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Sostegno alla nave umanitaria di Proactiva: fatela approdare in Italia!

La nave Open Arms con 216 migranti a bordo è ancora in navigazione nel Mediterraneo

16 marzo 2018

Aggiornamento al 19 marzo
Il 17 marzo dopo oltre 48 ore dal primo soccorso e aver trascorso una notte in attesa con onde alte 2 metri l’imbarcazione della ONG spagnola Proactiva Open Arms con 216 donne, bambini e uomini a bordo ha avuto l’autorizzazione ad entrare nel porto di Pozzallo.
Durante le operazioni di sbarco la Capo Missione e il Comandante della nave sono stati portati in Questura per essere ascoltati dalla polizia giudiziaria. I libri di bordo sono stati acquisiti. Quella che sembrava una "normale" procedura si è trasformata nel sequestro della nave e l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Catania.
Il reato ipotizzato dal procuratore Carmelo Zuccaro è associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina.
Tutta la nostra solidarietà alla Ong spagnola ProActiva Open Arms e al suo equipaggio.

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E’ una ritorsione vigliacca per non essersi piegata alla guardia costiera libica quella che in queste ore vede la Open Arms, la nave della ong spagnola Proactiva, in balia delle onde in mezzo al Mediteranno in attesa di sapere quale paese europeo deve concedere l’attracco in uno dei suoi porti per permettere lo sbarco di 216 migranti salvati nel Mediterraneo.

Secondo Oscar Camps, il fondatore di Proactiva, alla nave è impedito l’attracco per via dell’applicazione di un protocollo che vorrebbe far ricadere la responsabilità dell’accesso al porto allo Stato di cui batte bandiera la nave. Finora, questo surreale protocollo, non era mai stato applicato: appare evidente che la sua imposizione, oltre che essere in contrasto con le leggi internazionali del mare, sia usata come l’ennesimo deterrente al salvataggio di vite umane.

Open Arms, infatti, è in navigazione verso nord da quasi 24 ore, dopo che ieri era sfuggita a un inseguimento di un paio d’ore della guardia costiera libica che minacciava di aprire il fuoco se non avesse consegnato le donne e i bambini salvati in un operazione di soccorso. Solo un cinico potrebbe definire la Libia un "porto sicuro" e, giustamente, gli operatori dell’ong hanno deciso di resistere a questa intimidazione non riconsegnando i migranti ai libici, evitando così di farli ritornare in un paese dove subirebbero altri maltrattamenti e torture, oppure rischierebbero di morire di stenti come è successo al giovane Segen solo due giorni fa.

Esprimiamo il nostro sostegno alla Open Arms e al suo equipaggio coraggioso e chiediamo immediatamente di farli attraccare in un porto italiano.


La guardia costiera libica minaccia l’ong Proactiva Open Arms

Annalisi Camilli, giornalista di Internazionale
- Vai all’articolo originale

Alle 7 di giovedì 15 marzo la centrale operativa della guardia costiera italiana ha contattato la nave dell’ong spagnola Proactiva Open Arms per segnalare un gommone con più di cento persone a bordo in difficoltà a 25 miglia dalle coste libiche. La nave umanitaria si è diretta verso l’obiettivo indicato, ma dopo venti minuti un’altra chiamata da Roma ha chiesto agli spagnoli d’interrompere la missione e di lasciare il campo alla guardia costiera libica, che avrebbe dovuto coordinare l’operazione.

Mezz’ora dopo un’altra chiamata da Roma ha segnalato un barcone in difficoltà, molto vicino al precedente: a 27 miglia dalla Libia, in acque internazionali. Le lance di soccorso di Open Arms sono intervenute e hanno trovato un gommone con 117 persone a bordo che stava riempiendosi di acqua, con diversi migranti in mare e alcuni che avevano bisogno di un immediato intervento dei medici.

Sono stati soccorsi 109 uomini e otto donne. Intorno alle 10.30, quando i soccorsi erano ormai conclusi, l’imbarcazione di Open Arms è stata contattata via radio dalla guardia costiera di Tripoli, che ha intimato di consegnare i migranti soccorsi alla nave libica. Gli spagnoli hanno rifiutato. “Sappiamo che i libici hanno compiuto numerose azioni illegali, abusi e maltrattamenti ai danni dei migranti. Sappiamo anche che i libici non hanno giurisdizione in acque internazionali, anche se collaborano con l’Italia e l’Europa, quindi non abbiamo obbedito alla loro richiesta di trasferire i migranti”, spiega Riccardo Gatti, portavoce di Proactiva Open Arms.

È la quarta volta che i libici interferiscono con i soccorsi, violando le norme internazionali

Più tardi nel corso della giornata la stessa nave ha partecipato ad altri due soccorsi e nel pomeriggio si è trovata di nuovo in difficoltà con la guardia costiera libica a più di 70 miglia dalle coste. Dopo essere intervenuti in soccorso di un’imbarcazione con donne e bambini di nazionalità eritrea, i gommoni di salvataggio degli spagnoli sono stati bloccati dai libici che hanno minacciato di ricorrere alla forza se i migranti non fossero stati consegnati alle motovedette di Tripoli.

Una nave libica si è posizionata tra l’imbarcazione dei migranti e la nave dell’ong, impedendo alle lance di soccorso, che stavano distribuendo i giubbotti di salvataggio, di continuare il recupero. Il senatore Luigi Manconi ha definito l’intimidazione dei libici di una “gravità estrema”.

I libici con le armi spianate hanno intimato alla nave spagnola di non muoversi e hanno minacciato di condurre a Tripoli le lance di recupero, che continuavano a essere vicine ai migranti. I libici pretendevano che l’equipaggio delle lance consegnasse donne e bambini, altrimenti avrebbero fatto fuoco sui volontari”, ha spiegato Manconi. Questa situazione di tensione è durata per almeno due ore, fino a quando i libici si sono ritirati. Sono state soccorse in tutto 218 persone. “È la quarta volta che i libici interferiscono con i soccorsi, violando le norme internazionali”, ha dichiarato Manconi, dicendo di aver allertato il ministro dei trasporti Graziano Delrio, che è il responsabile della guardia costiera italiana.

Le polemiche sulla morte di Segen

La stessa ong è stata protagonista di un altro episodio drammatico avvenuto negli ultimi giorni. Il 13 marzo è morto un migrante eritreo di nome Segen: aveva 22 anni, era stato soccorso dalla nave di Proactiva Open Arms, era sbarcato a Pozzallo ed era stato ricoverato all’ospedale di Modica perché presentava i sintomi di una grave denutrizione, “cachessia” era scritto sulla cartella medica riportata da Alessandra Ziniti su Repubblica. Pesava 35 chili ed era alto un metro e settanta. Segen era stato rinchiuso in un centro di detenzione libico per 19 mesi. Il sindaco di Pozzallo Roberto Ammatuna, definendo le condizioni di salute dell’uomo, aveva fatto un paragone con i campi di concentramento nazisti.

Mi è sembrato di tornare indietro di settant’anni. Quel ragazzo sembrava venir fuori da Auschwitz, uno scheletro con un sistema immunitario ridotto ai minimi termini”, aveva detto Ammatuna, che è anche primario del pronto soccorso dell’ospedale di Modica. Per Riccardo Gatti di Open Arms le condizioni estreme di Segen “sono indicative delle condizioni che vivono i migranti rinchiusi nei centri di detenzione libici, gli eritrei in particolare soccorsi negli ultimi mesi presentano condizioni di malnutrizione e di scabbia davvero preoccupanti”. Anche per Marco Rotunno dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) “non c’è dubbio” sul fatto che le pessime condizioni in cui arrivano i migranti negli ultimi mesi siano legate alla situazione nei campi di detenzione in Libia in cui sono rinchiusi per un periodo di tempo molto lungo, a causa della chiusura della rotta del Mediterraneo centrale.

Tuttavia la prefettura di Ragusa il 14 marzo ha smentito la notizia diffusa dai giornali, dicendo che Segen sarebbe morto per una “pregressa grave malattia in fase terminale”. Notizia che è messa in discussione dai medici di Proactiva Open Arms che in un comunicato hanno detto di aver fatto degli accertamenti medici a bordo da cui non risultava che l’uomo fosse malato. “Aspettiamo i risultati dell’autopsia”, conclude Riccardo Gatti.