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Belgio: il mondo accademico contro la politica migratoria federale

Le Soir, Belgio - La presa di posizione di un collettivo di ricercatori di Scienze Politiche

16 febbraio 2018

- Link all’articolo originale (FRA)

Il progetto di legge del governo Michel, che mira ad autorizzare le visite domiciliari al fine di sorvegliare i migranti, suscita la reazione di un collettivo di ricercatori universitari e di un gruppo di costituzionalisti che lo ritengono «inutile, pericoloso e fondato sulla menzogna» un progetto che «mina i principi cardine dello stato di diritto democratico».

Alcuni ricercatori di scienze politiche e sociali contro la politica del governo belga nei confronti dei migranti

I ricercatori di diverse discipline si uniscono e, liberandosi della riservatezza che caratterizza la loro deontologia, mettono in discussione una politica migratoria che giudicano inutile, pericolosa e fondata sulla menzogna.

Non si tratta della protesta eterea di un gruppo di intellettuali di sinistra distaccati dalla realtà, né di accademici pomposi e saccenti o di militanti mascherati da ricercatori e professori universitari. Coloro che potrebbero essere chiamati militanti tra i firmatari [1], una piccola minoranza, non hanno mai cercato di nasconderlo.

Si tratta invece di un gesto di protesta collettiva da parte di alcuni ricercatori di scienze politiche in Belgio che si sono scontrati con la politica del governo e del segretario di Stato per l’asilo e la migrazione Theo Francken nei confronti dei migranti.

I firmatari di questo testo non sono tutti di nazionalità belga e la maggior parte non si occupa di politiche migratorie né si occupa esclusivamente della vita politica belga. Alcuni sono specializzati nello studio della vita politica europea o di altre parti del mondo, altri di regimi autoritari o totalitari, di idee e teorie politiche, o ancora di politiche pubbliche e sociali. Questi ricercatori appartengono a diverse scuole di pensiero e sono divisi su numerose questioni.
Ma lavorano tutti nelle università belghe e hanno potuto osservare, attraverso il loro mestiere, il degrado e l’aggravarsi della politica belga nei confronti dei migranti, almeno dal 2014.

Uscire dalla riservatezza tipica del ricercatore

Questa politica forza oggi questi ricercatori ad uscire dalla riservatezza che è tipica del loro mestiere e che in parte caratterizza l’etica scientifica. Il mestiere del ricercatore, a prescindere dalle opinioni politiche su quest’ultimo, consiste infatti nel comprendere e spiegare un fenomeno anziché giudicarlo o prendere parte ad una causa. E così, lo studioso di discipline scientifiche spesso si rifiuta di esprimersi su argomenti di cui non è esperto. Ciò nonostante, i discorsi e le azioni intraprese dal segretario di Stato per l’asilo e la migrazione sono ormai diventati letteralmente intollerabili ed hanno altresì reso inaccettabile il comportamento passivo di tutto il governo - fatta eccezione per qualche raro caso - nei loro confronti.

È dunque giunta l’ora di dire a nostra volta, dopo troppo tempo, che quello che stiamo vivendo oggi ricorda effettivamente le peggiori ore della nostra storia (o piuttosto quelle che le hanno precedute).

È il momento di farlo, e non solamente perché si teme (o forse si spera) che i nostri figli e nipoti ci chiederanno un domani di fare i conti con le conseguenze delle azioni di oggi. Non soltanto nei confronti delle dozzine di migliaia di naufraghi nel Mediterraneo, vittime dirette delle reti criminali di passeurs e dell’assenza di una corrispondente politica migratoria europea «Li faremo morire tutti?», si chiedeva un giorno un filosofo politico che si definisce volentieri come un liberale. Non soltanto nei confronti delle violazioni, ormai costanti, dei diritti dell’uomo e del fanciullo accettate oppure - il che si rivela altrettanto grave, a dispetto della lezione del passato - tollerate dal governo belga.

Il Belgio non è invaso dai migranti

Se è veramente giunta l’ora, mentre i ricercatori studiano la politica e il politici, qui e altrove, oggi quanto ieri, di denunciare la politica belga attuale, è anche giunta l’ora di ricordare che in nessun caso si tratta di una politica che risponde in modo appropriato a qualsivoglia problema.

Il Belgio non è invaso dai migranti, e tanto meno sono in larga maggioranza dei criminali o dei terroristi. Si tratta di esseri umani che fuggono la guerra, le persecuzioni o la miseria, come una volta facevano gli Spagnoli, e prima di loro i Polacchi. Il contesto è certamente cambiato ma i migranti non sono per questo degli approfittatori dei quali ci dobbiamo addossare il costo economico.

La politica inutile e pericolosa che si fonda su tali menzogne non renderà la nostra società né più sicura - ma al contrario la clandestinità che favorisce e genera insicurezza - né più ricca - dato che si rivela essere costosa e allo stesso tempo inefficace (meno regolamentazione non significa meno migranti).

Una tale politica non è capace di creare impiego, non placa le paure ma anzi le nutre, non dà alcun senso all’avvenire. Non unisce nemmeno le comunità nazionali ma, al contrario, le divide.

Alcuni diranno che questo accade perché la politica non è abbastanza rigida. In realtà, i politici che mancano disperatamente di fermezza e di coesione oggi, sono coloro che riaffermano il loro attaccamento ai diritti dell’uomo e alla dignità umana, alla democrazia e alle libertà civili. E noi vogliamo infine, e molto modestamente, associarci a tutti coloro che, dimostrando la loro solidarietà nei confronti dei migranti, difendono questi diritti e le libertà democratiche. Fortunatamente il numero di queste persone è in crescita costante.


L’autorizzazione delle visite domiciliari e la favola della rana

Firmatari [2]

Alcuni costituzionalisti delle nostre università hanno preso parte al forte movimento di opposizione al progetto di legge che mira ad autorizzare l’entrata degli ufficiali della polizia nel luogo di residenza di un migrante o nell’abitazione di un terzo dato che tale progetto riguarda alcuni principi cardine dello Stato di diritto democratico.

Il progetto di legge, in modifica della legge del 15 Dicembre 1980 sull’accesso al territorio, all’abitazione, allo stabile, che prevede l’accesso all’abitazione al fine di garantire l’esecuzione di misure di allontanamento di stranieri, si inserisce all’interno di un insieme di riforme che indeboliscono i diritti fondamentali degli individui vulnerabili e che colpisce in maniera inaudita i diritti dei soggetti ospitanti.

Questo progetto stabilisce le condizioni per cui uno straniero, che si trovi irregolarmente in un’abitazione, possa essere oggetto di arresto amministrativo nei luoghi accessibili al pubblico. Autorizza altre sì gli ufficiali della polizia ad entrare nel luogo di residenza dello straniero o dentro l’abitazione di terzi, a condizione di disporre di un’autorizzazione rilasciata da un giudice istruttore, con l’obiettivo di eseguire le misure di respingimento, di allontanamento e di trasferimento dello straniero dall’alloggio illegale. Questa visita può avere luogo tra le 5 del mattino e le 21 e prevede la consultazione e il sequestro dei documenti relativi all’identità dello straniero.

Non tocchiamo i principi cardine dello Stato di diritto

Noi, costituzionalisti, vorremmo prendere parte all’accesa opposizione a questo progetto che mina i principi cardine dello Stato di diritto democratico.

Uno Stato di diritto è uno stato in cui il diritto contiene, limita ed organizza l’esercizio del potere statale al fine di proteggere gli individui contro l’esercizio arbitrario del potere garantendo al contempo l’indipendenza dal potere giudiziario. In uno Stato di questo tipo, la Costituzione si impone a tutte le autorità ed ha la vocazione di affermare che i diritti civili proteggano la sfera privata dall’ingerenza da parte dello Stato. Tra questi diritti figura il diritto ad avere una vita privata e l’inviolabilità del domicilio consacrata negli articoli 15 e 22 della Costituzione belga, e protetti dall’articolo 8 della Carta europea dei diritti dell’uomo. È evidente che questi diritti non sono assoluti. Alcune restrizioni sono possibili laddove previste dalla legge, a condizione che perseguano un obiettivo legittimo e che siano proporzionali.

È così che si ammettono tradizionalmente le perquisizioni che siano condotte nel contesto di un’istruttoria che riguarda la ricerca di elementi di prova di un’infrazione penale. Il 21 Dicembre 2017, la Corte Costituzionale richiamava questi principi: «in ragione della gravità dell’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata e all’inviolabilità del domicilio che ivi consegue, la perquisizione non può, in accordo con lo stato attuale del regolamento in materia nelle procedura penale, essere autorizzata che nel quadro di un’istruttoria, nel corso della quale i soggetti interessati dispongano di un diritto organizzato di richiedere l’accesso ai dossier e agli atti d’istruttoria supplementari e nel corso della quale la giuria dell’accusa possa esercitare un controllo in merito alla regolarità della procedura». Infatti, la Corte si oppone a quelle perquisizioni che siano richieste in maniera puntuale, senza essere oggetto del controllo completo che postula l’istruttoria. Orbene, il progetto in esame si inserisce in tutt’altro quadro rispetto a quello di un’istruttoria: le visite domiciliari autorizzate non riguardano un’infrazione penale, ma l’esecuzione di una procedura amministrativa.

Il progetto di legge non ha sufficienti garanzie

Allo stato attuale delle cose, il progetto di legge non presenta sufficienti garanzie: non ci sono controlli giudiziari, non c’è il rispetto del contraddittorio, nessuna garanzia che accompagni le perquisizioni previste dalla procedura penale, nessuna precisione - come ha rilevato il Consiglio di Stato - sui documenti che potrebbero essere sequestrati.

Certamente il progetto prevede l’intervento di un giudice istruttore. Questo magistrato - sempre che esista ancora - è garante, in virtù dell’indipendenza di cui gode rispetto al potere esecutivo ed al potere giudiziario, della salvaguardia dei diritti contro l’esercizio arbitrario del potere nel quadro di una procedura penale.

Tuttavia, l’estensione dei margini di manovra del giudice istruttore non appare con chiarezza, vista l’ambiguità dei termini utilizzati nella formulazione della legge: dovrebbe rilasciare automaticamente l’autorizzazione della visita domiciliare nel momento in cui constatasse che sussistono le quattro condizioni previste dalla legge, oppure potrebbe esercitare un veritiero controllo quando necessario? Come giustificare l’assenza di un’opportunità di ricorso contro le decisioni che verrebbero prese da questi magistrati? Non possiamo evitare di chiederci se il progetto di legge non sia testimone di una strumentalizzazione del giudice istruttore, il cui obiettivo sarebbe quello di attenuare una violazione dei diritti dell’uomo tramite l’aggiunta di una garanzia procedurale di modo che possa passare il test della proporzionalità esercitato dalla giurisdizione costituzionale.

Ad ogni modo, malgrado questa garanzia procedurale, la restrizione della protezione del domicilio rimane ed è significativa, minando così il cuore del diritto al rispetto della vita privata, diritto che ha radici profonde nella storia dello sviluppo dei diritti dell’uomo.

Rischio progressivo di violazioni di massa e sistematiche dei diritti umani

Questo progetto di legge si inserisce in un contesto in cui sono state adottate numerose misure che, se prese individualmente, potrebbero non essere dannose ai fini costituzionali ma che, nell’accumularsi nel corso degli anni, potrebbero essere alla base di violazioni di massa e sistematiche dei diritti umani. Queste misure infatti rinforzano progressivamente la criminalizzazione dell’irregolarità del soggiorno, anche laddove il soggiorno non fosse necessariamente illegale, nella misura in cui il rifiuto del permesso di soggiorno potrebbe, potenzialmente, violare i diritti fondamentali garantiti.

Ai principi strutturali dei nostri sistemi democratici, sono stati apportati dei cambiamenti sostanziali ma, essendo adottati ad un ritmo sufficientemente lento ed in un maniera dispersa, i loro effetti globali potrebbero sfuggire al controllo delle giurisdizioni competenti. In altre parole, bisogna avere giudizio nell’analisi di progetti di legge come quello sottoposto all’esame dei deputati, onde evitare che si avveri la favola della rana: allungata sull’acqua per riscaldarsi lentamente, la rana finisce per morire bollita, invece, se gettata subito nell’acqua bollente sarebbe sfuggita alla morte con un balzo.