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Il rilascio della Proactiva non sancisce la fine della guerra dell’Italia alle navi di soccorso

Judith Sunderland*, NewsDeeply - 19 aprile 2018

26 aprile 2018

- Link all’articolo originale (ENG)

Il giudice italiano rilascia la nave di soccorso ma sostiene la finzione legale dell’area libica di ricerca e soccorso in mare.
Judith Sunderland di Human Rights Watch spiega la gravità di questa contraddizione.

È il caso di frenare l’entusiasmo rispetto alla decisione dello scorso 16 aprile di un giudice italiano sul rilascio della nave di soccorso Open Arms, al comando del gruppo spagnolo Proactiva, sequestrata in Italia un mese fa.

Nonostante la Open Arms possa presto riprendere la navigazione e le sue fondamentali attività di soccorso, due membri dell’equipaggio devono affrontare accuse penali ingiustificate. Ma è la determinazione dell’Italia a garantire alla guardia costiera libica la possibilità di intercettare le imbarcazioni dei migranti in acque internazionali a destare maggiori preoccupazioni.

Il caso contro la Proactiva si incerniera sul rifiuto, avvenuto il 15 marzo, di consegnare i migranti soccorsi all’unità di guardia costiera libica che si trovava in acque internazionali, contrariamente alle istruzioni impartite dal centro di coordinamento per i salvataggi marittimi secondo cui la Libia avrebbe assunto la responsabilità dell’operazione.

Un procuratore di Catania ha aperto un’inchiesta e ha ordinato il sequestro della Open Arms. Il giudice per le indagini preliminari di Catania ha fatto cadere l’accusa iniziale di associazione a delinquere ma ha sostenuto l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, convalidando il sequestro dell’Open Arms. Il caso è stato trasferito a Ragusa, dove il giudice per le indagini preliminari ha ordinato il rilascio della nave.

Nel concludere che non esistevano prove sufficienti dell’illecito per continuare a giustificare il sequestro della nave, il giudice di Ragusa ha fornito delle argomentazioni positive ma anche in qualche modo pericolose e contraddittorie.

Il giudice ha sollevato il punto fondamentale secondo cui gli abusi che i migranti affrontano in Libia giustificano il rifiuto della Proactiva di consegnare le persone soccorse alle autorità libiche. Il giudice ha citato la scriminante dello “stato di necessità”, che assolve appunto da condotte illegali laddove l’atto sia necessario “a salvare terzi da una minaccia seria o da un pericolo grave”. Il giudice ha giustamente puntualizzato che in base al diritto internazionale del mare, un’operazione di salvataggio termina solo quando le persone soccorse possono sbarcare in un luogo sicuro, e nessun luogo in Libia può essere considerato come tale.

Si tratta di un punto critico, che riporta alla più ampia questione della legittimità della cooperazione dell’UE e dell’Italia con le autorità costiere libiche. Esistono prove schiaccianti degli abusi che avvengono dei centri di detenzione per migranti in ogni angolo del paese, comprese quelle aree sotto il controllo nominale del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Gli abusi includono torture e altri maltrattamenti, violenze sessuali, estorsioni e lavoro forzato, così come privazione di cibo, acqua e cure sanitarie, per non parlare delle pessime condizioni igieniche.

Nonostante questo, l’Italia continua a fornire sempre più supporto logistico per permettere alla guardia costiera libica di intercettare le imbarcazioni in acque internazionali, anche quando le ben equipaggiate navi delle organizzazioni non governative si trovano sul posto o a poca distanza dalla scena.

Le prove considerate nel caso della Proactiva illustrano chiaramente che il centro di salvataggio italiano, il primo ad aver ricevuto l’allarme, è determinato a trasferire la responsabilità alle autorità libiche. Le prove, inoltre, dimostrano il ruolo attivo del personale di marina italiano a bordo della Capri, una nave da guerra italiana attraccata al molo di Tripoli in quel momento, in coordinamento con i movimenti delle navi di vedetta libiche.

Lo stesso giudice ha sostenuto la finzione legale della regione di ricerca e salvataggio libica supportata dal governo italiano. Il Governo di Accordo Nazionale ha dichiarato la zona nell’agosto 2017, ma l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) non ha ancora incluso la regione nel suo Piano Globale di Ricerca e Soccorso. Neanche i più speranzosi possono nascondere il fatto che la guardia costiera libica non è dotata dell’equipaggiamento, della capacità e della professionalità necessari per portare avanti questo compito. Le navi vedetta libiche, infatti, hanno dimostrato in numerose occasioni comportamenti sconsiderati e violenti nei confronti dei migranti e dei membri dei gruppi di salvataggio durante le operazioni in mare.

Le unità della guardia costiera libica hanno il diritto di operare nelle proprie acque territoriali, ma legittimare l’intervento in acque internazionali delle unità di guardia costiera solo nominalmente controllate dal Governo di Accordo Nazionale contribuisce ad aumentare la mancanza di sicurezza e il caos in alto mare, mettendo ancora più vite a repentaglio. Il centro di soccorso italiano ha di recente dato istruzione al gruppo di soccorso SOS MEDITERRANEE di astenersi dall’assistere più di 100 persone assiepate su un gommone gonfiabile poiché la guardia costiera libica avrebbe preso il comando dell’operazione.

Il gruppo è stato obbligato a negoziare con le autorità libiche per essere autorizzato a ristabilire la situazione ed evacuare le famiglie con bambini e i casi che necessitavano di urgenti cure mediche a bordo della loro nave, in quella che SOS MEDITERRANEE ha descritto come “una situazione di emergenza tesa e pericolosa”. La nave vedetta libica ha poi intercettato tutte le altre persone sul gommone in quella che non può essere propriamente definita come un’operazione di salvataggio.

Affermare l’esistenza di una regione libica di ricerca e salvataggio significa accettare che le persone che le autorità libiche costringono a salire a bordo delle proprie imbarcazioni vengano poi portate in Libia, il che sappiamo bene cosa significhi: detenzione e abusi. L’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni non sono sempre presenti quando i migranti sbarcano, né le agenzie hanno accesso regolare nei centri di detenzione.

Gli sforzi per riformare il regime di detenzione e il trattamento dei migranti in Libia avranno senso solo quando la situazione per i migranti e i rifugiati in Libia sarà davvero migliorata. La possibilità di riforme future, tuttavia, non può giustificare delle politiche che oggi mettano delle vite in pericolo. Lavorare con le autorità costiere libiche per permettere loro di intercettare migranti in queste circostanze può equivalere ad aiutare o assecondare il perpetrarsi di gravi violazioni dei diritti umani.

Proactiva è sotto processo per aver rifiutato di riportare delle persone in un ciclo di detenzione e violenza in Libia. Sono l’Italia e l’Unione Europea, invece, che rischiano sanzioni morali e probabilmente legali per l’aiuto fornito alla guardia costiera libica ad intercettare migranti in acque internazionali e riportarli verso trattamenti crudeli, inumani e degradanti.