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Calais un “lieu de vie” tra sgomberi quotidiani e "guerra fredda" alla solidarietà

Un racconto di ritorno dalla frontière du Nord

2 maggio 2018

Co-autrice: Solenne Lecomte, responsabile di La Cabane Juridique - Legal Shelter Calais.

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Calais, aprile 2018

Sono arrivata in periferia di Calais di sabato verso l’una. Pioveva e il mio bus Paris - London mi ha lasciato, ironia della sorte, davanti al Centre de Retention Administrative, la “prigione” dei migranti che in inglese chiamano Deport Center. Ho aspettato l’autobus con due di loro, due ragazzini eritrei che mi raccontano di essere stati arrestati a Calais e rilasciati quasi subito a un’ora e mezza di cammino dalla loro “jungle”. Non possono essere rimandati nel loro paese e non possono essere incarcerati a lungo per l’irregolarità del soggiorno in Francia: il reato di “Immigrazione Clandestina” tanto discusso in Italia, qui non esiste. Sono stati semplicemente arrestati per un po’ e rilasciati in un posto lontano per rendere la loro vita il più difficile possibile e ricordare loro che qui non sono i benvenuti.

Come dissuadere gli stranieri dal venire a Calais per passare in Inghilterra è uno dei crucci della sindaca di Calais locale Natasha Bouchart, del Ministro dell’Interno Gerard Collomb, del suo prefetto della regione Nord Pas de Calais ma soprattutto del presidente Emmanuel Macron, che con la nuova “Loi Asile et Immigration” testo adottato in prima lettura e che passerà presto al Senato, sta ridisegnando le pratiche di repressione e quelle di accoglienza di chi viene in Francia da lontano, per restare o per ripartire.

Calais, aprile 2018 - Davanti al fuoco


I migranti in questo periodo, a Calais, non si sa bene quanti siano. Dopo l’ultima guerriglia inter-etnica di febbraio molti sono partiti per “provare” a passare in Inghilterra o andare altrove. Altri, tra cui moltissimi minorenni, sono arrivati. Tra le 400 e le 700 persone vivono in piccole “jungle” nei boschetti o in zone un po’ paludose, o al riparo di qualche immobile fatiscente nella periferia di Calais.

Sono prevalentemente di origine eritrea e afghana, alcuni pakistani, sudanesi ed etiopi. Da un paio di mesi sempre più tende sono state distribuite dalle associazioni (faceva freddissimo e i centri di accoglienza per la notte erano strapieni) e il divieto assoluto di costruire qualsiasi riparo che era in vigore in gennaio si è un po’ ammorbidito, ma gli sgomberi sono aumentati a dismisura.

A Calais ci sono cose che non cambiano mai: la frontiera, la presenza dei migranti, la mobilizzazione di massa di forze dell’ordine. Cambiano, invece, le dinamiche d’interazione tra Stato francese e associazioni sul campo, le strategie di intervento e quelle di contestazione, determinando una ridefinizione continua di questa frontiera che è soprattutto politica.

Una sovrapposizione di ruoli tra Stato e associazioni

Poco dopo la visita del presidente Macron a Calais (il 6 marzo) lo Stato, attraverso l’associazione «La Vie Active», ha preso in mano la distribuzione dei pasti che fino ad allora era esclusivamente assicurata dalle associazioni. C’è un punto di distribuzione fisso non lontano dalla “jungle” più conosciuta (rue des Verrotières) e un dispositivo mobile che dovrebbe servire alcune zone più distanti.

Le associazioni che hanno distribuito i pasti finora (Utopia 56 e Refugee Community Kitchen) hanno smesso le loro distribuzioni per una settimana, per lasciare la possibilità allo Stato di inserirsi nel meccanismo, ma alla fine hanno ripreso i loro servizi. L’associazione “Salam” non ha mai smesso di distribuire la colazione. Si è creata quindi una sovrapposizione tra le distribuzioni dello Stato annunciate dal presidente e quelle delle associazioni, una coesistenza non senza complicazioni e implicazioni politiche.

Inizialmente rifiutate dai migranti, le distribuzioni dello Stato sono oggi un po’ più frequentate: la zona dove mangiare era circondata da filo spinato, il furgoncino de “La Vie Active” era scortato da almeno tre camion di polizia. Le autorità approfittavano dell’assenza dei migranti dalle tende per sgomberarle e prendere i loro sacchi a pelo ed effetti personali, o per arrestarli poco dopo il pasto. Questi episodi hanno generato una diffidenza diffusa verso gli attori statali che si è estesa fino al rifiuto totale da parte di alcune comunità di accettare il cibo. Ora che il filo spinato è stato rimosso e solo un camioncino di Corps Républicaines de Securité (CRS) fa la ronda tra le varie zone, il punto fisso di distribuzione è più frequentato.

Le associazioni intervengono quindi presso le comunità che “boicottano” “La Vie Active”: talvolta sono presenti nello stesso momento e nello stesso posto il furgone dell’associazione “Salam” e quello statale, quest’ultimo viene completamente ignorato. Alcuni scatoloni di cibo, per fare numero, sono lasciati per terra dai dipendenti statali che ripartono senza aver distribuito nulla, e rimangono lì dov’erano senza essere toccati finché il contenuto non marcisce e viene gettato via. È uno spreco di risorse alimentari e un modo senza dubbio poco umano di gestire l’accesso ai beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua e i servizi igienici, anch’essi proposti dallo Stato e sorvegliati da un furgone di CRS, nonché praticamente non frequentati.

Altro segnale di questa ‘guerra fredda’ per impedire alle associazioni di continuare le loro distribuzioni all’area “Covoiturage”, frequentata da un gruppo di migranti e vicino all’ospedale, è la barriera di grosse pietre predisposta dal Comune (e che i ragazzi afghani durante la notte hanno provveduto a spostare ripristinando l’accesso).

Calais, aprile 2018 - La barriera di pietre costruita dal Comune


La riflessione che ora s’impone è che da un lato, lo Stato deve assumersi la responsabilità di assicurare il rispetto dei diritti umani e la soddisfazione dei bisogni fondamentali di ogni persona sul suo territorio, sostituendo le associazioni composte da volontari sostenute dalle donazioni principalmente inglesi e francesi. “La Vie Active” dovrebbe essere la chiave per operare questo cambiamento.

Dall’altro lato, se il modo di fornire questo servizio è un espediente volto alla violazione di altri diritti, per orientare l’intervento delle forze dell’ordine durante l’assenza dei proprietari dal loro “lieux de vie” al fine di sgomberare il terreno,
la legittimità dell’intervento statale viene perciò rimessa in discussione.

Storia: Chris, un ragazzo eritreo di 18 anni che vedo tutti i giorni durante la distribuzione della colazione dell’associazione “Salam”, arriva sempre puntuale in sella alla sua bici verde e blu. Un giovedì è arrivato a piedi, il morale un po’ a terra e mi ha detto “Linda, ieri pomeriggio la polizia mi ha arrestato. Hanno messo la bici nel bagagliaio della macchina e mi hanno portato al Deport Center. Ci sono rimasto poche ore, poi mi hanno rilasciato e ho chiesto loro: dov’è la mia bici? Mi hanno risposto: no no niente bici, vai! Bike is finish, Linda”.

Quotidianità dello sgombero

Le operazioni della polizia al fine di smantellare i rifugi dei migranti non sono diminuite, anzi. Dall’inizio del mese di aprile sono state circa quindici. Un giorno sì e uno no, la dinamica è spesso la stessa: un contingente importante di poliziotti, principalmente dei CRS, con 7 camionette e 4 macchine della Police Nationale viene dispiegato nella zona designata per l’espulsione. Più di cinquanta uomini in divisa armati di lancia-granate, gas lacrimogeni o proiettili di gomma e scudo, di cui la maggior parte non esibisce il proprio numero di matricola (come sarebbe previsto dalla legge), bloccano tutti gli accessi alla zona formando una barriera umana. In questo modo delimitano un «perimetro d’intervento» vietato al «pubblico».

Calais, aprile 2018 - Un cordone di CRS blocca l’accesso alla zona durante lo sgombero

Solitamente i migranti hanno un po’ di tempo per recuperare i loro effetti personali come le coperte e gli zaini, mentre tende e altro materiale da campeggio devono essere lasciati lì. Diverse volte, alcuni ragazzi non hanno potuto recuperare zaini, documenti, telefoni o addirittura le medicine, e sono accusati di essere arrivati «troppo tardi» (perché magari erano stati arrestati la sera precedente o anche solo due ore prima).

Spesso mentre i migranti, gli osservatori e osservatrici delle varie associazioni rimangono lì per fare domande alle forze dell’ordine o filmare l’operazione, il perimetro si allarga e tutti vengono respinti più lontano. Mentre i funzionari del Comune raccolgono quanto resta dei rifugi di fortuna per metterli in un camion e portarli in discarica, i poliziotti procedono a una serie di controlli d’identità dei presenti in quanto stranieri, attivisti, no borders. Spesso arrestano alcuni dei migranti, li portano al commissariato di Coquelles e li rilasciano subito dopo o li mettono in detenzione amministrativa per 16 ore.

Calais, aprile 2018 - I camion e i funzionari del Comune durante lo sgombero

Le forze dell’ordine rifiutano sistematicamente di rispondere alle domande relative al quadro legale del loro intervento, di mostrare un mandato della prefettura, una circolare, un mandato di perquisizione o un qualsiasi documento ufficiale che giustifichi il loro operato, come sarebbe, ancora una volta, previsto dalla legge. Oltre a nascondere la loro matricola, a rispondere in modo spesso offensivo e a filmare volontari e osservatori con i loro telefoni personali. Ci si fa l’abitudine, quando si assiste alla stessa scena un giorno sì e uno no, ma resta il fatto che a Calais la polizia agisce nell’illegalità e rimane impunita.
«Signore, posso vedere il suo numero di matricola? Dov’è?» chiedo. «No» «Perché lo nasconde? Sa che è previsto dalla legge che lei sia identificabile?» «Qui la legge la faccio io, vattene».

Risposte sgarbate, risposte vuote come «non lo so», «eseguo gli ordini», «non ti riguarda» sono all’ordine del giorno durante questi interventi. Il 26 marzo due volontari sono stati arrestati per una «permanenza in gruppo in un terreno altrui» in seguito a una distribuzione di tende e sacchi a pelo la sera dopo lo sgombero mattutino.

La responsabile di un’associazione si è vista togliere 4 punti dalla patente per aver «parcheggiato male» il camion e «distribuito da mangiare».
Un’altra volontaria ha passato 20 ore in garde a vue (sotto custodia) per aver guidato senza patente, quando una sua collega aveva portato il documento, dimenticato a casa, alla polizia dopo due ore dall’arresto. Questo dimostra la volontà del Ministro dell’Interno di continuare una politica di repressione e intimidazione verso chi vuole aiutare.

Gli sgomberi continui, senza alcun quadro legale, hanno un’influenza diretta sulle condizioni di vita, la possibilità di riposare e la frustrazione mentale delle persone in transito a Calais. Un dispositivo che non avevo mai visto prima costituisce un paradosso che dà i brividi: dei lunghi aghi metallici sono stati installati sui tralicci dell’elettricità per impedire ai ragazzi, come già successo, di montare in cima e tentare di suicidarsi.

Calais, aprile 2018 - Il dispositivo per impedire ai ragazzi di salire sul traliccio

Le riserve di materiale da distribuire stanno finendo e sappiamo bene che se questi interventi della polizia rendono sempre più precaria la quotidianità dei migranti, non li fanno scomparire. I progetti statali più recenti (fine della tregua invernale, rinvio delle persone «dublinate» altrove, possibilità di detenzione dei richiedenti asilo in procedura Dublino per rischio di fuga, il progetto di legge per un’ «immigrazione controllata» etc.) avranno delle conseguenze notevoli e drammatiche a Calais nei prossimi mesi.
Siamo già testimoni di questo cambiamento: dei centri di accoglienza temporanea d’urgenza sempre saturi, della mancanza di considerazione della situazione individuale per determinare le "procedure Dublino", di rendere banale la detenzione degli stranieri, fino a spingerli alla fuga, al vagabondaggio, a compiere piccoli crimini per sopravvivere e approfittare della loro vulnerabilità. Fino a renderli invisibili, vittime di abusi e considerarli criminali perché stranieri.

Il dialogo con le autorità è complicato. Per la decisione del Consiglio di Stato, presa a fine 2017, riguardante le docce e l’accesso all’acqua, la prefettura ha regolarmente invitato qualche associazione a sua discrezione, senza dubbio in parte per soddisfare l’obbligo di dialogo imposto dal giudice amministrativo.

Queste ultime settimane diverse associazioni hanno deciso di boicottare tali incontri perché «è evidente che queste riunioni servono a sostenere un’autorità che pretende di organizzare delle consultazioni con le associazioni». Inoltre il sotto-prefetto ha convocato individualmente alcune organizzazioni per dir loro che non avevano più motivo di esistere a Calais.

Una frontiera sempre più ampia

La frontiera tra la Francia e l’Inghilterra è il tunnel che passa sotto il Canale della Manica: il Ferry, enorme battello che fa l’andata-ritorno tra i due paesi più volte al giorno, è il filo spinato che corre e guadagna chilometri.

La frontiera sono i passeurs, smugglers, i trafficanti di esseri umani. Quelli “solidali” e quelli violenti. Sono i CRS, la Polizia Nazionale, la Gendarmerie e gli “accordi del Touquet” che nel 2003 spostano la frontiera inglese in Francia. È il controllo dei documenti prima di entrare nel Flixbus, che non avviene mai altrove, solo lì alla fermata vicino alla stazione e rimane una procedura di dubbia legalità. Ma le frontiere non sono solo nelle barriere, sono nelle decisioni politiche. “La frontiera è ogni volta che mi arrestano” ha detto qualcuno. La frontiera è il migrante stesso che va allo sportello della prefettura, o della questura in Italia, e che viene classificato in “procedura accelerata” o in “procedura Dublino”.

La frontiera di Calais è nella nuova proposta di legge “Loi Asile et Immigration”, votata all’Assemblea Nazionale il 22 aprile, quando “Lo straniero che in situazione irregolare blocca la circolazione di un’autostrada sarà portato immediatamente in un Centro di Detenzione Amministrativa” (Amendement n° 133), “Lo straniero in situazione irregolare che si trova nel raggio di un chilometro da un’infrastruttura di trasporto riconosciuta come “zona di importanza vitalesarà portato immediatamente in un Centro di Detenzione Amministrativa” (Amendement n° 134), “Lo straniero in situazione irregolare che rifiuta di andare in un centro di accoglienza è sistematicamente trasferito in Centro di Detenzione Amministrativa” (Amendement n°176).

Linda Bergamo