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Briser les Frontieres: solidarietà in quota per affermare il diritto alla libertà di movimento

di Vito D’Ambrosio, giornalista e scrittore*

18 gennaio 2018

Claviere è un comune del torinese a 1.760 metri d’altezza e dista circa tre chilometri da Montgenèvre che invece è in Francia. Si dice che chiuse le rotte del Frejus e del Colle della Scala, anche da qui passano i migranti sperando di entrare in Francia e rimettere in ordine le proprie vite. Qualunque sia il percorso chi passa lo fa a piedi e in condizioni di rischio altissimo. Si nascondono e provano attraversare a piedi la montagna per arrivare a Briançon e da lì disperdersi in terra francese ricongiungendosi con amici e parenti e provare a ricostruirsi una vita nuova. Lo fanno senza nessuna attrezzatura per affrontare il freddo. Con disperata ostinazione “attraversando le Alpi camminando per più di trenta chilometri” senza conoscere i luoghi cercano di arrivare alla meta.

Le notti qui su sono fatte di freddo intenso che congela mani e piedi. Chi passa il confine è senza soldi ma con l’idea che la conoscenza della lingua possa essere una semplificazione. La speranza è quella di essere capiti. I più arrivano dalle ex colonie francesi in Africa: Mali, Togo, Ciad, Senegal. Ad oggi però per loro la frontiera è un muro fatto di guardie che respingono. È come un gioco dell’oca perverso.

Chi ha subito il carcere e le violenze in Libia ed è sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo crede di poter superare anche la montagna, la neve e il freddo. Crede cioè di essere invincibile al punto che affronta la montagna senza nessun equipaggiamento. Poi ci sono i volontari del soccorso alpino o anche semplici cittadini che cercano di salvare queste persone dal congelamento e da tutte le insidie che la montagna riserva a chi l’affronta senza nessuna conoscenza. Sono italiani e francesi, residenti o non residenti in valle che vogliono evitare che quanto visto (o non visto) nel Mediterraneo si ripeta in montagna.

La struttura di guardia francese, Gendarmerie o police, si muove implacabile e terribile: chi viene preso per strada mentre prova ad entrare in Francia è ricacciato indietro. Funziona così a Modane, Briançon, e in generale in tutti i posti di passaggio tra l’Italia e la Francia. L’Italia non è da meno. Oltre che nelle zone di confine di Ventimiglia e Bardonecchia i controlli sono più serrati anche nelle stazioni ferroviarie di Torino e Milano sulle linee con destinazione Francia. Così le persone che si mettono in marcia devono trovare soluzioni sempre più pericolose per realizzare il proprio ‘sogno’.

Contro questo modo disumano di procedere e contro le politiche restrittive degli stati europei, domenica 14 gennaio, almeno in un migliaio si sono dati appuntamento a Claviere per protestare sollecitati e organizzata da ‘Briser les Frontieres’, la rete di solidarietà che unisce attivisti italiani e francesi. È un relativo piccolo ma significativo gruppo di persone che è politicamente indignato per le scelte repressive di Francia e Italia nei confronti dei migranti che “provano a cercare una vita migliore in Europa”. Una camminata contro le frontiere e per il diritto delle persone di “muoversi liberamente”.

Che il movimento libero sia garantito alle merci è cosa nota. Che la mobilità sia garantita al denaro è altrettanto cosa conosciuta. Si tocca con mano proprio nel percorso che collega Claviere con Montgenèvre. Qui i venticinque impianti di risalita girano in continuo e portano turisti di ogni nazionalità su per le montagne che sono francesi e italiane. Diciamo che per il turismo il vincolo della frontiera non esiste.

In effetti al pomeriggio, di ritorno dalla marcia, capita di incontrare un giovane che tra lo sconcertato e l’allibito racconta che nel bar Torino di Claviere una signora si dice stupita della manifestazione contro le frontiere. La donna afferma perentoria: “Lo sanno tutti che la frontiera con la Francia non c’è più. Che senso ha questa manifestazione”. E invece chi ha avuto l’avventura di compiere i tre chilometri nella neve tra le due località alpine si è reso conto che le frontiere ci sono. E che le stesse frontiere ci sono anche per chi contesta l’uso repressivo delle stesse linee di confine.

Faceva una certa impressione l’imponente schieramento di Polizia di Stato e Carabinieri in assetto antisommossa e il piccolo drappello di gendarmi francesi in tenuta invernale. Il blocco iniziale di forze dell’ordine davanti alla ex frontiera italiana e la loro presenza numerosa al sit in che i manifestanti hanno inscenato di fronte alla linea di frontiera francese dava un segnale piuttosto in equivoco del punto di vista governativo. Un segnale non certo positivo di come l’autorità di Governo intende gestire il tema dei migranti.

Secondo la Rete di solidarietà Briser les Frontieres “Se ci saranno morti su queste Alpi la colpa non sarà della neve o del ghiaccio. Se altre persone perderanno degli arti per ipotermia, o se rischieranno la vita, non sarà colpa del freddo , o dei passeurs. La responsabilità è tutta politica ed è di chi ha deciso di creare questa frontiera e di coloro che la controllano”.

È tutto lì il tema. Squisitamente politico. Una scelta che i governi hanno fatto che, ad oggi, non tiene conto dei desideri delle persone che sono in difficoltà economica, sociale, politica e che attraverso l’emigrazione sperano di cambiare in meglio il proprio futuro.

Chi ha partecipato alla marcia, chi ha percorso i tre chilometri che separano Claviere da Monteginèvre era mediamente attrezzato per camminare nella neve. Ma tutti si sono resi conto della fatica per compiere pur in tutta sicurezza quel percorso. Ha potuto toccare con mano, pur con scarponi e pantaloni e giacconi adatti, la difficoltà di un cammino nella neve e nel freddo. E tutti erano lontani anni luce dalla condizione di passo dei ‘migranti’ che spesso hanno come calzari delle scarpe normali avvolte in sacchetti di plastica. Non hanno giacconi adatti e per molti di loro è la prima volta che vedono la neve e le vette alpine. Ecco perché non si può permettere che degli uomini e delle donne e anche bambini siano messi in una condizione di pericolo certo e di rischio di vita molto probabile.

E dunque è vero. Per la signora del bar di Claviere certamente il passaggio in treno, pullman, macchina, sci o a piedi è del tutto possibile, facile e semplice. Per lei la frontiera non esiste. Ovvero non sa o non vuole sapere che ci sono frontiere a due mandate. Una aperta e una il più possibile chiusa per chi ha un passaporto ’sbagliato’.

Ad oggi è banalmente vero quello che recita uno striscione steso su un ponte di Montgenèvre: ‘La frontiera non solo separa ma uccide’.