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Io non ho sogni - Il lavoro sommerso e lo sfruttamento dei rifugiati in Turchia

Inchiesta in merito agli effetti prodotti dall’accordo UE - Turchia

6 aprile 2018

"Il lavoro sommerso e lo sfruttamento dei rifugiati in Turchia" è il seguito dell’inchiesta "Io non ho sogni - L’infanzia negata" nata all’interno del progetto "La merce siamo noi"; oltre a questi due elaborati è stato prodotto un documentario pubblicato da OpenDBB - Distribuzioni Dal Basso.
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Io non ho sogni è un reportage introspettivo e analisi ragionata sulle conseguenze subite dal popolo siriano a seguito dell’accordo internazionale stipulato tra l’Unione Europea e la Turchia: lavoro minorile, campi governativi, deficit e carenze dell’accoglienza.

Progetto della campagna #overthefortress, prodotto da Melting Pot Europa in collaborazione con Borders of Borders

Testi di: Andrea Panico e Pietro Panico
Foto di: Andrea Panico
Post-produzione e photo-editing: Emanuele Attinà
Traduzioni di: Valentina Giudizio
Reportage in collaborazione e consulenza con: Human Side Project

Nulla è ancora l’indipendenza dallo straniero, la libertà e l’uguaglianza di ogni cittadino nel proprio paese, l’impero incontrastato della ragione sulle coscienze, se ad ogni onesto non è assicurato il pane quotidiano, nella giusta ragione di un lavoro né ignobile né eccessivo, che non gli sia dato per elemosina, ma per diritto di essere un uomo”.
(Roberto Ardigò)

I diritti politici nelle mani di un grande corpo di proprietari di schiavi sono i peggiori strumenti di tirannide mai forgiati per l’oppressione dell’umanità”.
(James Stephen)

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Io non ho sogni - Il lavoro sommerso e lo sfruttamento dei rifugiati in Turchia

Rejanli – confine siriano.
Inizio della seconda settimana del Novembre 2016.

Qualche ragazzino trascina a fatica una carriola piena di detriti da costruzione, altri bambini fanno su e giù da un’altalena cigolante.
Le canne e gli arbusti si piegano sferzati dalle raffiche che alternano i nostri silenzi, imposti da istintivi gesti con cui proteggiamo con le mani il viso dalla sabbia, al rumore sordo e violento dei colpi di martello che sulle travi vibrano in lontananza.
Adesso che il sole nato in Siria fugge oltre la Turchia, i corpi dei lavoratori siriani sui tetti delle case in costruzione sono solo sagome nere nel pallore rossastro dell’orizzonte.

Non ho che questo lavoro e la speranza di mantenerlo per sopravvivere e far sopravvivere la mia famiglia.
Ero ricco, sai. Avevo un’impresa, con diciannove dipendenti. Avevo una villa grande, due macchine e un’altra casa dove passavo le vacanze
”. Mosa mi mostra l’immagine dei suoi cinque figli piccoli “nessuno di noi immaginava sarebbe mai successo. Che Allah ci protegga tutti e ci illumini la via”.
Ha le mani sporche di grasso e cemento rappreso che continua a cercare di pulire strofinandole contro i pantaloni.
Non supera i quarant’anni pur dimostrandone almeno dieci in più. Mi racconta di essersi sposato molto giovane.
Scorre velocemente sul display le foto dei suoi figli ungendo lo smartphone, “certo che lo so che mi stanno sfruttando, so benissimo quanto prende un turco qui. Ma è casa loro, e io non ho scelta”.

Senza nessuna ragione apparente mi assalgono i ricordi del liceo, delle ore di grammatica in cui la professoressa era solita sezionare i termini sino alla loro radice al fine di farci comprenderne in modo scientifico e puntuale l’esatto significato che hanno le parole.
Si accaniscono e si scontrano pensieri ed emozioni.
Sfruttamento” dal latino privare del frutto. Gli architetti del linguaggio intesero collegare l’azione spregevole alla defraudazione di un oggetto il cui utilizzo non si ferma al mero presente. Il frutto non dà solo sostentamento nell’immediato, ma contiene al suo interno il tesoro dei semi necessari alla continuazione della specie stessa. Lo sfruttamento al contrario priva il contadino non solo di ciò di cui sarebbe stato in possesso oggi e che lo avrebbe dovuto nutrire, bensì anche dei frutti che avrebbe ottenuto piantando i semi che gli sono stati vigliaccamente sottratti. In Turchia il frutto dell’uomo, il suo lavoro, è ridotto a merce. L’uomo stesso ad una pianta da cui esigere più fioriture possibili prima di essere estirpata e sostituita.

Ciò che il conflitto in Siria - e il successivo blocco dei rifugiati in Turchia imposto dai Paesi dell’Unione Europea - ha creato, è un enorme imbuto di disperazione che sta obbligando tre milioni di uomini e donne ad una permanenza forzata sul territorio del sultano.
La conseguenza della politica di esternalizzazione delle frontiere intrapresa da Bruxelles è un sistema in cui il tormento della sopravvivenza sta spingendo moderni schiavi di ogni età e sesso a consentire di essere sfruttati nelle catene di montaggio, nelle fabbriche tessili, nei cantieri edili o nei campi pur di riuscire a sopravvivere.
Ogni volta che ne parlo con Valentina la scopro stringere i pugni nascosti sotto le maniche troppo lunghe del giaccone. Poi la rabbia è solo l’input per riscoprirsi a perdersi ancora e di nuovo dietro nozioni di macroeconomia da manuale ed esempi pratici di fenomenologia della sopravvivenza.
Mi racconta di Aaamir e di Baasima che non hanno neanche il latte per il loro ultimo nato. Io, le mostro la foto di Aida che a Rejanli è costretta a 65 anni a lavorare come badante in una casa turca per massimo tre dollari l’ora.
Io metabolizzo il senso di tutti questi nostri discorsi e prendo coscienza di due cose.
La prima è che ritornare in questa terra dopo così tanto tempo, dopo gli spari delle milizie macedoni al confine greco e i morsi dei cani aizzati dalla polizia bulgara contro i ragazzi siriani, non fa altro che amplificare ed esasperare ogni emozione.
I ricordi fulgidi dei sorrisi e delle lacrime lasciati lungo la balkan route, miscelati a questi giorni di terra e sole non scoloriranno mai. Non finiranno come tessuti sintetici dopo un lavaggio a 90°.

La seconda, è che l’effetto dell’accordo stipulato con Ankara sta producendo effetti normali e prevedibili più di una partita a scacchi giocata con un’intelligenza artificiale che utilizza sempre il medesimo algoritmo.
Rientrando in stanza stasera, senza luce ed elettricità e fissando dalla finestra il fumo della sigaretta che allunga le luci del bazar ancora aperto, giungo alla stessa conclusione cui arrivai quel pomeriggio mentre aspettavo l’aereo a Kos: non avremo mai scusanti per tutti i compromessi stretti con i rappresentanti di quei paesi, in cui la vita umana la si può quasi vincere con una mano fortunata al gioco delle carte.

Rejanli. Un adolescente spinge un carrello con gli scarti di cantiere

1. L’ACCESSO AL MERCATO DEL LAVORO PER I RIFUGIATI SIRIANI

L’Unione Europea ha giustificato l’accordo stretto con la Turchia sostenendo fortemente che quest’ultima sia un paese che sta mantenendo gli obblighi internazionali presi e che, nonostante abbia ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 con una riserva geografica che limita la possibilità di richiedere asilo ai soli cittadini UE, si stia prodigando con altri mezzi per garantire i diritti ai rifugiati.
Un esempio su tutti, indorato scaltramente dai rappresentanti politici sui tavoli di Bruxelles, è stata la nuova legge per l’accesso dei rifugiati al lavoro legale.
Quest’ultima, ratificata nel gennaio 2016, succede e sostituisce alcune norme della precedente Regulation of Temporary Protection  [1] del 2014 che prevedeva la possibilità per i siriani di presentare domanda per un permesso di lavoro solo in taluni settori e i talune regioni.

1.1 LA NUOVA REGOLAMENTAZIONE

La nuova – Regulation on the work permits for Foreigners under Temporary Protection Act  [2] – che regola l’accesso al lavoro per i siriani “refugees under temporary protection [3], permette finalmente ai rifugiati in regime di protezione temporanea di richiedere dopo sei mesi [4] dall’ottenimento dello status, un permesso di lavoro della validità di un anno.
Ad eccezione di taluni impieghi che restano ancora strettamente riservati ai cittadini turchi [5], e con la necessità di ulteriori autorizzazioni per il personale medico e accademico [6], l’autorizzazione al lavoro viene concessa a seguito dell’approvazione della domanda presentata online dal datore che intende assumere il lavoratore siriano [7].
L’ottenimento del permesso è inoltre ulteriormente subordinato alle indagini del Ministero del lavoro che, nel rilasciarlo, dovrà tener conto della situazione del mercato del lavoro nonché dell’influenza che i diversi tipi di impiego hanno nella determinata area in cui viene presentata la domanda [8].
Inoltre, nelle province indicate dal Ministero dell’Interno come non sicure sotto il punto di vista dell’ordine pubblico (tra cui buona parte del sud est turco), della sicurezza e della salute pubblica, il Ministero del Lavoro dovrà cessare di concedere i permessi [9]. Solo quelli già rilasciati avranno validità fino alla loro scadenza [10].
Un’ulteriore clausola negativa chiude la normativa, sancendo la cancellazione del permesso per tutti coloro che dovessero perdere lo status di protezione temporanea.

Anche per i siriani che intendono avviare un’attività indipendente in Turchia è fatto obbligo di richiedere il relativo permesso da parte delle autorità competenti, a seguito di domanda presentata in questo caso in modo autonomo da parte del diretto interessato.

Totalmente slegati da qualunque controllo da parte delle autorità restano invece coloro che, sotto protezione temporanea, lavorano in attività agricole o di cura del bestiame stagionali. Gli occupati nel lavoro stagionale sono esenti dalla richiesta di permesso di lavoro. La legge prevede solo una richiesta di esenzione da tale obbligo da indirizzare al governatorato presso cui sono registrati sotto protezione temporanea [11].

Rejanli, tramonto. Un gruppo di lavoratori siriani si apprestano a tornare a casa dopo una giornata di lavoro in cantiere

2. CRITICITÀ. OVVERO UN’OPPORTUNITÀ NON COLTA DI REGOLARE IN MODO SANO IL MERCATO DEL LAVORO

L’immigrazione per me e mio fratello è stata una benedizione.
Tiriamo su palazzi in Turchia, e nel Kurdistan iracheno con i soldi degli americani, uno dopo l’altro.
Occorrono posti letto perchè in molti, siriani e iracheni, si stanno riversando in questo territorio e gli serve una casa dove dormire.
Gli occorre anche denaro per mangiare, pertanto lavorano per costruire le case che poi gli affittiamo.
Pensate che negli ultimi sei mesi, il padrone di casa dove momentaneamente viviamo ci ha alzato l’affitto ben due volte. Ci ha intimato di pagare minacciandoci che, qualora non fossimo d’accordo o ci sembrava un’ingiustizia, dietro di noi c’era la fila di immigrati che aspettava di chiedere in affitto una casa, a qualunque prezzo
”.
Tra un bicchiere di çay ed uno di vodka pagata a peso d’oro, a Gaziantep, i due vicini di casa la settimana scorsa continuavano a crogiolarsi all’idea di continuare per ancora molti anni un business che li sta arricchendo oltre le loro più rosee aspettative.

La mia sensazione è che, come avviene per ogni grande crisi, al crescere dello stato di benessere di pochi, si nasconde dietro l’angolo l’inizio di una guerra fratricida tra poveri, che nelle regioni del sud est turco sono la fascia di popolazione più ampia.

2.1 IL MERCATO DEL LAVORO FORMALE

Cosa sta accadendo quindi al mercato del lavoro in Turchia, nel sud est di una terra i cui confini dall’occidente sono sempre più lontani e tormentati dai giochi di strategia del sultano?
Per quel che riguarda il mercato del lavoro formale, nonostante la nuova legge apra a condizioni più favorevoli rispetto al disposto del 2014, nell’aprile del 2016 solo lo 0,074% (circa 2.000 unità) [12] dei siriani registrati in Turchia erano riusciti a presentare una domanda di lavoro. Alla fine di ottobre del 2016 i dati indicavano circa 10.000 permessi rilasciati [13], durante l’anno del 2017 poco meno di 20.000 [14].
Questo accade per due motivi.
Da una parte perché viene richiesto ai siriani un lasso di tempo minimo di sei mesi che deve trascorrere dal momento in cui viene ottenuto il documento d’identità turco a quello in cui è possibile iniziare a lavorare.
Dall’altra perché i datori di lavoro, su cui grava l’onere di presentare la domanda per il lavoratore siriano che intendono assumere [15], non hanno con tutta evidenza alcun interesse nel farlo.
Regolarizzare la posizione di un lavoratore siriano vuol dire infatti sostenere la spesa amministrativa per ottenere il permesso [16], pagargli un salario adeguato in linea con la legge (non al di sotto del minimo salariale previsto dalla legge per i lavoratori turchi), l’assicurazione e la previdenza sociale.
Sotto la minaccia di ingenti multe, inoltre, il datore di lavoro, oltre a dover garantire una retribuzione minima, ha l’obbligo di non eccedere le quote stabilite da Ankara per la manodopera siriana. La percentuale di manodopera straniera nei luoghi di lavoro [17] non può infatti superare la quota del 10%, mentre in quei luoghi di lavoro in cui il numero di lavoratori è inferiore a 10 potrà essere impiegato un solo straniero che beneficia di protezione temporanea. Tale limite può essere superato solo nel caso sia possibile provare che non ci siano altri lavoratori turchi disponibili a svolgere la stessa tipologia di lavoro. In questo caso il datore di lavoro ha l’obbligo di documentare presso la Direzione Provinciale dell’Agenzia del Lavoro che nelle quattro settimane precedenti al "work permit application date", non ci sarebbero stati cittadini turchi disponibili a compiere quella mansione.

Tali criticità derivanti da carenze sistemiche comportano, ovviamente, percentuali irrilevanti di ingressi di siriani nel mercato formale del lavoro turco, che di fatto viene toccato solo di striscio dall’enorme flusso migratorio che interessa le regioni del sud est. Tutt’oggi, si registra solo una minima variazione nella crescita del tasso di disoccupazione tra la popolazione turca, con addirittura la creazione di nuovi posti di lavoro, in taluni settori dove operano le ONG la cui mission è il supporto ai rifugiati [18].

2.2 L’ASSALTO AL MERCATO DEL LAVORO NERO

A causa di una normativa che garantisce solo formalmente ai rifugiati siriani il diritto di accesso al lavoro, in assenza di sussidi statali efficaci che possano controbilanciare gli effetti nefasti della disoccupazione tra la popolazione migrante, ai profughi che arrivano in Turchia non resta altra soluzione che cercare un impiego tra le maglie del lavoro nero.
E’ così dall’inizio del conflitto siriano e, a causa dell’accordo che la UE ha stretto con il sultano, i numeri non fanno altro che crescere mese dopo mese, anno dopo anno. Per moltissime delle famiglie che scappano dalla guerra, infatti, la Turchia prima dell’accordo era solo un punto di passaggio da dove scappare velocemente per raggiungere l’Europa. Chi era meno fortunato restava nel paese anche per un anno, ma solo allo scopo di mettere da parte il denaro necessario per pagare gli smugglers e attraversare il mare Egeo, lasciandosi finalmente alle spalle i conflitti che avevano devastato il suo paese, le persecuzioni e le umiliazioni. Dopo la stipulazione dell’accordo con Ankara, il sultano si è impegnato a trattenere con ogni mezzo i richiedenti asilo in Turchia e questo, per quanto appena detto, ha comportato un naturale incremento di lavoratori assunti in nero.
La nuova Regulation on the work permits for Foreigners under Temporary Protection Act non è riuscita a invertire la tendenza del mercato della domanda e dell’offerta di manodopera e, al pari dei dati empirici già registrati durante il biennio precedente la legge del 2016 [19], le testimonianze raccolte nell’area del sud est turco nell’ottobre e nel novembre del 2016 indicano un continuum con i risultati negativi che si ottennero con la precedente regolamentazione (2014 - Regulation of Temporary Protection).

Il mercato del lavoro informale subisce quindi, a differenza del mercato del lavoro formale, un vero e proprio stravolgimento mostrando una notevole variazione nelle differenze di punti percentuale tra lavoratori siriani e autoctoni impiegati in nero. Si continua ad assistere ad un fortissimo incremento nell’impiego dei primi a danno ai secondi: i rifugiati sono disposti infatti ad accettare, anche a causa della barriera linguistica [20], qualunque condizione di lavoro [21] e un salario notevolmente ridotto.
Ciò comporta che i datori di lavoro li preferiscano alla popolazione locale [22] soprattutto per svolgere lavori in condizioni considerabili al limite dello schiavismo. In merito, non è un caso notare che i più colpiti da tale forma di disoccupazione siano proprio i turchi meno istruiti e le donne [23], ovvero coloro che erano dediti ai lavori umili e degradanti, ora sostituiti dai siriani.

Da quando loro sono qui (i siriani) noi non lavoriamo più. E’ normale che i padroni delle fabbriche li preferiscano a noi. Stanno zitti e lavorano per molto meno denaro”, ci ha urlato addosso un uomo turco di mezza età ad Adana.
Con la crescita della curva dell’offerta di manodopera a basso costo (e maggiormente ricattabile!) si registra il progressivo crollo dei salari che coinvolge indistintamente lavoratori informali autoctoni e rifugiati.
Come sempre a guadagnarci restano le grandi lobby e gli affaristi di mestiere che, consci della guerra tra poveri in atto, erigono palazzi su palazzi, continuano a tessere quintali di tappeti pagando il lavoro con un tozzo di pane che né turchi poveri né siriani possono permettersi il lusso di rifiutare.
In un tale contesto è la sola disperazione a riempire le fabbriche e concimare i campi di pistacchi lungo la Gaziantep - Sanlurfa Yulu su cui si chinano le donne asincrone al canto dei muezzin.

3. IL LAVORO NEI CAMPI

Reyhanli. Fine della seconda settimana del Novembre 2016.

Lontani dalle case del piccolo centro di Reyhanli, in periferia, Adham guida non curandosi di doppi sensi e precedenze. Siriano, nato ad Aleppo e cresciuto in America, sembra essersi riadattato velocemente agli usi locali in fatto di guida.
Quando Ameena ci apre la porta, sono solo i suoi occhi che emergendo dal burca ci salutano dandoci il benvenuto nella sua casa. Nessuna parola, solo un invito a sederci sul divano che ci indica con l’indice della mano destra.
Alterna il racconto della sua vita e quella dei suoi figli e dei suoi nipoti, al silenzio delle lacrime amare di chi ha perso tutto ed è cosciente che non riuscirà più a riavere indietro nulla. Lo status sociale, le sue case, suo marito e i suoi gioielli sono persi in Siria sepolti sotto la sabbia del tempo e le macerie dei combattimenti.
Sono riuscita a trovare lavoro presso una famiglia turca come tuttofare.
Lavoro anche 10 ore al giorno per poco più di 10 lire l’ora, quando sono fortunata 15. So benissimo che una donna turca verrebbe pagata il doppio di quanto mi danno. Ma sono stata fortunata, grazie a questo impiego riesco ancora a far sopravvivere quello che resta della mia famiglia.
Non mi sono rimasti che i miei nipoti. Mio figlio e mia figlia sono morti in Siria dove non sono riuscita neanche a seppellirli.
Non mi hanno neanche dato la possibilità di seppellirli
”, ripete Ameena.
Intanto i suoi nipotini continuano a rincorrersi scalzi e a rotolare sul tappeto.
Solo la più grande di loro, Farah, sembra disinteressata al gioco dei fratelli e dei cugini. Ha i capelli neri corvino intrecciati e legati dietro le spalle. Ogni tanto si avvicina alla nonna e le si siede accanto con la schiena ben eretta per ascoltare la storia dei suoi genitori e il martirio del suo popolo.
Sono quasi le sette ed è ormai buio per le strade poco illuminate della città. La targa della nostra vettura sarà già stata segnalata dal nostro albergatore alle autorità ed è bene non farsi fermare di notte e avere noie con i militari. Siamo già stati ammoniti una volta per esserci addentrati ad Elbeyli sin sotto il filo spinato delle reti che “proteggono il confine” e otto ore di interrogatorio in caserma bastano ed avanzano.
Prima di andar via Adham apre però il suo zaino da cui estrae, quasi come fosse un prestigiatore, un pallone che lascia cadere sul pavimento e che viene immediatamente intercettato da uno dei bambini. Fermo, con la palla in mano, Farid ci guarda. Resta perplesso per qualche decina di secondi e poi sorride. Non ci rivedremo mai più Farid, ma hai lo stesso sorriso dei ragazzini che a Idomeni sguazzavano nel fango cercando di catturare le rane. Ed è un tuffo al cuore e ricordi che affiorano lambendo l’anima.

Ameena è stata fortunata a trovare un impiego in città e a non far lavorare i suoi figli. Agli altri resta solo la terra”, mi spiegava il nostro mediatore Aamir. Con gli occhi appesantiti dalla giornata e irritati dalla polvere tirata su dal vento, entrambi accendiamo una sigaretta.
Sono in molti, e soprattutto in molte, ad essere costretti a spostarsi nelle campagne e a passare le loro giornate chini sui campi sotto il sole impietoso d’estate e al vento freddo in autunno”.

3.1 IL MERCATO DEL LAVORO AGRICOLO

Nizip, provincia di Gaziantep. Inizio della terza settimana del Novembre 2016.

Costeggiando la E90, di ritorno dal campo profughi di Nizip, la radio continua a urlare musica araba le cui note scappano via, corrono fuori dal finestrino impastate al fumo delle Marlboro comprate di contrabbando qualche giorno prima a Kilis.
Il canto del muezzin, da un minareto poco lontano, saturando l’etere richiama i fedeli alla preghiera e al rispetto di tradizioni antiche millenni. Una ventina di donne siriane col capo avvolto da foulard scuri, nella ripetitività dei gesti tanto elementari quanto antichi della raccolta, si chinano per strappare le verdure dalla terra scura.
E’ una parte della condanna che porta la firma di Bruxelles. E’ il destino dei rifugiati che non hanno trovato un lavoro nelle fabbriche delle città, per lo più donne e bambini.

Nel sud est turco l’agricoltura svolge un ruolo determinante per l’economia.
Solo in Gaziantep, vengono oggi dedicati all’agricoltura circa 370.736 ettari di terreno, in particolare alla coltivazione degli alberi di olive e del pistacchio (si contano oltre 50 milioni di alberi di pistacchio nella regione!).
Anche per le stradine e i vicoli della parte più vecchia della città di Sanlurfa, le mura bianche e levigate delle case basse sono intrise dell’odore delle spezie ricavate dalle tonnellate di erbe e bacche che arrivano dai campi della mezzaluna fertile lungo il fiume Eufrate.
A una manciata di chilometri dal Kurdistan siriano, a Mardin, solo il luccichio dei metalli lavorati in collane e bracciali esposti sulle bancarelle distrae l’occhio del passante dal rosso del sumac e del pul kırmızı.
L’assenza di una strategia d’inserimento lavorativo da parte delle istituzioni ha comportato nell’agricoltura, ancor più che in altri settori, lo stravolgimento del mercato del lavoro.
In Turchia il lavoro dei campi è sempre stato infatti svolto generalmente dalla fascia più povera della popolazione che, tuttavia, a seguito del flusso migratorio costante sta venendo progressivamente sostituita dai profughi.
Come accennato, la massiccia iniezione di manodopera immigrata, anche in questo caso, sta comportando un crollo nei prezzi del mercato del lavoro facendo migrare gli autoctoni verso altre province in cui il mercato è stato meno influenzato dal fenomeno [24].

3.2 L’INSERIMENTO NEL MERCATO. IL RUOLO DEGLI INTERMEDIARI AGRICOLI

Per i siriani in fuga dalla guerra, poco importa il livello sociale cui si apparteneva e il mestiere che svolgevano nel proprio Paese. La mancanza di denaro li costringe infatti a cercare nel più breve tempo possibile un impiego e il lavoro nei campi, a causa anche della barriera linguistica, è spesso la soluzione più rapida per sovvenire a tale problema.
Per farlo, i rifugiati in fuga, sfruttano spesso le buone connessioni con la popolazione curda locale [25] per inserirsi nel mercato del lavoro turco. Coloro che non hanno familiari o amici con legami forti sul territorio turco, si rivolgono invece a intermediari agricoli che hanno un ruolo essenziale nel settore.
Gli intermediari agricoli funzionano come una vera e propria agenzia interinale e svolgono un ruolo chiave nel loro “settore di competenza”, l’industria agricola. Essi permettono l’incontro tra la domanda e l’offerta del lavoro e distribuiscono, ove necessario, la manodopera spostando i lavoratori siriani da una provincia all’altra [26]. Un modello di spregevole sfruttamento delle criticità basato su quello che può essere definito, a tutti gli effetti, neo schiavismo e assimilabile per modalità e circostanze al caporalato del sud Italia.

Oltre a provvedere al procacciamento del lavoro, gli intermediari del sud est turco generalmente provvedono all’erogazione di una serie di servizi essenziali per entrambe le parti: assicurarsi che i lavoratori siano vicini al campo, accompagnarli ai terreni, assicurargli il cibo etc.. Proprio per questo ruolo attivo di mediazione, sono una figura indispensabile per i siriani in fuga che non possiedono nulla e con i quali si instaura una sorta di rapporto di trionage, pretendendo generalmente un alto compenso che può variare a seconda delle zone in cui operano ma che in genere si attesta intorno al 10% del loro salario lordo [27].

3.3 LA VITA NEI CAMPI

Pochi chilometri dopo Kilis, appena un battito di ciglia dal confine, bloccati per qualche minuto in coda con i tir che aspettavano il controllo del loro carico per entrare in Siria, alle nostre spalle, poco prima dell’orizzonte, dal nulla delle colline tagliate dalla D850 emergevano solitari una decina di grossi tendoni quadrangolari.
La maggior parte dei braccianti vive oggi fuori dai centri abitati, oltre le periferie, per essere più vicini ai campi in cui lavorano e perché la popolazione autoctona non gradisce la formazione di grossi insediamenti di profughi nelle loro città [28].
Il lavoro agricolo, inoltre, è prettamente stagionale e obbliga i braccianti a spostarsi in base al prodotto coltivato e li confina nella povertà durante i mesi invernali quando la domanda di manodopera diminuisce.
Coloro che lavorano nei campi soffrono spesso di patologie croniche dovute allo sfruttamento lavorativo come persistenti dolori muscolari e ossei [29], bruciature causate dall’esposizione giornaliera della pelle al sole senza alcun tipo di protezione. Per coloro che vivono nelle tende poi la carenze di igiene e i morsi degli insetti provocano malattie intestinali e forti febbri. Il problema tuttavia maggiormente sottovalutato è quello che riguarda l’esposizione dei bambini che lavorano nei campi ai fertilizzanti e ai prodotti chimici, le cui pesanti conseguenze influenzeranno moltissimo la loro salute nel futuro [30].

I siriani che lavorano come braccianti agricoli sono pagati pochissimo, in media tra le 20 e le 35 lire turche al giorno”, mi spiega Adnan. “Il compenso può arrivare ad essere anche la metà di quello dei turchi. Vengono spesso pagati in ritardo anche di molti mesi, dopo che il proprietario dei terreni è riuscito a vendere il prodotto raccolto. Ciò gli crea dei problemi enormi [31].
L’UNHCR ha osservato che i bambini vengono spesso pagati quanto gli adulti, ciò costituisce un incentivo al farli lavorare nei campi [32] e al dilagare della piaga dello sfruttamento del lavoro minorile. Il fenomeno è particolarmente diffuso tra le ragazze, comportando per quest’ultime un altissimo pericolo di abusi sessuali nei campi [33].

Passa il Cavush che decide chi lavora e chi no. Salgono tutti su un furgoncino all’alba e ritornano indietro alla sera”; Adnan viveva nella periferia vicino Izmir, centro ovest della Turchia.
Arrivò un anno fa con il fratello maggiore e le relative famiglie. Gli occorrevano i soldi per pagare il passaggio per raggiungere la Grecia e intraprendere la lunga balkan route. Venduti i gioielli, con l’ultimo denaro rimasto, ha affittato una casa a Izmir e tramite un cugino - anch’egli transitato l’anno prima dalla Turchia prima di giungere in Francia - ha trovato lavoro nei campi nella raccolta di ortaggi e della frutta e il fratello nell’edilizia.
Quello che tu mangi è quello che noi abbiamo raccolto per farlo arrivare nella vostra Europa”.
I prodotti del mercato ortofrutticolo turco - dal profondo sud est alla costa occidentale bagnata dal mar Egeo - sono destinati soprattutto al mercato della Russia e dell’Unione Europea. I supermercati di Italia, Germania, Francia e Paesi Bassi hanno scaffali colmi di prodotti provenienti dalla terra del Sultano: pomodori, uva, peperoni e pesche. Le grandi aziende che si riforniscono dai produttori turchi controllano, come avviene per il mercato tessile, solo il primo anello della catena di approvvigionamento senza effettuare alcuna indagine nei livelli intermedi in merito alla possibilità che i prodotti siano stati raccolti e lavorati da migranti sfruttati che lavorano in nero.

4. IL LAVORO NELL’INDUSTRIA TESSILE. L’INCHIESTA DI Business & Human Rights Resource Centre

Gaziantep. Inizio della terza settimana del novembre 2016.

Una delle tante fabbriche che continuano a produrre nell’interesse dell’occidente.
Io ho 5 figli, poi ci siamo io e mia moglie. Cosa dovrei fare se non continuare a lavorare? Anche se in questo modo, a queste condizioni, noi abbiamo bisogno di mangiare e di vivere e qui è tutto così caro.
I miei figli non lavorano, io li mando a scuola, ma abbiamo bisogno di voi affinché questo non succeda
”, Ashraf gira il capo, indicando con lo sguardo lo sfacelo di un’intera generazione perduta. Nel seminterrato, dietro la maggior parte dei tavoli da lavoro, ci sono quasi solamente bambini e adolescenti con non più di 14 anni.

La Turchia è il terzo fornitore di abbigliamento in Europa, dopo la Cina e il Bangladesh, ed è l’ottavo esportatore di filati al mondo, con un giro di interessi di miliardi di dollari [34].
Nel dicembre 2015 Business & Human Rights Resource Centre ha inviato un primo questionario [35] a 28 marchi rinomati chiedendo chiarimenti in merito alle misure che stavano adottando per evitare la manodopera illegale nei centri in Turchia da cui arriva la merce di cui si riforniscono.
Ad eccezione di 10 brands, tutti gli altri marchi, hanno risposto solo dopo la pubblicazione del primo briefing [36], con l’ulteriore eccezione di (i) Monsoon che ha rifiutato di rispondere asserendo di avere solo pochi fornitori in Turchia e che pertanto i dati forniti non sarebbero stati significativi, e di (ii) River Island che non ha mai risposto [37].
Nonostante i marchi abbiano condotto la loro indagine in genere fermandosi esclusivamente al primo livello della catena di rifornimento, solo 4 di loro hanno ammesso/scoperto di aver trovato all’interno dei loro laboratori in Turchia lavoratori siriani non in regola: C&A [38], H&M [39], Next [40] e Primark [41].
Sei brands, Adidas, Arcadia Group, Burberry, Kik, Nike e Puma [42] hanno affermato che al termine della loro indagine, effettuata anche in questo caso solo su fornitori di primo livello, non era stata riscontrata alcuna forma di manodopera illegale (18 dei brands a cui è stato posto il quesito, non hanno mai risposto a questa specifica domanda).

Tutti i brands hanno dichiarato di adottare politiche di salvaguardia e protezione della manodopera immigrata nel rifornimento del materiale; tuttavia solo Next [43], Inditex e White Stuff [44] hanno inteso comunicare le loro politiche di contrasto allo sfruttamento lavorativo dei rifugiati siriani in Turchia a Business & Human Rights Resource Centre, sottolineando la tolleranza zero nei confronti della manodopera illegale.

Con specifico riferimento al lavoro minorile nelle fabbriche, C&A, Puma, Primark e White Stuff hanno comunicato il loro approccio al problema, ma non i piani specifici adottati per contrastarlo. Solo H&M e Next hanno adottato alcuni piani specifici per proteggere i minori trovati nelle fabbriche.

Ciononostante il problema più grande emerso dall’inchiesta condotta è l’evidenza che nessun brands sia sceso al di sotto del primo livello di verifica nell’approvvigionamento dei prodotti. Questo comporta una totale mancanza di controllo sui gradini più bassi della scala di produzione che resta del tutto fuori controllo e con l’altissimo rischio di impiego di manodopera illegale.
Stesso problema nel caso del subappalto, che tuttavia alcuni brands sembrerebbe riescano a tracciare e controllare meglio [45] tramite controlli preventivi e revisioni contabili successive.
Esempio lampante dell’importanza di tali controlli nei primi anelli della filiera di produzione, è la quantità di minori scoperta a lavorare nelle fabbriche a Gaziantep (vedi l’inchiesta "Io non ho sogni - L’infanzia negata") e le affermazioni di coloro che gestiscono la produzione che ci hanno sempre confermato: “Questo prodotto qui è poi spedito ad Ankara e Istanbul, e da lì viene lavorato per raggiungere i vostri mercati occidentali”.

Nel mese di giugno del 2016 il Business & Human Rights Resource Centre ha inviato nuovamente un questionario [46] a 38 marchi di abbigliamento che producono o si riforniscono dal mercato tessile turco.
Alla data di pubblicazione del paper ufficiale nel febbraio del 2016 [47] avevano riposto solo 26 marchi [48].
Solo nove brands, il 24% degli interrogati, hanno ammesso di aver trovato lavoratori siriani nelle loro fabbriche. Eppure, questi dati devono essere ancora una volta contestualizzati. Al pari delle indagini precedenti, infatti, alcuni brands hanno assicurato di aver effettuato le indagini sul 100% dei fornitori, tuttavia si parla quasi esclusivamente di fornitori di PRIMO LIVELLO e con visite annunciate preventivamente o semi annunciate (Adidas ad esempio ha compiuto visite nel 100% del secondo livello ma tutte annunciate, Puma il 100% sul secondo livello di cui il 40% annunciate!).
Fanno eccezione, con visite non annunciate e anche ai livelli più bassi: H&M (con controlli del 40% sul primo livello e del 75% sul secondo), Inditex (100% sul primo livello) e Next con 35% sul primo livello e 50% sul secondo e sul terzo.

Importanti impegni sono stati assunti solo da poche marche: H&M si è impegnata a portare i propri controlli al 50% dei suoi fornitori di terzo livello; Primark sta allargando i suoi controlli al secondo livello; New Look si sta muovendo per effettuare controlli senza preavviso entro la fine dell’anno finanziario (anno finanziario relativo al periodo in cui è stata svolta l’indagine) e per controllare in questo modo anche il sub appalto; Next e Mothercare stanno portando avanti politiche migliori e più efficaci per evitare lo sfruttamento della manodopera immigrata. Alcune come C&A hanno pubblicato sul proprio sito web tutte le loro unità di produzione incluse quelle in Turchia.
Tuttavia gli abusi perpetrati sul mercato del lavoro “restano endemici così come le aziende continuano a fare troppo poco e troppo lentamente [49].

A seguito dei violenti scontri avvenuti a Diyarbakir [50] durante la prima settimana di novembre, whatsapp è stato bloccato dal governo turco. Mentre scorro i messaggi che mi arrivano su Telegram da Elena, la mia compagna, lascio che il collo e la testa scivolino nel calore del mio giubbotto nero che mi porto dietro ormai sin dai giorni resi irrespirabili dai gas israeliani alle porte dell’Aida Camp a Betlemme.
In macchina tutti tacciono. La luna è lì fuori, a metà sulle montagne in un cielo scuro e senza stelle.
Non è solo a Birecik, qualche km più ad est delle porte di Nizip lungo le sponde del fiume Eufrate, che l’escursione termica tra il giorno e la notte si comincia ad avvertire. Anche Valentina mi scrive che a Gaziantep, stasera, il freddo entra nelle ossa.
E’ uscita a cena con alcuni ragazzi siriani di Asam. I locali che tengono aperto fino a tardi non sono molti, a differenza degli argomenti che, seppur incentrati quasi sempre sulla crisi siriana, presentano sempre sfumature diverse.
Mi scrive quello che le ha detto Kamal. Solo dopo aver letto il suo messaggio comprenderò il perchè di quei lunghi minuti impiegati nel digitare sullo smartphone, il dolore che le parole del giovane siriano le hanno provocato:
"Non Siamo ne rifugiati né ospiti di questo paese, siamo strumenti.
La mia casa è distrutta, vengo qui, non ho più niente.
Non conosco nemmeno la lingua ma comunque mi sento dire: "prego, vieni. Sei un ospite Qui in Turchia. Vuoi lavorare? Il mercato è aperto". Ma come faccio a lavorare? Come faccio a pagare?
Noi non siamo nulla in questo paese se non strumenti politici nelle mani di qualcun altro. Noi non siamo nulla
".