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Da opificio autogestito a spazio mutualistico. Talking Hands si racconta

Il fallimento del sistema di accoglienza lascia in strada a Treviso e in tutta Italia migliaia di persone

12 gennaio 2018

Talking Hands è un progetto a cui teniamo molto. Nato nel 2016 all’interno del Centro sociale Django con l’idea di offrire un luogo di arte, socialità e creatività a ragazzi che in gran parte vivevano confinati nei centri d’accoglienza straordinaria di Treviso, oggi si confronta con il fatto che la metà delle persone attive nel progetto è fuori dal sistema di accoglienza.
Si è perciò imposta la necessità di un cambiamento, un’evoluzione accompagnata dall’enorme solidarietà che si è stretta attorno ai ragazzi.
Le crudeli e per molti aspetti fallimentari regole del sistema dell’accoglienza producono come effetto l’emarginazione di migliaia di persone che si trovano già da tempo nei nostri territori; ad un certo punto della loro vita si trovano messi alla porta con i loro pochi bagagli, costretti a vivere in strada, nuovamente invisibili. Una buona parte esce dai progetti d’accoglienza con i documenti ma senza forme di inclusione sociale, molti altri, invece, si ritrovano da un momento all’altro anche senza un permesso di soggiorno.
Per i sans papiers l’unica soluzione possibile per uscire da questa drammatica situazione è una sanatoria generalizzata: chi si trova già nel nostro paese deve avere il diritto di poter emergere dall’invisibilità.

Fabrizio Urettini del progetto Talking Hands ci racconta gli ultimi avvenimenti e la svolta mutualistica del progetto. I bellissimi ritratti inseriti nel testo fanno parte della campagna "We are people here" contro il Daspo Urbano.

Contro il Daspo Urbano. We are people here. (Ph. Commesso Fotografo - Francesco De Luca)


D: Fabrizio ci racconti cosa succede a Treviso? In un post del 20 gennaio, di ritorno dalla manifestazione nazionale Fight/Right - del 16 dicembre a Roma avete scritto di una nuova fase del progetto Talking Hand perché le condizioni di vita di alcuni ragazzi sono drammaticamente cambiate...

Fabrizio: Si tratta dell’ennesima tragedia annunciata, dalla scorsa estate ci siamo resi conto che il numero dei ragazzi fuori dal programma di protezione era in aumento, vuoi per lo scadere dei termini previsti dall’attuale legislazione in materia di diritto d’asilo, vuoi per l’ottenimento dello status di rifugiato o della protezione umanitaria, era certo che di lì a breve in città ci sarebbe stata una nuova popolazione composta da almeno un centinaio di giovanissimi senza fissa dimora.

Già nel mese di luglio i ragazzi che si erano rivolti allo sportello dei servizi sociali del Comune di Treviso erano all’incirca un centinaio, certamente altrettanti loro compagni di viaggio erano all’oscuro dell’esistenza del servizio comunale, che attraverso una semplice registrazione anagrafica consente di entrare nelle liste d’attesa per accedere al dormitorio Comunale che di fatto lavora in rete con altre realtà cittadine tra cui l’ostello gestito dalla Caritas.

Il problema principale è che la Prefettura di Treviso revoca l’accoglienza subito dopo la comunicazione del rigetto del ricorso di primo grado. Dinnanzi al rigetto la Prefettura procede, immediatamente ad ordinare all’Ente gestore del CAS ospitante l’allontanamento.

Purtroppo questa è una peculiarità del tutto trevigiana dal momento che le altre Prefetture venete (tra le quali Padova, Venezia, Verona) mantengono i ragazzi in accoglienza fino alla pronuncia della sentenza di secondo grado, e ciò in conformità con quanto stabilito dalla normativa in materia di accoglienza che prevede l’estensione di tali misure fino alla definizione del procedimento (pertanto, anche in fase di appello di secondo grado).

Questa situazione comporta, ovviamente, l’uscita, per lo più in strada, di tutta una serie di soggetti regolarmente soggiornanti sul territorio, perché appellanti, che, tuttavia, pur avendo diritto a stare in Italia non hanno un luogo dove stare e nessuno che si prenda cura di loro.

Analogo problema di pone anche per coloro che hanno ottenuto qualche forma di protezione e che escono dall’accoglienza avendo completato l’iter di riconoscimento del proprio status.

Contro il Daspo Urbano. We are people here. (Ph. Commesso Fotografo - Francesco De Luca)


Comune a tutti è poi la difficoltà di accedere al sistema SPRAR, all’interno del quale si rientra previa compilazione di apposita domanda che tuttavia gli assistenti sociali non riescono a portare avanti per tutti per mancanza di risorse sufficienti e di personale che si presti a compilare i moduli (tali difficoltà comportano peraltro che ad essere compilata sia solo la domanda di SPRAR locale, con posti limitati, e non anche quella a livello nazionale che consentirebbe di distribuire e collocare in tale sistema un numero maggiore di richiedenti asilo).

Succede così che ragazzi che per oltre un anno e mezzo hanno vissuto in un habitat impermeabile all’esterno come quello del CAS, senza possedere gli strumenti linguistici e alcun sostegno si ritrova in strada con valigia.

I numeri delle persone che di li a poco si sarebbero ritrovate in strada erano già da tempo disponibili, e non serviva essere una moderna Cassandra per prevedere quello che sarebbe successo di li a breve con l’arrivo dell’inverno.

L’appello è stato ripetuto fino all’esasperazione agli amministratori locali, le uniche persone che sembravano avere una coscienza di quello che stava accadendo erano gli operatori e i volontari che da sempre sono vicini alle istanze degli ultimi.

Contro il Daspo Urbano. We are people here. (Ph. Commesso Fotografo - Francesco De Luca)


Nel corso di questi mesi i ragazzi che autogestiscono le attività dell’opificio hanno continuato a lavorare duramente, abbiamo partecipato ad un tavolo tecnico con il Comune per mettere a norma l’atelier, un vero e proprio cantiere della durata di tre mesi nei quali in auto-costruzione e autofinanziandoci abbiamo messo in opera tutte le indicazioni che ci sono state fornite dagli Enti responsabili.

Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione di professionisti che a titolo volontario si sono resi disponibili per una direzione del cantiere e di verificare che venissero rispettate le normative di legge per poi poter stilare le certificazioni di idoneità. Un incredibile esperimento di auto-costruzione, nel quale sostituendo la manodopera delle imprese e comprando i materiali direttamente dai fornitori edili, senza gli esosi ricarichi che vengono di solito applicati anche sui materiali, consente di mettere a norma dei locali, in questo caso un piccolo atelier di sessanta metri quadri.

Una ricetta, questa, che in rete con l’Associazione di volontariato Caminantes e altre realtà territoriali stiamo mettendo in pratica per dare il via ai lavori di messa a norma e in sicurezza del dormitorio. Una risposta di sicuro insufficiente ma innovativa, che prevede di qui a breve l’inserimento di 5 ragazzi in un progetto di co-housing sociale.

Sono pratiche ampiamente diffuse, nei paesi in via di sviluppo ma anche nel nord Europa, in Canada e negli Stati Uniti.

Contro il Daspo Urbano. We are people here. (Ph. Commesso Fotografo - Francesco De Luca)


A partire dall’inizio dell’inverno la situazione a Talking Hands è mutata, se il progetto era nato con l’intento di attivare un percorso di inclusione sociale attraverso l’attività progettuale e manuale per un’utenza composta principalmente da richiedenti asilo ospitati all’interno dei CAS, ad oggi circa la metà dei ragazzi che vengono in atelier sono degli invisibili.

Se il design e le comunicazioni visive si sono rivelati un potentissimo mezzo espressivo per la promozione di una rinnovata idea di educazione culturale e di condivisione dei saperi e delle abilità ad un certo punto però, nella vita reale, questo non basta più.

La comunità di persone che compongono Talking Hands si trova improvvisamente a vivere due condizioni distinte per quanto ambedue fragili e precarie. I nuovi fattori e le richieste che emergono in assemblea pongono la necessità di rivedere l’organizzazione dell’opificio, gli esclusi dal programma di protezione sono diventati all’interno della comunità gli interpreti di un approccio più politico e di solidarietà condividendo l’urgenza di aprire le porte dello spazio non solo a chi partecipa alle attività laboratoriali ma anche ai tanti ragazzi che incrociano nei ricoveri notturni della città e che durante la giornata non sanno dove andare.

Non è stato possibile con le nostre risorse garantire un pasto quotidiano ad una comunità di circa 35 persone.

Contro il Daspo Urbano. We are people here. (Ph. Commesso Fotografo - Francesco De Luca)

Durante le feste natalizie nasce l’idea di una "call for food" indirizzata alla cittadinanza, alla quale si chiedeva di contribuire anche con una semplice spesa.

Dalla mattina stessa in cui l’appello è stato diffuso nei quotidiani locali e sui social network abbiamo assistito a una vera e propria mobilitazione popolare, un andirivieni di semplici cittadini, coppie, associazioni, gruppi parrocchiali, giovani e famiglie che ci hanno portato la spesa, molti dei quali non avevano mai attraversato il cancello del centro sociale.

E’ stato molto emozionante, toccare con mano il risultato del lavoro incessante che abbiamo fatto sul territorio, sull’aver accettato di stare dentro ai diversi contesti che operano per la promozione di un’accoglienza degna e dal basso, aconfessionali e confessionali, senza pregiudizi di sorte quanto piuttosto affermare la volontà di costruire una solida rete di solidarietà. Tutti coloro che hanno attraversato la sede, hanno avuto la possibilità di visitare l’atelier, le collezioni di artefatti e poi la dispensa, che ora dopo ora si ingrossava sempre di più tanto da rendere necessario il montaggio di una nuova scaffalatura componibile a muro per stoccare i prodotti.

Contro il Daspo Urbano. We are people here. (Ph. Commesso Fotografo - Francesco De Luca)


Stiamo valutando la possibilità di dare continuità alla "Call for Food" con l’obiettivo di garantire il pranzo ai ragazzi che frequentano il centro sociale e perché no, se ci sarà la possibilità, di iniziare a pensare di organizzare con un gruppo di volontari la distribuzione e la consegna a domicilio di pacchi alimentari per altre categorie vulnerabili. Quello che è accaduto rafforza in noi la convinzione della necessità di creare una nuova narrazione del presente, senza questo scatto culturale non saremo abbastanza forti da sconfiggere i professionisti della paura, gli scribacchini e titolisti da quattro soldi che alimentano il sentimento di insicurezza nella popolazione, i decreti d’urgenza che violano i diritti, quelli internazionali ma anche quelli primari e che dovrebbero essere riconosciuti a tutti gli esseri umani.

Oltre una nuova narrazione del presente è importante riuscire a creare una comunità che si opponga alle politiche securitarie, basate sul sospetto e l’indifferenza verso chi soffre e sta peggio di noi, arrivando a ridefinire la geografia delle nostre città con l’attivazione dei Daspo, che creano barriere spaziali e culturali.

L’eco della grande marcia della dignità di Cona, aver partecipato assieme a molte altre realtà del nordest il 16 dicembre alla grande manifestazione meticcia per i diritti senza confini di Roma, e la prossima Marcia per l’Umanità che si terrà il prossimo 3 febbraio a Chioggia, sta contribuendo ad aumentare in senso mutualistico la volontà di lottare per i propri diritti e non solo.

Piazza del Popolo riempita di migranti arrivati da ogni parte d’Italia, dai campi di Rosarno fino agli stabilimenti della filiera della logistica ha arricchito tutti noi, aver attraversato l’Appennino in viaggio, aver incrociato altre persone e realtà provenienti da tutta Italia ha rafforzato l’idea che ci sia la necessità di un cambio di paradigma, l’esigenza dei migranti di essere protagonisti della loro vita e all’interno delle nostre organizzazioni, per riprendere in mano il proprio destino e per dare inizio ad una nuova stagione di lotte per i diritti di tutti e l’uguaglianza sociale.