cosa l’aspetta ma, se qualcuno resta a metà della traversata c’è possibilità che chi è in stazione o che è lì, lo venga a sapere?

L: Eh, questo… credo al momento no, ma non sono sicuro, voglio salire nei prossimi giorni proprio per capire meglio determinati meccanismi. Io credo di no, perché comunque molte volte non hanno cellulari, molte volte non si riescono a stringere rapporti, cioè un minimo di fiducia. Perché appunto magari le persone sono solo di passaggio e di fatto poi non si riesce a capire né se sono riusciti a passare, né se sono stati fermati dalla polizia, e né se sono sopravvissuti alla traversata, nel senso che la certezza naturalmente non la si ha. Credo che sia un po’ nei progetti, nelle idee delle persone che stanno portando supporto e solidarietà su entrambi i versanti, quello di creare dei meccanismi anche di “sicurezza” rispetto alla salita della montagna. Ad esempio fare delle sorte di punti base anche lungo il sentiero, dove ci si può un attimo fermare, prendere fiato due minuti, dove magari appunto c’è del cibo, c’è dell’acqua, c’è qualcosa insomma. Però questi sono meccanismi che secondo me si devono ancora innescare, nel senso che non sono ancora presenti. Dal lato francese so appunto che, è stato anche documentato in diversi servizi, ci sono un po’ di persone che comunque i sentieri se li battono, di giorno e di notte, anche dal lato italiano l’abbiamo fatto. Ci siamo battuti il sentiero, il giorno prima è stata fatta la stessa cosa, sono stati trovati, appunto, il bigliettino che ti dicevo e altre situazioni… quello che si riesce a capire più o meno è se le persone sono state fermate perché poi a volte te li vedi ritornare in stazione.
Aggiungo una cosa sul viaggio stazione-stazione, pensiamo che partano perlopiù dalla stazione di Torino – mi è stato detto, cosa da verificare – e che pare ci sia già un minimo di sistema repressivo anche a Porta Nuova. Sul binario dei regionali che vanno a Bardonecchia c’è un presidio fisso di Alpini e di Polizia che controlla i documenti, che insomma non fa quasi salire le persone sul treno, quindi sarà anche da capire se poi a un certo punto si sposterà. Per quello che ho visto a Bardonecchia, a livello repressivo, non c’era una forte presenza di polizia, anche perché naturalmente la polizia italiana in tutto ciò ha buon gioco ed è “ma sì, lasciamoli andare dall’altra parte”.

AM: Per quello che hai capito, in che percentuale, diciamo, erano persone che sono già irregolari in Italia e in quanti erano persone che in Italia, quantomeno hanno il diritto di starci, anche nelle pessime condizioni che sappiamo?

L: Eh… non ho dati precisi, sicuramente questa è una delle cose importanti da capire, c’è stato tra l’altro anche un incontro con Gianluca Vitale, con l’avvocato a Bussoleno, proprio per fare un minimo di formazione legale rispetto a questo.
Alla fine io ho parlato con due o tre persone quella sera, un campione insignificante: loro di fatto i documenti per stare in Italia ce li avevano. I minori non accompagnati non dovrebbero manco trovarsi lì, da soli in quella situazione. Quindi, naturalmente, nel meccanismo c’è più di qualcosa che non funziona. Per i tre ragazzi del Gambia che erano in Italia da tre mesi, l’impressione che posso avere io, è che in quel caso là l’Italia è solo un punto di passaggio. C’è già la volontà di andare oltre, di provare, magari hai già gli amici, hai già i parenti, hai famiglia nel resto d’Europa e allora provi questo passaggio ma poi di fatto sei bloccato, rimani bloccato qui. Però questo è uno dei pezzi che vorrò, che voglio capire un po’ di più.

AM: Hai detto che non sei riuscito ancora a sapere molto di com’è l’organizzazione dall’altra parte, (in Francia ndr) dove tra l’altro il problema è peggio perché per chi li aiuta commette proprio un reato.

L: Assolutamente.

AM: Allora, quando arrivano lì – faccio un riassunto – quando arrivano a Névache, sono in fondo a una valle dove non ci sono… c’è forse un bus-navetta, ma tipo uno al giorno…

L: Névache immaginiamocelo due case e tanti campi, cioè, non è un paese…

AM: Da lì devono farsi una quindicina di chilometri per arrivare a Briançon dove c’è una ferrovia, ed è una città di un quindicimila abitanti, quindi di una certa dimensione, però appunto è un tappo nella valle quindi è anche un posto dove sicuramente si concentrano tantissimo i gendarmi. Sai se di là riescono a organizzare qualcosa per aiutarli, oltre proprio al sopravvivere una volta che sono arrivati, a passare le prime due notti e a rimettersi un po’ in piedi, a fargli fare un primo pezzetto di strada?

L: Penso di sì ma non so…

AM: …neanche quelli della rete italiana hanno ancora tanto contatto…

L: … no, sicuramente questo pezzo non è stato ancora fatto anche perché abbiamo visto che comunque la criminalizzazione della solidarietà sugli altri confini, a Ventimiglia piuttosto che in Val Roya, è comunque pesante. Magari sei sul Colle della Scala che li accompagni e magari hai cinquanta euro di più nel portafoglio e passi per un passeur, per dirne una. Che poi naturalmente lo sanno tutti che non lo sei. Però mi sembra che questo pezzo è, tra virgolette, un po’ più organizzato dalla parte francese; dalla parte italiana quello che si sta provando soprattutto a fare è rendere il viaggio meno pericoloso possibile, più sicuro possibile, provare a dare supporto pratico alle persone, magari dare anche degli strumenti legali, perché potrebbero essere comunque utili e importanti.

AM: Almeno per quelli che hanno un titolo per stare in Italia, ti sembra che proprio loro non accetterebbero non di non andare in Francia, ma di aspettare che magari sia sciolta la neve, quei tre-quattro mesi per poter fare un tragitto non dico sicuro ma meno rischioso?

L: Sì, proprio questo è venuto fuori anche nell’intervista, nella chiacchierata. È venuta fuori forte questa cosa, nel senso che alla fine mi è sembrato di capire che le condizioni che vivono in Italia sono pessime, appunto. Mamadou mi diceva «io non ho lavoro, non ho soldi, non ho una casa, vivo per strada, ho solo questi vestiti che mi vedi addosso», quindi mi diceva «io non ho niente da perdere», naturalmente, cioè, «e mi hanno rimandato qua stamattina» e la sera è ripartito; dice «io non ho niente da perdere, perché questa non è vita, perché ho rischiato tanto per arrivare in Europa, non mi aspettavo – una volta arrivato in Europa – di dover rischiare ancora la vita per passare i confini». E mi sembra che questo sia un po’ un sentimento generalizzato: «no, in Italia non solo non ho prospettive, il presente è così pessimo che mi spinge ora e subito a provare a passare il confine».

AM: Che anche solo tre mesi sono troppi?

L: Probabilmente sì. Poi, come dicevo, sono tutti ragazzi molto giovani e che quindi hanno anche “fame”, hanno voglia, ci credono, ci sperano ancora probabilmente in un futuro non dico migliore, ma quantomeno diverso. E quindi sono pronti a mettere in ballo tutto, tutto quello che hanno, anche la loro vita per passare ‘sto maledetto confine e provare qualcosa di diverso, trovare qualcosa di diverso dall’altra parte.

La neve sul percorso che porta da Bardonecchia al Colle della Scala

AM: Dal punto di vista degli aiuti qui in Italia, hai detto, la Croce Rossa di Susa cerca di fare quel minimo di primo soccorso e anche di cercare di convincerli a non rischiare troppo lì. Questa Rainbow for Africa che gestisce questa saletta…

L: Questa saletta sì, è un piccolo presidio di pronto soccorso…

AM: Un primo presidio di pronto soccorso sì, al di là del fatto che, ovviamente, se gli hanno dato i posti in affidamento è perché s’è impegnata a rispettare alcuni paletti legalitari che quindi la limitano molto ma… come, come li vedi?

L: Guarda, ho avuto poco a che farci anche perché la sera che poi sono tornato… allora, intanto sempre sulla Croce Rossa, questo pezzo è importante perché ci sono tutte delle assurdità burocratiche naturalmente, anche nel supporto portato dalle organizzazioni istituzionali, se così vogliamo definirle. Croce Rossa, ambulanza, tre ragazzi del Gambia in mezzo alla neve al freddo che vogliono tornare in stazione: «li porto io» gli ho detto, al che mi sono reso conto che in realtà non ci stavamo tutti in macchina, perché ho una macchina piccola e non ci stavamo, al che ho detto «portateli voi perché…», loro m’han detto «NOI non possiamo CARICARLI in ambulanza, cioè, se lo facciamo ci fanno il culo, possiamo caricarli solo in una situazione di estrema emergenza». Ho detto «va bene, ma se non siamo in una situazione di emergenza, davanti a dei ragazzi di quindici-sedici anni al freddo, infreddoliti, non so cosa può esserlo». Più o meno una situazione simile poi al rientro, quando siamo arrivati in stazione dove li abbiamo portati: c’erano due rappresentanti dell’ONG, però tutte le persone erano ancora accampate, di fatto, nel sottopassaggio della stazione, al che qualcuno gli ha detto «ma perché non aprite la saletta? La aprite un po’ prima, ma siete qua apritela». «No, noi la apriamo alle 23.30 perché dobbiamo stare negli orari che ci hanno dato», si creano queste situazioni. Però da quello che mi dicevano i solidali, nonostante tutto è una presenza utile e necessaria, se non ci fosse questa saletta le persone passerebbero la notte… [1]

AM: Dovrebbero farsi tutta la notte…

L: …tutta la notte fuori, perché magari fino alle undici/undici e mezza stanno al bar della stazione che rimane aperto fino a quell’ora e stanno più o meno al caldo, però poi dopo dovrebbero rimanere tutta la notte fuori e quindi comunque è fondamentale in questo momento. Naturalmente con tutti i limiti che ti dicevo.

AM: Sì, da un certo punto di vista capisci anche forse il loro ehm… la loro pignoleria sull’orario di apertura, perché magari hanno paura che se la aprono alle undici e un quarto per tre sere di fila alla quarta non gliela fanno più aprire, poi dopo…

L: Sì, sì chiaro che c’è sempre questa situazione di ricatto e questa situazione di ricatto più palese del dire: può essere da un momento all’altro che magari il livello si alza e chiudono anche questo piccolo presidio importante, e quindi dice “facciamo così”, la Croce Rossa dice “facciamo così” e Rainbow for Africa dice “facciamo così”.

AM: Sì, tra l’altro l’alta Val di Susa non è la bassa Valle cioè…

L: No.

AM: …alle elezioni sono posti dove o vince la Lega o vince Forza Italia.

L: Sì, la solidarietà adesso sta arrivando dalla Val di Susa che conosciamo noi, che conoscono bene tutti e là su Bardonecchia per quel poco tempo che ci sono stato, diciamo che non ho visto situazioni di intolleranza verso quella situazione, almeno ad oggi, anche perché comunque è una situazione dove le stesse persone provano a essere più invisibili possibile, non so come dire. Ehm, quando, dopo un po’ che siamo arrivati, sono arrivati altri due ragazzi a portare delle buste con scarpe, con calze, con indumenti di lana, quindi, in un certo senso, penso che anche gli abitanti di Bardonecchia un minimo siano colpiti da questa situazione; proprio perché conoscono la montagna. Ma non è una situazione generalizzata, per cui, ad oggi, non c’è un livello di solidarietà davvero così importante da dirti che si arriva a protestare contro la chiusura di quel confine, no, non c’è questo livello. Siamo ad un livello quasi di indifferenza mi verrebbe da dire. Poi figurati, il sabato, il giorno dopo era il 23, e quindi poco prima di Natale, Bardonecchia era piena di turisti, quindi insomma questo contrasto forte anche, se vogliamo.

AM: Invece la rete informale Briser les Frontières come… cosa riesce a fare adesso, come si organizza?

L: Rete nata da poco dalla necessità di essere presenti e soprattutto non rimanere indifferenti e complici rispetto a questa situazione che è una situazione drammatica. Una rete formata davvero da una moltitudine di soggettività, di soggetti e… appunto, naturalmente, la presenza No TAV è molto forte, ma ci sono anche compagni e compagne di Torino, c’è anche la cosiddetta società civile, magari persone meno impegnate nella militanza, ma che su questa situazione qua, appunto, magari arrivano ai punti di raccolta, portano qualcosa da vestire piuttosto che qualcosa da mangiare. È una rete neonata che a me, l’impressione che ha dato, è comunque di una presenza costante, che non è una cosa scontata perché vuol dire ogni giorno andare lì a Bardonecchia, salire, scendere, magari passare la notte. Mi dà anche l’impressione come di qualcosa che è importante in Valle. Ho incontrato persone “prese bene” di fare questa cosa, di essere lì presenti, di provare a rompere questo meccanismo, di provare a essere di supporto magari con la frustrazione di dire: cazzo, quello che riusciamo a fare è davvero una goccia nell’oceano, non è abbastanza, dobbiamo fare di più, ma, appunto, c’è questa forte volontà di essere presenti a iniziative come quella del 7 gennaio e altri tipi di iniziative. Insomma, credo che questa rete di solidarietà quello che vuole fare è anche quello di andare ad aumentare il proprio raggio d’azione, i propri obiettivi, la propria presenza lì, su quel confine e nelle vicinanze. È qualcosa che è nato da poco e sta facendo i primi passi adesso ma, appunto, anche semplici gesti come andare a un punto di raccolta – e ce ne sono diversi –, portare un paio di scarponi, portare una tuta da sci piuttosto che altro, sicuramente sono cose alla fine che vanno a influire molto su quelle che sono poi le condizioni in cui le persone attraversano, tentano, il passaggio del confine. Quindi partire sicuramente da questo e poi provare, secondo me e anche secondo le persone che ci stanno da più tempo e ci stanno lavorando di più, a migliorare sempre di più in termini di supporto solidale, ma in anche creare dei punti di appoggio sulla strada, essere presenti, e provare un po’ a mettere un minimo in dubbio ‘sto meccanismo del confine che però come sappiamo è un meccanismo che funziona… è una macchina, un mostro che funziona benissimo.

AM: E si sta rafforzando sempre di più…

L: Assolutamente, infatti credo che poi la situazione… non lo so, questa è una mia previsione, quindi vale per quello che vale, però penso che nei prossimi tempi potrebbero anche cambiare un po’ di cose perché comunque l’afflusso è costante, alcuni parlavano di un passaggio di circa 1500 persone che non sono poche negli ultimi mesi. Quindi potrebbe essere che la situazione a livello repressivo anche dal lato italiano, visto che dal lato francese è già ampiamente presente, a un certo punto si palesi. In via ufficiosa le stesse forze dell’ordine ammettono di non volersi adoperare troppo, anche perché c’è stato l’intervento del prefetto di Torino per quanto riguarda la questione della chiusura delle stazioni.

AM: Beh, diciamo che tendenzialmente anche all’interno della Polizia e dei Carabinieri chi viene assegnato a zone più periferiche è comunque qualcuno un po’ più tranquillo, un po’ meno desideroso di andare a fare il celerino in piazza e che magari preferisce anche, brutalmente, starsene un’ora in più a casa sua al calduccio…

L: Certo…

AM: … piuttosto che andare fuori a dare la caccia a qualcuno…

L: Sì, sì…

AM: Magari non per bontà ma alla fine è sempre un bene…

L: Sì, e ci aggiungerei il fatto che siamo in un posto che comunque è un posto turistico, che siamo in una stagione che comunque è un’alta stagione turistica e forse, mi viene da pensare, non c’è la volontà in questo momento di creare una situazione di un certo tipo proprio a Bardonecchia. Anche perché il problema per adesso è dal lato francese, è dei francesi, diciamo così. Poi naturalmente in realtà non è così, perché è assolutamente un nostro problema.

AM: L’ultima cosa chiaramente per chi è in zona, per chi può andare a far qualcosa, la cosa da fare è andare. C’è qualcosa che può fare anche chi abita da altre parti?

L: È bene rimanere informati su quello che accade e magari l’informazione non ti arriva da media mainstream e te la devi andare un po’ a cercare. Secondo me intanto seguire le pagine Facebook di Briser les Frontières, di Tous Migrants, provare a rimanere aggiornati, provare a denunciare quanto accade e poi non lo so… a me verrebbe da dire che comunque è tutto un grande confine, è tutto estremamente collegato, cioè il Brennero, Como, Ventimiglia, il Colle della Scala; sono tutte collegate le situazioni che si vanno a creare e che si vanno a vivere. Sarebbe davvero interessante provare a costruire una rete solidale che vada oltre i confini delle varie città e dei vari posti, e quindi collegare questi confini, queste frontiere perché poi le situazioni che si vanno a vivere le persone che poi provano a passarli sono più o meno simili. Al Colle della Scala rischi con due-tre metri di neve e -10°/-15°; rischi in val Roya, a Ventimiglia rischi che magari ti fai i binari del treno e vieni investito come è successo tante volte; al Brennero provi a infilarti sotto un TIR o sul tetto di un treno e rimani folgorato: è tutto estremamente collegato, provare a costruire una rete no borders che davvero si dia anche degli appuntamenti comuni, delle azioni comuni… certo è molto complicato, è molto difficile anche perché, anche rispetto a Briser les Frontières, il presupposto principale è tutelare tutte le persone, tutelare i migranti che naturalmente provano a fare questo passaggio e quindi quello è l’obiettivo principale: tutelarli e non solo nel senso pratico, non solo nel senso appunto di portargli gli scarponi, ma tutelarli anche da quelle che possono essere le diverse attenzioni sgradite.
Quindi sì, io credo che intanto è importante provare a rimanere informati e denunciare quello che succede perché comunque è ancora una questione che non è pubblica e non è tanto raccontata; dopodiché naturalmente quello che fa sempre la differenza è la mobilitazione, la lotta, è quello che va a influire, oltre al fatto, a chi sta a Torino e dintorni, di contribuire andando nei punti di raccolta e aiutando. Ad esempio abbiamo visto quando eravamo su, anche solo, magari uno non ci pensa: UNO ZAINO capito, qualcosa che è utile perché molti magari non ce l’hanno e magari se hanno uno zaino si riescono a portare un cambio e quando ti fai il Colle della Scala arrivi là che sei sudato ti puoi cambiare e metterti qualcosa di asciutto e magari non vai in ipotermia. Sono davvero delle piccole cose, delle cazzatine sembrano, però possono fare davvero la differenza. Per ora direi questo, poi naturalmente sarà anche da vedere come evolve la situazione.

Tutte le fotografie sono di Luigi d’Alife, che ringraziamo.