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Noi siamo la terra

di Antonia Cannito

7 agosto 2018

All’indomani dell’ennesima strage in cui 12 braccianti agricoli africani sono morti nell’impatto frontale tra un Tir e il furgone sul quale viaggiavano (altri quattro lavoratori erano morti sabato scorso poco più a sud in un incidente con le stesse dinamiche) riproponiamo questo pezzo scritto da Antonia Cannito alcuni mesi fa.
Antonia ha scritto la sua tesi di laurea magistrale sul lavoro dignitoso e il caporalato nella provincia di Foggia.
Qui il link agli altri suoi articoli sul tema e qui la tag Caporalato su MeltingPot.
Per mercoledì 8 agosto è stata lanciata una giornata di sciopero dei lavoratori delle campagne e una marcia dei braccianti alle ore 8.00 da Torretta Antonacci "Ex ghetto Rignano" nel comune di San Severo per raggiungere la Prefettura di Foggia.

Nel Tavoliere di Puglia, in quella che è la seconda pianura italiana per estensione, più precisamente, a Borgo Mezzanone, sembra essersi prodotto uno dei sistemi di mediazione più penalizzanti in cui sono inscritti i migranti stagionali, che nasce dalla segregazione spaziale, culturale e politica, dalla vulnerabilità giuridica e dalla mancanza di alternative di vita. Il fenomeno del caporalato fa parte di una vera e propria economia sommersa. Si tratta di un’attività economica alternativa rispetto a quella di tipo legale e statale, che controlla ogni anno decine di migliaia di braccia in tutta Italia, come evidenziato dai rapporti Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto. “Si è fatta base e sistema del mondo agricolo”, come sostiene da tempo la Flai Cgil Puglia. [1]

L’Italia dell’agricoltura è attraversata da una fenomenologia di mediazione illecita tra domanda e offerta di lavoro che opera dentro un nuovo quadro economico, incurante delle conseguenze sociali, fisiche e psicologiche di chi lavora, dai braccianti ai coltivatori diretti. [2] La terra della Capitanata, per secoli terra paludosa, storicamente povera, spesso acquitrinosa e malarica, divenuta successivamente fertile e produttiva grazie soprattutto all’opera di bonifica [3], ha smesso di lottare, ha cominciato a massimizzare i profitti, ha generato sfruttamento, si sporcata di sangue ed è morta.

E con lei siamo morti anche noi che siamo quella terra.

Leggendo diversi articoli e saggi sulla storia del caporalato, mi sono resa conto che quest’ultimo è presente sul nostro territorio da ben 150 anni e almeno dal 1919 è illegale. Si può ben intuire che la nostra è una terra difficile da cambiare, un luogo statico in cui il fenomeno del caporalato ha trovato un radicamento tipico e duraturo.

L’origine del caporalato in Puglia risiede proprio nelle differenze di sviluppo tra le aree agricole della regione: a zone che, in seguito alla riforma fondiaria avviata nel 1950, avevano avviato processi di modernizzazione e coltura intensiva si contrapponevano zone rimaste arretrate, e con elevati tassi di disoccupazione. I braccianti senza lavoro di queste aree divennero fonte di manodopera per quelle più sviluppate, ma ciò non si tradusse in flussi migratori intraregionali, bensì in pendolarismo, organizzato da alcuni lavoratori che, in virtù della loro esperienza e capacità, si assumevano il compito di selezione della manodopera per conto dei proprietari terrieri. Con gli anni il ruolo di tali mediatori divenne sempre più importante, per via delle crescenti difficoltà dei datori di lavoro a assumere autonomamente manodopera; al compito di selezione si affiancò quello del trasporto dei braccianti sul luogo di lavoro, la cosiddetta figura del caporale pullmanista, che corrisponde pressappoco a quella del caporale odierno. [4]

Il caporalato non è un fenomeno che è possibile comprendere solo con categorie quali quelle, spesso utilizzate di “schiavitù”, “tratta” o “organizzazione mafiosa”. E’ necessario analizzare i complessi rapporti tra caporali e braccianti, tra agricoltori e caporali e tra aziende di distribuzione e grande distribuzione, così come la funzione essenziale svolta oggi dal caporalato per molte aziende agricole. Alle spalle dei braccianti, ultimi alla base delle piramide dello sfruttamento, ci sono diversi attori: c’è il caporale, un tempo uomo di rispetto e autoctono, oggi invece caporale etnico, che si serve dei braccianti e si nutre della loro esistenza per guadagnarsi un salario; c’è il piccolo proprietario terriero, l’azienda agricola che si serve dei caporali per reclutare braccianti; ed infine c’è la grande distribuzione, un avvoltoio che, comprimendo al minimo il costo del lavoro, condiziona in maniera determinante la produzione del cibo. Tutti questi attori fanno parte delle filiere agro-alimentare contemporanee. [5]

Nel disegno di legge 199/2016, atto a contrastare il fenomeno del caporalato, si legge che «la regione italiana che si è aggiudicata il primato delle «buone pratiche» nel contrasto al lavoro non regolare, guadagnandosi per questo anche un premio dall’Unione europea, è stata la Puglia che con la sua legge regionale n. 28 del 2006 ha fatto da apripista di un percorso legislativo che arginasse il deprecabile fenomeno dell’intermediazione illegale di manodopera.» Si può bene affermare, invece, che il problema dell’economia sommersa e del caporalato nelle campagne pugliesi sia un fenomeno ancora assai presente e diffuso, che “controlla ogni anno un giro d’affari di alcune decine di miliardi di euro, e dalla sua originaria dimensione locale ha dato vita al cosiddetto processo di «globalizzazione delle campagne», arrivando, con il suo esercito di lavoratori invisibili, a governare gran parte della filiera italiana di raccolta di frutta ed ortaggi”. [6]

Il caporale, in altre parole, è un broker che media tra due sfere sociali separate, imprenditori agricoli e braccianti stranieri. Questa attività di intermediazione, nonostante rappresenti un reato penale, detiene oggi nel Mezzogiorno un monopolio, in quanto esso non viene sfidato né dalla concorrenza delle organizzazioni sindacali o dei centri per l’impiego né viene sovvertito dai braccianti. Una cosa risulta evidente: in un mercato precario e flessibile, controllato dal lavoro nero, scompare la persona, e con essa la sua dignità, diviene merce, esubero, braccia da sfruttare, corpo da affittare, da usare, gettare e, dunque, in tal senso, difendere e creare lavoro, significa liberare la legalità.

Ho tra le mani il libro “Ghetto Italia” di Leo Palmisano quando decido di recarmi al ghetto.

Oggi è San Lorenzo, mi sveglio all’alba. Non ho dormito bene. Ho passato una notte strana, agitata, tra sogni caotici e volti confusi. Ci sono stata davvero? Era tutto vero. L’ho sognato quell’inferno ben organizzato? Forse no.

Le sensazioni che ho provato ieri sono contrastanti e si sono susseguite in maniera troppo veloce, fino alla sera, quando stremata sono tornata a casa.

Quello che ho visto ieri, in un luogo nascosto ma non troppo, lontano ma non troppo, è la cartina tornasole di un mondo che gira al contrario. Un luogo invisibile a noi pugliesi, ormai assuefatti alle periferie del mondo.

Non nascondo che prima di andare in “Pista” ero abbastanza agitata. “Cosa mi aspetto di trovare? Che persone incontrerò? Chi sono io per andare lì?

Andrea passa a prendermi di pomeriggio, un caldissimo pomeriggio d’agosto. Sono un po’ tesa, ho letto tante cose, ho sentito tante voci ma so che essere lì non sarà la stessa cosa. Fortunatamente, la chiacchierata in macchina con Andrea mi rilassa.

Ieri è stato ammazzato uno degli esponenti più importanti della mafia garganica. E insieme a questo, il suo autista con due testimoni innocenti. Commentiamo il tutto con la leggerezza di due ragazzi che non sanno molto ma che cercano di capire come mai questo territorio sia così maledetto. Il paesaggio si appiana, diventa tutto piatto e di color oro. Distese di campi, masserie abbandonate e neanche una macchina intorno a noi. “Qui dimentichi di essere sul Gargano e di avere il mare a due passi..

Passiamo a prendere Dina, insegnante e volontaria della Caritas. Dina mi è piaciuta subito. È una donna gentile, concreta e disponibile. Sembra felice di accompagnarci in questa micro-città. Mentre ci avviciniamo alla pista, chiamata così perchè vera e propria pista di atterraggio militare, al confine con il CARA di Borgo Mezzanone, mi fa: pronta al decollo?

Arriviamo dritti in pista, atterriamo come degli alieni su una navicella spaziale, giunti quaggiù per capire le stranezze di questo mondo. Andrea fa fatica a credere ai suoi occhi. Anche io. Ma lui che era già stato li precedentemente mi dice: “era tutta un’altra cosa”.

Cominciamo la passeggiata in “pista”. Davanti a noi, file di prefabbricati tirati su con materiali di fortuna. Porte, finestre, lamiere, tende, pezzi di legno, striscioni CGIL che recitano: “Egalità e Libertà”. File di baracche abitate per nazionalità: nigeriani, pakistani, “gli arabi”, bengalesi, eccetera.

Il ruolo del caporale odierno non si esaurisce soltanto nel reclutamento di manodopera, che sfugge al rispetto dei diritti del lavoratore o di garanzie in materia di igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, al contrario il suo dominio, verso le “vittime” di questo sistema, perdura e si instaura anche al di fuori del rapporto di lavoro. I caporali mantengono i braccianti in una situazione di grave sfruttamento lavorativo attraverso meccanismi brutali e dispotici che servono per mantenere il controllo su di essi: corresponsione di retribuzioni di gran lunga inferiori ai minimi salariali stabiliti dai contratti collettivi nazionali dal momento che queste vengono dimezzate (la percentuale a volte supera anche il cinquanta per cento) a titolo di compenso del caporale per il “lavoro” effettuato, condizioni abitative drammatiche nei casolari abbandonati e nei ghetti, condizioni igienico-sanitario che sfiorano il disumano e il degrado e violazioni costanti della normativa in materia di lavoro. Cfr [7]

La prima cosa che noto, infatti, è l’assoluta mancanza di igiene e di privacy. Esseri umani stipati in accampamenti senza acqua, senza bagni e tra l’immondizia. “Non c’è nessuno che viene a raccoglierla?” chiedo a Dina. “E chi? Se vengono a raccoglierla è come se legittimassero l’esistenza di questo posto.” “E quindi?” “Quindi si fa finta di niente”.

E i Diritti Umani? Nessuno pare volersene occupare davvero.

La figura del caporale e la sua funzione di mediazione di lavoro sono cambiate a seguito delle trasformazioni del mercato del lavoro e delle caratteristiche socio demografiche della popolazione italiana e del Mezzogiorno. I nuovi caporali sono spesso divenuti figure che affiancano all’intermediazione lavorativa in senso stretto la gestione della vita quotidiana dei lavoratori stranieri, costruendo un sistema di potere e di controllo sul lavoratore non paragonabile a quello esercitato dalla vecchia figura del caporale. La differenza risiede nella capacità di ricatto dei nuovi caporali che, oltre a gestire la domanda di lavoro nella sua concretezza (chi lavora la giornata, come si arriva al posto di lavoro, come si percepisce la paga), controllano la vita dei lavoratori stranieri nelle campagne.

Dina ci fa fare un giro veloce in pista, passando attraverso la parte anglofona e quella francofona. Una baracca è stata adibita a chiesa, più avanti c’è anche una moschea, il sarto, il barbiere, il piccolo supermarket, il meccanico, l’aggiustatutto. Ragazzine nigeriane camminano al centro della pista, attirando l’attenzione di tutti gli uomini che siedono all’ombra ai lati della pista. “Questo la sera si trasforma in un Night Club,non si fanno mancare nulla” dice Dina mostrandomi una baracca abbastanza grande.

La “pista” si mostra a noi per quella che è, in maniera cruda e diretta. Senza nascondersi, senza fingere di essere ciò che non è. Tornano alla mente delle scene di un documentario ambientato nello slum di Dharavi a Mumbai.

A rendere il fenomeno ancora più preoccupante, sono i dai dati in possesso della magistratura, secondo cui una parte considerevole del fenomeno è legata alla criminalità organizzata [8] e svolge una funzione di riciclaggio e accumulazione di capitali, controlla il territorio attraverso i lavoratori e le imprese agricole, gestisce il traffico degli stranieri, utilizza gli immigrati nel contrabbando, nel traffico di droga e nella manodopera di attività illecite e sfrutta le donne e i minori a fini sessuali. [9]

Fotografia tratta dalla pagina pagina del campo "Io ci sto"

Eppure lì, tra quegli sguardi stanchi, persi nel vuoto, quelle ragazzine poco vestite, gli anziani esausti che pregano, la puzza dell’immondizia e la terra bruciata, c’è una luce. Per me è luce. Si tratta della scuola di italiano, gestita ed organizzata da volontari del campo “io ci Sto” provenienti da tutta Italia. Lì dentro c’è qualcosa di diverso. Scambio quattro chiacchiere con alcuni volontari che mi spiegano che quasi tutti i ragazzi del ghetto vogliono venire a scuola. Difatti è proprio così. C’è una grande partecipazione. Mi affaccio alla finestra per prendere aria e vedo arrivare dalle campagne diversi ragazzi con in mano piccoli quaderni. Ed è lì che incontro Dou. Mamadou mi sta subito simpatico. E’ senegalese, ha 23 anni ed è un bracciante. Vive in Italia da 2 anni e 4 mesi. Dopo Pozzallo, Palermo e Prato è finito nel Tavoliere. “Però io non vivo qui, troppo casino. Io abito lì- dice indicando il CARA”.

Gli domando se ha lavorato oggi e lui dice “Si, dalle 6 alle 15. Je suis fatigué aujourd’hui”. Gli chiedo se gli piace fare il bracciante. “Non è male. Ma tu sai che capo bianco che da soldi al capo nero poi questo capo nero taglia questi soldi”. Fa un gesto con la mano che mi ricorda la ghigliottina. “Il capo nero è bastardo. Io voglio fare il panettiere e sposare una donna bianca, come te”. “Io voglio decidere quando devo lavorare, non deve essere il capo nero”. Hai ragione Dou, ognuno di noi dovrebbe poter autodeterminarsi, dovrebbe poter decidere di fare questo o quel lavoro, dovrebbe poter vivere in quel paese in cui al risveglio si possa vedere il mare o in quell’altro in cui ogni anno si aspetta l’arrivo neve. Il lavoro rende liberi diceva la triste insegna del campo di Auschwitz. Il lavoro è per queste persone è indubbiamente il luogo in cui si manifestano in modo tangibile il dominio, la diseguaglianza, il diritto di proprietà, la violenza del più forte, la reiterazione di un passato coloniale non troppo passato.

Poco dopo, Dou ci fa entrare in una baracca. Capisco subito che si tratta di piccolo ristorante gestito da dei suoi amici. Ci accoglie una bellissima ragazza gambiana che ci chede se vogliamo sederci e mangiare. Io e Andrea ci guardiamo. Sarebbe bello restare qui stasera. Ma noi dobbiamo andare, il sole sta calando e ciò che sale pian piano sono un forte odore di brace ed una bellissima canzone di Alpha Blondie.

Siamo pieni di odori, occhi, pensieri, cose da dire.

Con i cuori un po’ più pesanti riprendiamo la strada che da Borgo Mezzanone porta a Manfredonia.

Bentornata nella quasi-civiltà” mi dice Andrea.

* Antonia Cannito, ha 26 anni e studia Tutela dei diritti umani e Cooperazione internazionale a Bologna. Ha scritto questo articolo sul caporalato prendendo spunto dalle note di campo prese durante il periodo di ricerca tesi nel ghetto di Borgo Mezzanone in Puglia. Sta scrivendo la tesi di laurea magistrale sul lavoro dignitoso e il caporalato nella provincia di Foggia.