logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Serbia: nei Balcani il "tappo" di una rotta che rimane aperta

EFE / elEconomista.es - 11 gennaio 2018

26 gennaio 2018

- Link all’articolo originale (ESP)

- La maggior parte dei rifugiati in cerca di asilo proviene dall’Afghanistan.
- La Serbia non è la meta per i rifugiati. Vogliono arrivare in Europa.

Umed Olah e Han Harun sono due adolescenti afghani che condividono stanza e sogni in un centro per rifugiati in Serbia, bloccati sulla rotta dei Balcani, ufficialmente sigillata agli inizi del 2016, ma attraverso la quale migliaia di persone stanno ancora cercando di arrivare nell’Europa occidentale.

In Europa si sta bene. Non ci sono sparatorie e la vita è migliore. Se in Afghanistan fosse migliore, tornerei là”, confessa Harun, 16 anni, nell’ufficio della ONG “Centro di Protezione e Supporto a Richiedenti Asilo” (APC-CZA) di Belgrado.

Il suo amico Olah, più grande di un anno e giocatore di cricket, aggiunge che “la situazione lì è brutta, ci sono conflitti, non c’è lavoro, non c’è niente”. Olah è arrivato in Serbia, accompagnato da suo fratello minore, dopo aver attraversato il Pakistan, l’Iran, la Turchia e la Bulgaria, molte volte con l’aiuto di trafficanti di persone che “conoscono il territorio, lo conoscono molto bene”.

La Serbia non era la sua destinazione. Vuole andare in Francia, dove vivono i suoi amici. Ha già provato cinque volte ad attraversare illegalmente la frontiera con la Croazia e due volte quella dell’Ungheria, l’ultima due settimane fa, nascosto in un treno.

Una volta sono arrivato fino alla città croata di Vinkovci, dove mi hanno catturato. Ho detto loro che volevo chiedere asilo ma non mi hanno ascoltato”, racconta. “Almeno ho avuto la fortuna di non esser stato picchiato”, si consola.

Harun non è stato così fortunato. Una volta ha superato a piedi la frontiera con l’Ungheria e la polizia ungherese lo ha malmenato e spintonato di nuovo verso la Serbia. Non ci ha riprovato. “Mi piacerebbe andarci legalmente, ma devo aspettare. Tutti speriamo che un giorno possano aprirci la frontiera”, dice. Olah e Harun raccontano di rifugiati che hanno provato per oltre 30 volte ad attraversare illegalmente la frontiera.

Sebbene agli inizi del 2016, su iniziativa austriaca, sia stata ufficialmente chiusa la rotta attraverso la quale nei mesi precedenti erano passate liberamente centinaia di migliaia di persone, si contano ancora nell’ordine delle migliaia le persone che continuano ad utilizzare questo cammino. “La rotta continua ad essere attiva. Arrivano giorno per giorno, sebbene non si tratti di numeri elevati”, spiega Rados Djurovic, direttore dell’APC-CZA.

Una zona-cuscinetto

Questo cooperante definisce la Serbia una “zona-cuscinetto” per i migranti, che vengono respinti qui quando cercano di entrare in Croazia, Ungheria e Romania nel tentativo di raggiungere i paesi più ricchi dell’Unione Europea.

Dopo la chiusura della rotta, per evitare l’ingresso dei rifugiati (nel Paese, n.d.t.) la Serbia ha rafforzato il controllo delle sue frontiere con la Bulgaria e la Macedonia. Il Paese ospita attualmente circa 4.000 richiedenti asilo.

La maggioranza di essi - il 59% circa - proviene dall’Afghanistan, ma ci sono anche iracheni (il 17%) e siriani (il 2%). Oltre la metà sono donne e bambini. Secondo l’UNHCR, nel 2017 si sono registrati circa 4.700 ingressi irregolari in Serbia, la maggior parte dei quali da Bulgaria e Macedonia.

Ogni mese circa 250 richiedenti asilo lasciano la Serbia per raggiungere le cosiddette ‘zone di transito’ di Roske e Tompa, in Ungheria. In quantità minore lasciano il Paese per ricongiungimento familiare o per la relocation; ci sono poi migranti che, in forma volontaria e assistita, fanno ritorno al proprio paese d’origine”, spiega Ljubica Antic, dell’UNHCR.

Ci sono altri gruppi, poco numerosi, che si nascondono a nord e ad ovest della Serbia, vicino alle frontiere con la Croazia e l’Ungheria, in attesa di riuscire ad entrare in questi paesi dell’Unione Europea.

Tra gennaio e ottobre (del 2017, n.d.t.) l’UNHCR ha contato quasi 7.000 testimonianze di espulsioni collettive da Ungheria, Croazia, Romania e Slovenia.

Molte vittime hanno assicurato di aver richiesto l’accesso alle procedure per la richiesta d’asilo in questi paesi - membri della UE-, aggiungendo che ciò è stato loro negato, e alcuni di loro hanno subito un trattamento brutale da parte dei funzionari”.

I trafficanti di persone hanno beneficiato della chiusura della rotta e hanno alzato la cifra in denaro chiesta ai rifugiati. Un viaggio dalla Serbia all’Austria può costare, ad esempio, 3.000 euro. Antic racconta che “alcune vittime ci hanno detto che il prezzo per un rifugiato adulto che fugge dall’Iraq attraversando Turchia, Bulgaria e Serbia per arrivare in Germania è salito da meno di 2.000 euro nel 2015 ad oltre 8.000 euro di oggi”.

Anche Djurovic, della ONG serba, denuncia che “ il traffico si va facendo più solido” grazie alle restrizioni al passaggio dei rifugiati. “I loro servizi sono sempre più richiesti e ogni volta si parla di una somma sempre più alta di denaro; per questo motivo le reti (dei trafficanti) stanno diventando sempre più ampie”.