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Una mamma denunciata per aver difeso un venditore di ciambelle

L’incredibile storia accaduta a Fondi (Latina)

16 gennaio 2018

di Sara Venturini

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Ho riflettuto a lungo se scrivere o no questo articolo, avrei voluto farlo il giorno stesso che avevo assistito ad una scena straziante e violenta, una scena che aveva seriamente messo alla prova la mia pazienza e la mia coscienza di donna, di madre e di persona che ogni giorno si batte per tutelare i diritti dei più deboli, nell’impegno civico che ho scelto sia per la mia vita che per il mio lavoro di operatrice sociale coi migranti, contro una violenza istituzionale imposta con le parole con i gesti e a volte anche con le leggi.

Tuttavia mi avevano consigliato di lasciar stare, di far calmare le acque e buttarci una pietra sopra…ma a seguito delle denunce ricevute dalle forze dell’ordine (violenza e minaccia a pubblico ufficiale, abuso di pubblico esercizio e reato di non identificazione) ho sentito il dovere di raccontare ciò cui ho avuto il dispiacere di assistere e di subire.

Lo faccio per i miei figli perché sappiano che cosa è successo quel 3 giugno 2017 su una spiaggia di Fondi, e per tutti quei figli che un giorno saranno uomini con una coscienza capaci ancora di credere che uno stato di diritto possa tutelare i diritti di tutti, anche dei più deboli, lo faccio perché i miei figli sappiano che la violenza può avere molte forme . Lo faccio per raccontare una storia come ne accadono tante nel nostro paese ma che purtroppo restano nell’ombra perché non fanno notizia. E’ la storia di una tragedia sventata, una delle tante facce della povertà.

Era il 5 giugno scorso quando mi sono trovata con la mia famiglia ad assistere ad un tentato suicidio di un venditore di ciambelle lungo il litorale di Fondi (Latina).

Mi trovavo con mio marito e i nostri due figli di due e sei anni in vacanza vicino a Sperlonga nel comune di Fondi. Il lunedì mattina avevamo già fatto le valigie pronti per tornare a casa. Decidiamo di fare un ultimo bagno nella spiaggia adiacente al campeggio.

Durante le due ore trascorse in spiaggia passano diversi venditori ambulanti come nel nostro litorale, sia italiani che stranieri. Già nei giorni precedenti trascorsi tra Sperlonga e Gaeta avevo assistito a diverse, più o meno gravi, situazioni di irregolarità: parcheggiatori abusivi, lavori edilizi iniziati e mai terminati poiché privi di permessi, strutture turistiche, negozi e ristoranti che non emettono scontrini, sono solo alcuni degli esempi più banali.

Verso fine mattinata arriva una squadra di polizia municipale composta da quattro poliziotti. Irrompono in spiaggia e si dirigono verso un ragazzo che portava un carretto di ciambelle. Lo fermano bruscamente e gli chiedono i documenti, suppongo. Io ero abbastanza vicino per vedere la scena ma non abbastanza per ascoltare tutta la conversazione. Vedo che il ragazzo indica con il dito più avanti dove c’era suo padre. Alcuni poliziotti tenendolo per un braccio lo accompagnano a chiamare il padre. Il ragazzo, il cui crimine era di aver accompagnato suo padre a vendere ciambelle durante il ramadan, facendosi km e km sotto il sole senza mangiare né bere, viene trattato come un criminale. Suo padre non era in possesso di regolare licenza per la vendita ambulante come quasi tutti i venditori in spiaggia. Prima di lui passava un venditore di cocco italiano ma egli non veniva fermato.

Esco dall’acqua e mi avvicino. Sento che la polizia dice all’uomo che deve seguirli in caserma, che dovrà rispondere al reato di sfruttamento di lavoro minorile e che tutta la merce gli verrà sequestrata. L’uomo incomincia a piangere. Si inginocchia e con una scena straziante li supplica di non farlo. Mentre piange domanda alla polizia come farà la sua famiglia (moglie e cinque figli) senza di lui e senza il suo lavoro. Sento bene le parole dell’uomo perché parla ad alta voce a volte anche urlando, mentre non riesco a sentire altrettanto bene quelle della polizia ma la scena a cui mi trovo di fronte parla molto chiaro. I poliziotti lo fermano e cercano di ammanettarlo credo o comunque di portarlo via con la forza. L’uomo si divincola e piangendo dice di volersi uccidere. Urla: ‘non potete farmi questo, cosi mi uccidete, uccidete me e la mia famiglia, non potete farmi questo. Se perdo anche questo lavoro e la mia dignità allora preferisco morire’. Minaccia diverse volte di uccidersi. Accenna anche ad un debito che ha contratto, forse per pagarsi la merce che se gli venisse sequestrata non saprebbe più come ripagare. Teme anche ritorsioni contro la sua famiglia.

Anche la polizia comincia ad urlare e nel frattempo la gente in spiaggia si gira e si raduna attorno alla scena. Mia figlia più piccola spaventata inizia a piangere mentre mio figlio più grande mi chiede perché la polizia vuole arrestare quegli uomini. Mi chiede se sono dei ladri o dei criminali. Mi dice ‘mamma che cosa hanno rubato quei signori per finire in galera?’ In buona fede la mia coscienza mi obbliga ad intervenire. Con educazione mi avvicino alla polizia e chiedo che cosa stia succedendo. Chiedo perché abbiano fermando quell’uomo. Dico che siamo in un luogo pubblico, ci sono bambini in spiaggia e i miei figli si sono spaventati. Vengo allontanata in malo modo. Mi rispondono che non devo intromettermi mi chiedono chi sono e cosa voglio e mi dicono che stanno solo facendo il loro dovere. Il tutto in toni e modi arroganti. Intanto l’uomo ha preso la corda legata al carretto (è un carretto grande, di legno pesante) e vi ha fatto un cappio e minaccia di metterselo intorno al collo. Il figlio incomincia a piangere e supplicarlo di non farlo. Vorrebbe fermare il padre ma viene egli stesso fermato dalla polizia. I poliziotti non intervengono a fermare l’uomo. E’ oramai evidente che la situazione è degenerata, le forze dell’ordine hanno innescato con la loro arroganza una situazione che rischia di trasformarsi in una tragedia. Prendo il mio telefono mi avvicino di nuovo alla scena e provo a filmare. La polizia mi urla contro. Mi strattonano, mi spingono mi dicono di togliermi di mezzo e che non sono autorizzata a riprendere.

Uno di loro mi corre dietro, salgo sulle scale ma mi blocca sulla staccionata e mi mette le mani addosso spintonandomi e stringendomi con violenza le braccia per prendermi il telefono. Mentre mi corre dietro mi chiede ‘che cosa pensa di fare con quel video? Lei non va da nessuna parte. Attenta perché le metto le mani addosso.’ Rispondo che il video serve come prova di ciò che ho visto e che non avrei mai voluto vedere. Dico che scriverò un articolo sull’accaduto e che in questo modo intendo denunciare una situazione di abuso di potere. Chiaramente lo dico per intimorirli nella speranza di porre fine alla patetica scena. Mi sequestra il telefono e mi minaccia di portarmi in commissariato. Continua a ripetermi con arroganza ‘stia attenta a quello che fa’. La situazione è divenuta concitata. L’uomo nel frattempo si è messo il cappio intorno al collo e si è buttato a terra con il carretto che data la discesa scende giù verso il mare. L’uomo diventa viola in volto non respira, sta soffocando. Il figlio urla e piange ma la polizia non lo lascia andare da suo padre. La gente incomincia ad urlare in spiaggia e io mi unisco a loro. Dico: ‘vergognatevi, guardate cosa state facendo. Fate uccidere un uomo in spiaggia, un poveraccio, un venditore di ciambelle che per portarsi a casa quattro soldi è disposto a farsi km e km sotto il sole durante il ramadan. Che cosa volete che faccia questo poveraccio? Volete che finisca a spacciare droga come fanno tanti altri? Volete questo? Non capite che è solo l’anello più debole della catena?

Ma la risposta istituzionale al problema è sempre quella delle misure punitive, delle soluzioni temporanee che sommano problemi al problema e che pesano sempre e solo sugli anelli più deboli.

Una voce contraria nel pubblico mi accusa di stare al mio posto perché ‘questi marocchini sono tutti ladri e non pagano le tasse, fanno bene ad arrestarli tutti.’ ‘Che se ne tornino a casa loro’.

Dal pubblico si leva anche qualche cauta voce solidale ‘ è una vergogna quello che state facendo, ha ragione la ragazza, andate a fermare le persone che commettono reati seri, gli spacciatori, indagate sull’abusivismo edilizio! Invece di prendervela con un poveraccio!’. Quando però le persone del pubblico assistono a come vengo trattata dalla polizia, alle minacce e alla violenza che ricevo la gran parte preferisce andarsene.

Quando si diviene insensibili ai soprusi e alle ingiustizie è perché si ha l’impressione che non si possa far nulla per fermarli. Testimoniare diviene allora un dovere, un dovere verso il riconoscimento dei diritti, del diritto e verso l’esempio che vogliamo dare ai nostri figli e alle nuove generazioni.

I miei figli continuano a piangere. I poliziotti mi chiedono se sono una giornalista, rispondo che era mia intenzione scrivere dell’accaduto. Più tardi mi chiedono il tesserino da giornalista e rispondo che non ce l’ho. Allora mi canzonano dicendo ‘ah quindi lei non è una giornalista?!? A chi pensa di prendere in giro?!’ Rispondo che nel 2017 non serve il tesserino da giornalista per poter scrivere e pubblicare un articolo. Si possono scrivere articoli e proporli o venderli a testate giornalistiche, blog, siti web di informazione ecc. Fino a prova contraria nel nostro paese esiste anche l’informazione libera e cosa ancora più importante l’informazione dal basso. A quel punto mi chiedono un documento. Rispondo che non ho nessun problema a fornire il mio documento ma non ce l’ho con me in spiaggia. Del resto sono in costume da bagno. Devo cercarlo tra i bagagli perché stavamo caricando l’auto per ripartire verso casa prima di andare in spiaggia. L’auto è parcheggiata adiacente alla spiaggia. Mi ritrovo con i bimbi in braccio che piangono a cercare in auto tra tutte le cose che abbiamo caricato il borsello con i documenti. Mi fanno storie perché la carta di identità si è scollata. Vogliono anche il documento di mio marito e i nomi dei bambini, i documenti dell’auto…vogliono sapere perché è intestata a mio padre….insomma chi più ne ha più ne metta. Ci fanno attendere ore sotto il sole cocente coi bambini che piangono.

Nel frattempo arriva un’ambulanza e un’altra squadra di polizia. In otto per un venditore di ciambelle. Mentre aspetto che mi ridiano i documenti mio figlio di fronte ad un poliziotto mi chiede ‘mamma ma cosa vogliono da te? Ti vogliono portare in prigione?’ Lo rassicuro dicendogli che non mi porteranno da nessuna parte, mi stanno solamente controllando il documento perché sono intervenuta in difesa di quel signore marocchino. Mio figlio commenta di fronte al poliziotto ‘mamma io credevo che la polizia acchiappasse solo i ladri’. Non c’è cosa più difficile di decidere di rubare i sogni ad un bambino ma rispondo che non fa solo questo. Il poliziotto visibilmente alterato ma anche a disagio per non saper spiegare ad un bambino perché fossero intervenuti in quel modo, mi minaccia di chiamare i servizi sociali perché non sto dando un buon esempio a mio figlio. Rispondo che mio figlio ha visto con i suoi occhi tutto ciò che è successo e ha solo bisogno che venga verbalizzata la scena per essere rassicurato. Gli chiedo se invece pensa che il loro esempio sia quello giusto. Gli chiedo se anche lui ha figli e se fosse contento di sapere che i suoi figli avessero assistito ad un tentato suicidio in spiaggia.

Mentre aspettiamo, un ragazzo di corporatura robusta che aveva assistito alla scena mi si avvicina e mi dice ‘ho visto che ti hanno messo le mani addosso. Qui a Fondi li conosciamo tutti, sono la squadra locale e quello che ti ha messo le mani addosso è un fascista’.

Uno di loro mi minaccia di inviarmi tre denunce: oltraggio al servizio di pubblico ufficiale, dichiarazione di falso e ultima assurda accusa, rallentamento dei soccorsi. Si perché nel frattempo è arrivata un’ambulanza ma l’uomo è già stato ricomposto e per fortuna sta bene.

Non mi fanno leggere né firmare nulla. Uno di loro si allontana al telefono e pochi minuti dopo arrivano due giornalisti del corriere della sera. Si fanno raccontare l’accaduto dai poliziotti i quali si prendono il merito di essere riusciti ad evitare un suicidio quando è avvenuto il contrario. E’ violenza che si aggiunge ad altra violenza. Usurpare la verità dei fatti con una revisione faziosa della narrazione. Si accertano che non vengano fotografati i volti dei colleghi.

La giornalista mi guarda a domandarsi che cosa ci faccio lì ma i poliziotti mi fissano e controllano il mio sguardo e le mie parole. Dico semplicemente che ho preso le difese del marocchino e che volevo fare un filmato e scrivere un articolo sull’accaduto per questo mi hanno sequestrato il telefono e sto attendendo di riprendere il documento.

Più tardi vedo passare padre, figlio e carretto. Alla fine vengono rilasciati. L’uomo mi guarda e nel profondo dei suoi occhi colgo la vita. La tragedia scampata, la gratitudine per aver riconosciuto la sua dignità di persona e averla difesa. L’ambulanza se ne va e la spiaggia resta deserta.

Non ho testimoni purtroppo, non conoscevo nessuno in quella piccolissima spiaggia dove abbiamo passato solo tre ore. Ora mi hanno accusato ingiustamente per timore che io potessi denunciare loro. Sarò processata con la mia parola contro quella dei pubblici ufficiali. Tuttavia ho scelto di raccontare questa storia perché ho sempre scelto nella mia vita di dare voce a chi non ha voce e di battermi pacificamente perché i diritti di tutti vengano rispettati. Andrò a processo a testa alta, perché ‘per spegnere un’idea non è sufficiente imbrigliare l’uomo che se ne fa profeta’. La giustizia non è barattabile.