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Niger. Avamposto francese nell’Hub dei Migranti Africani: asilo solo per pochi selezionati

Adam Nossiter, The New York Times - 25 Febbraio 2018

20 marzo 2018

- Link all’articolo originale (ENG)

Niamey, Niger - Da una spoglia serie di uffici prefabbricati, all’interno di un complesso posto lungo una strada non asfaltata, i burocrati francesi stanno allargando i confini della Francia ai territori dell’Africa, sperando di dirottare i potenziali migranti.

Per tutto il giorno, in un cortile erboso, intervistano i richiedenti asilo che vogliono sfuggire al turbinio di carretti trainati da asini e dalla polvere, dalla disoccupazione, dalla povertà e, in alcuni casi, dalla persecuzione politica.

In caso di concessione dell’asilo, ai rifugiati vengono forniti i biglietti aerei per la Francia; gli viene così risparmiato il rischioso viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna. Questo esodo verso l’Europa, intrapreso negli ultimi anni da milioni di migranti disperati, ha comportato forti sconvolgimenti politici e sociali nel continente tanto agognato.

Siamo qui per porre un freno alle morti nel Mediterraneo”, ha dichiarato Silye Bergier-Diallo, vice-capo della missione francese in Niger.

Ma fino a oggi sono pochissimi i beneficiari del diritto di asilo, fatto che dimostra come la delegazione francese sia qui anche per dare un messaggio ai potenziali migranti: restate a casa, non intraprendete un viaggio pericoloso con la speranza di ottenere un asilo che alla fine, in Francia potrebbe esservi negato.

L’avamposto francese è parte di una nuova azione di difesa nella battaglia dell’Europa per contenere la migrazione dall’Africa; è un piccolo e relativamente positivo elemento di una strategia più grande che, altrimenti, rischia di sovvertire gli ideali umanitari europei.

Dopo essere stata per anni in balia di un’immigrazione incontrollata, l’Europa sta contrattaccando. Si sospetta che l’Italia abbia stretto accordi segreti con i signori della guerra libici che controllano la rotta migratoria. L’Unione Europea ha inviato delegazioni nelle capitali africane, promettendo aiuti e incentivi ai capi di governo che si impegnassero a tenere la loro gente a casa. Ora è il momento dei francesi.

È un approccio molto più attivo per far sì che i migranti stiano il più lontano possibile dall’Europa e ciò va completamente a discapito di questi ultimi", ha dichiarato Philippe Dam della Human Rights Watch.

La missione francese è nata con un intento "positivo", ha affermato, "ma è troppo in ritardo e troppo limitata".

È l’altra faccia di una Francia sempre più dura nei confronti degli immigrati; infatti, questo mese il Presidente Emmanuel Macron ha cominciato a fare pressioni per l’approvazione di quella che i critici dicono essere una nuova legge draconiana, poiché mirerebbe a espellere molti di quei rifugiati che già sono stati accolti.

Sebbene alcuni dei nuovi metodi europei siano discutibili, i risultati sono stati evidenti: secondo Giuseppe Loprete (capo dell’Ufficio in Niger dell’Agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite) lo scorso anno, per la prima volta dall’inizio della crisi diversi anni fa, abbiamo assistito a un’inversione del flusso migratorio.

Circa 100.000 potenziali migranti sono tornati dalla Libia passando per il Niger, contro i 60.000 che hanno attraversato il vasto e desertico paese puntando verso l’Europa.

In quanto centro di smistamento della migrazione africana occidentale, il Niger è stato a lungo sotto pressione dell’Europa per reprimere il flusso migratorio. E qualcosa è cambiato.

Le stazioni degli autobus a Niamey, una volta affollate di africani dell’ovest che cercavano di arrivare a Agadez, l’ultima città prima della Libia, ora sono vuote. La polizia controlla severamente i documenti di identità.

Quando ho visitato Agadez tre anni fa, i migranti riempivano quelli che i locali chiamano “ghetti” ai margini della città, vagando per settimane nei cortili di ville abbandonate, in attesa di una possibilità per attraversare il deserto.

Secondo i funzionari per la migrazione il loro numero si sarebbe ora notevolmente ridotto. Il governo del Niger ha sequestrato decine di pick-up precedentemente utilizzati ad Agadez dai trafficanti, aggiungono. “Molti, molti meno di prima” dice un agente anonimo di guardia alla Stazione all’aperto di Sonef a Niamey, assonnata e vuota nel caldo del tardo pomeriggio. “Non è come prima. Prima era piena”.

Il pavimento piastrellato era pieno zeppo di migranti, una volta. Ora non più. Un cartello posto fuori riporta la bandiera dell’Unione europea e consiglia ai passeggeri di non viaggiare senza documenti.

Di per sé stesso, il cosiddetto “filtro” francese qui è così poco efficace da non poter essere responsabile del calo, né ci si aspettava potesse avere molto effetto sul flusso migratorio complessivo.

L’avamposto è stato istituito dopo che il calo era già in atto. Da che Macron ha annunciato l’iniziativa l’estate scorsa, sono state intraprese solo una manciata di missioni, di una settimana alla volta, per interrogare i richiedenti asilo.

Comunque, per inadeguato che sia, lo sforzo francese ha già contribuito a spostare il processo di vaglio delle richieste di asilo in Africa, fuori dell’Europa, dove molti di quelli ai quali viene negato l’asilo tendono a restare illegalmente.

Stando alle dichiarazioni di Macron, lo scopo principale è quello di disinnescare le crescenti pressioni politiche interne dell’estrema destra, nate in seguito alla crisi migratoria.

I francesi sperano che la maggiore visibilità garantita da un sistema formale di front-office scoraggerà coloro che non hanno un valido motivo per chiedere asilo dal rischiare le loro vite affidandosi ai trafficanti.

L’iniziativa è pensata anche per mandare un messaggio potenzialmente importante: quelli con richieste legittime legate a persecuzioni possono avere un’opportunità di passaggio sicuro.

"Dal punto di vista politico, è una misura fortissima", ha affermato Loprete. "Ma in termini di numeri è molto scarsa".

La scorsa settimana, i quattro ufficiali dall’Agenzia per i Rifugiati francese (nota come Ofpra) hanno interrogato 85 persone.

Il criterio di selezione è in linea con la decisione di Macron di tenere fuori gli immigrati economici. "Non possiamo dare il benvenuto a ognuno", ha dichiarato nel suo discorso di Capodanno.

D’altra parte, "abbiamo il dovere di accogliere gli uomini e le donne che abbandonano il loro paese perché minacciati", ha detto Macron. Loro godono del "diritto ad asilo".

Chi critica il progetto sostiene che si tratti di un’azione puramente simbolica: il suo vero scopo sarebbe tenere i potenziali immigrati a debita distanza.

La politica di Macron mira a dividere immigrati e rifugiati, ma come possiamo farlo? Qual è il principio etico alla base di questa scelta?" ha detto Mauro Armanino, un prete italiano della cattedrale di Niamey che ha lavorato a lungo con gli emigrati in nazioni africane. "È una politica spietata".

Tuttavia, i francesi sono stati i primi ad intraprendere qualche genere di sensibilizzazione, lavorando a stretto contatto con le Nazioni Unite, al di là dell’ambito della sua Agenzia per i Rifugiati di Niamey.

A nord del Niger, in Libia, l’Ufficio Internazionale per la Migrazione delle Nazioni Unite compie un primo esame delle credenziali per conto dei francesi. In questo paese la rete dei trafficanti di esseri umani ha prosperato, approfittando del caotico collasso del Paese.

In Libia, i trafficanti raggruppano gli africani, li malmenano, qualche volta li stuprano e gli estorcono soldi. Alcuni vengono persino venduti come schiavi prima di essere caricati su barche sgangherate per la traversata del Mediterraneo.

Alcuni dei campi libici sono gestiti da trafficanti e le milizie loro associate; altri dal governo, per quello che conta. Ma indipendentemente da chi li gestisca, dicono i funzionari, si tratta essenzialmente di campi di concentramento, in cui non viene fatta nessuna distinzione tra rifugiati politici ed emigranti.

Ai funzionari delle Nazioni Unite è permesso di entrare nei campi gestiti dal governo per cercare potenziali richiedenti asilo (principalmente Eritrei e Somali, la cui fuga dalle persecuzioni politiche e dal caos potrebbe qualificarli come tali). I francesi scelgono chi vogliono interrogare dagli elenchi forniti dalle Nazioni Unite.

L’idea è quella di proteggere le persone che potrebbero avere diritto all’asilo” ha spiegato Pascal Brice, capo di Opfra, l’Agenzia per i Rifugiati Francese. “E bypassare gli orrori della Libia e del Mediterraneo.

È una misura inadeguata”, ammette Brice. “Ma il Presidente ha detto di voler ridurre le traversate in mare”, ha aggiunto riferendosi a Macron.

Bénédicte Jeannerod, responsabile dell’ufficio francese della Human Right Watch, è stata meno critica sul programma in sé che non sulla sua portata. “Ho detto a Pascal Brice di renderla più grande, fintanto che funziona”, ha riferito.

Ma le potenziali difficoltà di accrescere il programma sono state rese evidenti da un turno di interviste nel torrido Centro delle Nazioni Unite a Niamey.
Una domenica notte di poco tempo fa, 136 Eritrei e Somali sono stati imbarcati dalle Nazioni Unite su volo diretto a Niamey; erano tutti potenziali candidati per sostenere un’intervista coi francesi.

Le dozzine di richiedenti asilo già presenti sul posto aspettavano pensierosi: dal modo in cui sedevano su delle panche sembravano rassegnati, mentre non trapelava nulla circa l’importanza di ciò che il vice capo della missione francese aveva da offrire.

"Chi verrà scelto, sarà presto in Francia", la signora Bergier-Diallo ha detto loro, pronunciando lentamente e cautamente le parole. "E noi ne saremo contenti".

Effettivamente, per i rifugiati che risultano idonei, i vantaggi sono enormi: un biglietto aereo gratis per la Francia, alloggio gratuito, permesso di soggiorno senza complicazioni e corso di francese gratuito.

Gli agenti francesi, rigidi e formali nel loro interrogatorio, che poteva durare ben più di un’ora, hanno posto domande senza tregua sui legami familiari dei rifugiati, senza interesse alla ricostruzione della storia della loro fuga e delle loro sofferenze.

Lo scopo era quello di “stabilire il contesto familiare” nel tentativo di confermare l’autenticità delle origini dei rifugiati, ha spiegato Lucie, una funzionaria francese.
(Per questioni di sicurezza, le autorità francesi hanno chiesto che i cognomi dei loro agenti e dei rifugiati non vengano pubblicati.)

A Shewit, una minuta donna eritrea di 26 anni occhialuta, hanno chiesto se aveva mai telefonato alla sua famiglia, e nel caso di cosa avessero parlato.

"Solamente della mia salute", ha risposto Shewit. "Io non gli dico mai dove mi trovo".

Mariam, 27 anni, ha raccontato all’agente francese che nel suo villaggio era stata stuprata e messa al bando, e aveva paura di tornare indietro perché "le persone che mi hanno stuprata sono ancora là".

"Potrebbero stuprarmi di nuovo", ha detto Mariam, una pastorella analfabeta della Somalia.

Se anche trovasse rifugio in Francia, integrarla in società sarebbe una sfida. Mariam non ha mai frequentato nessuna scuola e ha guardato meravigliata l’agente francese, quando quest’ultimo le ha chiesto di togliersi il velo.

Indossare il velo "negli uffici pubblici francesi, o nelle scuole non è possibile", ha detto dolcemente a Mariam in inglese Emoline, l’agente, tramite un interprete.
È stata poi la volta di Welella, una ragazza eritrea di 18 anni, che prima di essere salvata dalla vicina Libia, era stata per qualche tempo in un campo profughi in Sudan, dove aveva subito quelle che lei semplicemente chiamava “punizioni”.

Suo padre è un soldato, tutti i suoi fratelli erano stati chiamati al servizio militare obbligatorio in Eritrea, e lei rischiava la stessa cosa.

"Perché il servizio militare è obbligatorio in Eritrea?" Lucie chiese alla ragazza, seduta di fronte a lei. "Io non lo so", ha risposto Welella meccanicamente.
Aveva pianificato la sua fuga a lungo. "Un giorno ci sono riuscita", ha detto semplicemente.

"Cosa potrebbe accaderle in Eritrea se ci ritornasse?" le ha domandato Lucie.

"Ho sofferto molto nel lasciare l’Eritrea", ha risposto lentamente Welella. "Se ritorno, mi mettono sottoterra."

È stata interrogata e rinterrogata sui nomi dei fratelli in Eritrea, e sul perché uno di loro avesse viaggiato verso una certa città.

Dopo quasi due ore di interrogatorio, è arrivato finalmente una cenno di verdetto dell’agente francese, in inglese. Era una frase preimpostata, ma il messaggio era chiaro: la Francia era ad un passo dall’accogliere Welella.

"Lei avrà diritto ad entrare in Francia legalmente", le ha detto Lucie. "Le sarà concesso un permesso di soggiorno, le sarà dato un alloggio, avrà diritto a lavorare."