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Francia - A Calais aumenta la tensione a causa della politica "zero accoglienza" di Macron

4 febbraio 2018

Una successione di risse tra migranti, 21 feriti tra i 13 e 22 anni, cinque da colpi di arma da fuoco. Quattro eritrei tra i 16 e 18 anni sono tra la vita e la morte. Le associazioni denunciano da settimane l’accanimento poliziesco e il protocollo d’eccezione del governo francese.

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Nella zona industriale delle Dune i migranti si ritrovano dopo gli scontri violenti tra i diversi gruppi di origine asiatica e africana. Il giorno prima, giovedì 1 febbraio, un gruppo armato ha sparato sulla folla che stava aspettando la distribuzione dei pasti nei pressi dell’ospedale, ancor prima, in un’altra zona di Calais, si era già scatenata una rissa tra africani e afgani.
Successivamente, un nutrito gruppo di rifugiati eritrei armati di bastoni, sbarre di ferro e pietre ha inseguito una ventina di rifugiati afgani. Altri presenti si sono interposti ma sono stati minacciati e poi aggrediti. Nel giro di una decina di minuti i CRS (Compagnie Républicaine de Sécurité) della gendarmeria nazionale sono arrivati con sirene urlanti e fari lampeggianti. Poi, l’inseguimento nella zona residenziale in prossimità della strada di Graveline che attraversava l’ex-zona della jungle e nei campi. Durante l’ultimo scontro, la settimana scorsa, tra migranti e polizia, un ragazzo aveva perso un occhio. Dall’insieme delle testimonianze, molto confuse, una situazione caotica, estremamente violenta e inedita rispetto alle precedenti risse avvenute anche nella storia dei campi e bidonvilles di migranti a Calais. Dove, attualmente, si trovano circa 700-800 migranti sudanesi, etiopi, afgani, eritrei, kurdi, spesso giovanissimi, che restano nei dintorni della frontiera in attesa di poter passare in Inghilterra.

Parallelamente, la reazione in tempo record del ministro dell’Interno, Gérard Collomb, che è arrivato precipitosamente a Calais durante la notte sollevando un polverone mediatico sull’ "incremento allarmante della violenza diventata insopportabile per i cittadini di Calais e per gli stessi migranti", con la promessa di occuparsi con la dovuta fermezza della situazione, dai "passeurs" alla distribuzione dei pasti, e rigorosamente dell’accaduto, sottolineando la responsabilità delle associazioni e la loro "organizzazione selvaggia". L’Auberge des migrants, Salam e Utopia 56 sono stati esplicitamente prese di mira.

Venerdì mattina, qualche ora dopo la serie di risse, il ministro ha annunciato l’invio di due compagnie supplementari di CRS che si aggiungono alla presenza di 1150 agenti, tra poliziotti e gendarmi, a Calais. Intanto, due autobus hanno trasportato qualche decina di afgani nei centri di accoglienza distanti da Calais, "per proteggerli" sostiene la prefettura.

La sindaca di Calais, Natache Bouchart (LR), ha colto anche lei l’occasione per attaccare, tramite BFM TV, le associazioni e i volontari dell’assistenza ai migranti, usando politicamente la rissa tra migranti per accusarle "di attirare i migranti a Calais". L’aiuto materiale ed il recupero a margine di un briciolo di dignità vengono stigmatizzate e propagandate, soprattutto dopo la fine della jungle, come illegittima complicità con persone abbandonate a sé stesse e perse nella no mans land amministrativa del rifiuto d’accoglienza e del respingimento. Costrette a rimanere nell’area industriale di Calais, nei boschetti di alberi morti e rifiuti che vengono usati dai migranti come riparo notturno allargando coperte e teloni tra i rami e sul terreno fangoso. Dall’altro ieri pochi sono riusciti a dormire e per proteggersi da incursioni di diverso genere i migranti organizzano veglie di vigilanza, sentinelle che si danno il turno perché le armi non le ha solo la polizia.
Questa è la cronaca sommaria.

La situazione si è gravemente deteriorata a partire dalla visita di Macron a Calais il 16 gennaio. Macron, arrivato a Calais, ha fortemente criticato le associazioni e calorosamente celebrato l’operato delle forze dell’ordine e deciso un premio di lavoro per l’impegno dimostrato a brutalizzare quotidianamente i migranti. La persecuzione subite dai migranti a Calais e sul territorio nazionale è documentata, registrata, filmata da decine e decine di testimoni, giornalisti, volontari e medici; ciononostante il presidente della Repubblica francese istituisce un "protocollo d’eccezione" che legittima i comportamenti abusivi e pericolosi delle forze dell’ordine. Macron, come e più ancora dei suoi predecessori, confonde l’"ordine pubblico" con la violenza poliziesca.

Nel frattempo il numero di migranti, soprattutto giovani e minorenni, che arriva a Calais è aumentato perché Macron ha annunciato trattative in corso con la Gran Bretagna sul ricongiungimento familiare e i rifugiati minorenni [1].
La disillusione molto spesso degenera in tensione, lo sfinimento per i viaggi dall’Asia e dall’Africa, il freddo, la pioggia e il vento glaciale, l’attesa infinita nel tentativo di raggiungere la costa inglese creano regolarmente dei dissidi tra i gruppi presenti a Calais. Litigi frequenti e razzismo tra i migranti spingono le persone a ritrovarsi preferibilmente tra simili, africani da una parte, mentre afgani e kurdi si organizzano per mangiare e dormire separatamente.
Si formano "territori" e frontiere tra gruppi e comunità differenti, questo è il contesto. Ma, pur considerando che un precario equilibrio tra gruppi di diversa provenienza geografica diventi essenziale per evitare le risse, la situazione che degenera è in realtà originata dalla gestione stessa dell’"emergenza immigrazione" e dalle condizioni disumane di vita che produce, "crisi" che si è determinata nel corso del tempo per esclusiva volontà dei governi francese e britannico.

Macron, i suoi prefetti e la sua polizia smantellano all’alba di ogni giorno tutti i ripari improvvisati confiscando coperte e beni personali dei migranti, gasano il loro cibo e l’acqua, gettano nei rifiuti ogni oggetto necessario, esigendo poi dai migranti dei documenti per poter recuperare gli effetti personali. Come ha potuto constatare il Sécours Catholique, i migranti sono costretti a scavare buchi in terra per nascondere i propri beni, "come gli animali", per evitare di ritrovarsi in una situazione ancora più pericolosa.
Le forze dell’ordine hanno intensificato le aggressioni, costringendo i migranti a fuggire e nascondersi. A rifugiarsi nei parcheggi e nelle aree delle stazioni di servizio dove si fermano i Tir sui quali cercano, ogni notte in tutti modi e con un grande rischio, di salire per passare la Manica. E questo a causa della frontiera-fortezza con km di muri e barriere di filo spinato, di telecamere termiche ed altri dispositivi di controllo dei due principali punti di passaggio: l’Eurotunnel e il porto di Calais.

Se l’uso di armi da fuoco fa pensare, come in passato, ad un regolamento di conti tra "passeurs", non va perso di vista che il traffico dei passaggi esiste perché le condizioni sempre più insopportabili accrescono il potere dei trafficanti. Finché esistono le frontiere chiuse e la caccia ai migranti, con una strategia repressiva e disumanizzante che li rende allo stesso tempo sia vittime delle politiche di governo che ostaggio dei traffici e della criminalità più o meno organizzata, esisteranno i "passeurs". Finché l’esame amministrativo delle domande nei "centri di accoglienza" respinge la maggior parte dei "dublinati" prospereranno i "passeurs". Si sa da tempo che la politica di "dissuasione" è inefficace, che produce il male che vorrebbe combattere ed eliminare.